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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Fergana, Uzbekistan

Pubblicato da pasha39 su marzo 23, 2007

Fergana è una valle dimenticata da Dio e dagli uomini, la periferia delle periferie, ma al tempo stesso è un benedetto spazio vuoto, dove del tutto naturalmente risuona qualunque testo poetico (gli oggettivisti  americani degli anni Trenta, gli ermetici italiani degli anni ‘20, etc.).»


Così ha scritto nel 1998 Šamšad Abdullaev, fine poeta e intellettuale uzbeco. 
Fergana è una fertile valle, circondata dal Tien Shan e dal Pamir, situata nell’Asia centrale, nel punto in cui l’Uzbekistan si incontra con il Tadzikistan e la Kirgizija. È stata descritta come un antico mare senz’acqua, con spettri di onde luccicanti in lontananza: in un’epoca remota era un mare, che poi si è prosciugato.
Fergana è anche una graziosa città, situata  nella valle omonima, fondata nel 1877 dai Russi durante la spedizione in Asia centrale, che li portò alla conquista dell’antico canato di Kokand.
L’architettura coloniale russa conferisce alla città la parvenza di una Macondo romantica e misteriosa.
La cultura uzbeca è composta da fattori eterogenei: il fatalismo tipicamente orientale, l’elemento islamico, che affonda le sue radici nel sufismo, le grandi filosofie dell’Oriente (buddismo e taoismo), la vicinanza geografica e storica dell’India e della Cina.

L’Oriente è avaro di parole, è avaro di fatti. La poesia di Fergana, sorta in uno spazio arroventato, sulla carta pare celarsi dietro piccolezze per niente poetiche. È una poesia che si sbriciola tra le mani, come terreno seccato. Da qui la prudenza nelle parole e negli epiteti, l’assenza dell’emotività settentrionale, le crepe e le scheggiature che frantumano il ritmo, spingendolo ora verso un borbottio incomprensibile, ora verso un fruscio.
Il volo di una vespa, l’erba frusciante, lo scricchiolio di una finestra, la voce di un amico, le donne che corrono a prendere l’autobus, un bambino, che guarda fissamente la polvere turbinante sul ciglio della strada – sono particolari con cui si ottiene l’unicità del frammento di vita, che scorre adesso, in un dato momento. 
    La descrizione dell’oggetto è condotta a un naturalismo estremo attraverso stati d’animo irreali. Spiccano un peculiare lirismo depressivo, l’antistoricismo, l’avversione  per l’azione e per  la narrazione totalizzante. La realtà sociale si dissolve, l’eticità va in secondo piano. Abdullaev afferma «la priorità delle immagini visuali, prive di una riflessione complessa, di ricercate astrazioni e meditazioni riguardo ai valori sociali e morali predominanti…»
 

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