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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo. #2

Pubblicato da paolo fichera su marzo 30, 2007

Le parole per dirlo [seconda parte]

di Sara Castelnuovo

31 Luglio
La Direttrice, Drs Senka Mesihović, cardiologa, ci accoglie con calore e descrive brevemente l’Ospedale Pediatrico. Si tratta più precisamente di una Clinica Universitaria dove lavorano 48 dottori ed altre 200 figure professionali; l’ospedale può ospitare fino a 100/120 pazienti (da 0 a 18 anni).
Ci sono già stati degli scambi con l’Italia, in particolare con medici provenienti dal Gaslini di Genova, dall’Ospedale di Bergamo e di Bologna, per un progetto medico inerente i bambini con problemi cardiaci e con la Fondazione “Pavarotti and friends” per un progetto di musicoterapica.

Quando iniziamo, Claudia e io, a descrivere il nostro lavoro presso l’Ospedale Buzzi, la drs Mesihović ci interrompe e chiama la Drs Lejla Smaijć, l’unica e giovane psicologa della clinica.

Più tardi ci spostiamo a parlare con lei nel suo piccolo studio. Laureata in psicologia, non ha alcuna specializzazione. Attualmente in Bosnia non esistono scuole di specializzazione post-laurea. Partecipa saltuariamente a qualche workshop di aggiornamento professionale, organizzati prevalentemente da cognitivisti croati, e manifesta un profondo bisogno di ricevere supervisione riguardo alcuni gravi casi. Spesso si confronta in team con i medici dell’ospedale, con i quali c’è un costante dialogo favorito dai momenti comuni di lavoro. Ci spiega che si occupa prevalentemente di diagnosi, che effettua con un’impostazione cognitiva (test di livello, Wisc, etc.), di bambini ospedalizzati e ambulatoriali.

Con Lejla l’incontro piacevole. La sentiamo così vicina a noi. Giovane, alla ricerca di una propria strada per meglio poter fare il suo lavoro, che è anche il nostro; trasmette la sensazione di essere fragile di fronte a richieste di aiuto così grandi e diverse.
Parliamo a lungo nel suo minuscolo studio spesso interrotte da qualche mamma che bussa per chiedere qualcosa.
Le facciamo vedere la presentazione in ppt del nostro lavoro ed ella è interessata anche se in un primo tempo avvertiamo un senso di lontananza. Sembra non esserci una strada da percorrere insieme: quando si parla di incontro con il bambino e i suoi genitori, Lejla ribadisce come primaria la necessità di informare. Le emozioni sembra debbano rimanere fuori dalla porta.

La sua attività con i bambini ricoverati è ridotta al minimo, il suo tempo impegnato nel lavoro diagnostico con bambini che difficilmente rivedrà ancora. Ha incontrato alcuni genitori di bambini che hanno subìto interventi di cardiochirurgia e ha provato a fare delle brevissime osservazioni sui bambini nati pretermine in patologia neonatale. Le raccontiamo la nostra esperienza, di come proseguiamo le osservazioni anche a casa del neonato, una volta dimesso dal reparto

Dichiara il bisogno di non essere da sola, il bisogno e il desiderio di una costante supervisione, di avere riferimenti teorici e pratici per poter lavorare meglio.

Abbiamo l’impressione che rimanga affascinata dal nostro racconto sulla preparazione psicologica all’intervento chirurgico; riconosce che gli interventi spesso sono un trauma per i bambini e per i genitori. Comprende quanto sia importante riuscire a far diminuire l’ansia nei confronti degli interventi chirurgici ma, per il momento, sembra ritenere che per fare ciò sia sufficiente fornire informazioni e rassicurazioni.

Ci accompagna attraverso l’ospedale.

Al Piano terra ci sono gli Ambulatori. Il corridoio è affollato di bambini e di mamme. Ci sono molti altri reparti: cardiologia, nefrologia, gastroeneterologia, neonatologia, neuropediatria, allergologia, endocrinologia, ematooncologia, fisiatria.

Sembra di essere piccole, delle bambine. Sembra di perdersi. Un reparto si sovrappone all’altro sullo stesso piano. Dove inizia uno? Dove finisce l’altro? Cosa c’è dietro quella porta? Ci mostra delle immagini appese al muro: il cuore, disegnato nei minimi particolari; il tubo digerente. In questo modo cercano di informare il bambino. Sembra tutto così difficile da capire anche per noi.
In patologia neonatale sbirciamo nelle stanze. Ci sono alcune culle termiche ma vengono utilizzati anche letti per degenze di persone adulte. Quei bambini prematuri sembrano perdersi in mezzo a lenzuola verdi e immense

C’è una sala giochi che viene gestita da una educatrice dipendente dell’ospedale. Vi regna un po’ di disordine. Con i bambini vengono svolti prevalentemente lavoretti che verranno poi utilizzati per abbellire l’ospedale.

I genitori possono stare in reparto 24 h su 24 quando i bambini sono molto piccoli o molto gravi; altrimenti l’accesso è limitato da 1 a 3 ore, senza un orario di visita stabilito. I genitori non hanno, accanto a quello dei loro bambini, un letto per dormire; si coricano insieme a loro oppure rimangono seduti su una sedia. Generalmente vi sono 4 pazienti per camera.

Quando torniamo nello studio della drs Smaijć, e continuiamo la conversazione, emerge con forza il suo bisogno di sostegno, di confronto. Incominciamo ad immaginarci un modo di lavorare insieme o, almeno, la possibilità che ci sia: partendo da percorsi, realtà, storie differenti per percorrere un pezzo di strada in comune, per concretizzare un’esperienza nuova e diversa, per realizzare un servizio che risponda ai peculiari bisogni dei bambini e dei genitori di Sarajevo. Ci sembra di vedere la possibilità di uno scambio, tra noi e lei, che porti ad un arricchimento reciproco e non a realizzare la clonazione di un modello venuto da lontano.

Così vorremmo si realizzasse un progetto di intervento in un contesto ambientale e culturale diverso dal nostro e a maggior ragione qui, a Sarajevo, dove la diversità è stata ed è, guerra e vita. Insieme incominciamo a cercare un titolo per questo nostro progetto, per questo lavoro di nominare emozioni, dubbi, paure, incertezze, intuizioni. Parole che possano promuovere un nuovo pensiero comune sul lavoro di cura in ospedale, che crei spazi per incontri più umani. Incominciamo a cercare le parole per dirlo.

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