PaginaZero

RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo. #4

Pubblicato da paolo fichera su aprile 4, 2007

Nemo ite [seconda parte]

di Claudia Maspero

La domenica la trascorriamo come i tanti turisti che invadono le vie di Sarajevo, la moschea, la casa turca, la vista dalla terrazza sotto il fortino, i minareti, pita e cevapi, fino a sera quando l’appuntamento questa volta è con Gabrjel. Gabrjel è il responsabile di Sprofondo Bosnia, ceniamo con lui e poi ci accompagna con un pulmino sgangherato in alto al Biban mentre viene sera. La città si accede di luci e suoni, arriva fin lassù la musica suonata in centro. Sarajevo è bellissima.

Lunedì mattina con un po’ di emozione ci facciamo portare da un taxi fino all’ingresso della Klinika Pediatrica, Ospedale Kosevo. L’incontro con la direttrice è piacevole, elogia gli italiani, la bellezza del lago di Como… Entriamo nei dettagli della nostra visita e sembra affascinata da quello che facciamo e dalla nostra giovane età; ci attribuisce circa 22 anni, e noi le lasciamo questa convinzione; si dice disponibile ad ogni forma di collaborazione […].

Nel pomeriggio con Gabriel andiamo a trovare Branka. Branka è una vecchietta che abita sul bordo di una strada, all’interno della Repubblica Srpska. Sprofondo le ha da poco costruito una piccolissima casa bianca, prima abitava in un container, il container è ancora li, dietro la casa pieno di rifiuti, abitato dai ricci, che fanno capolino tra i rifiuti quasi a voler controllare che nessuno li disturbi. “O, italiane, belle italiane” ci dice accogliendoci allegramente. Ci mostra con orgoglio i suoi fiori e il suo piccolo orticello in ordine e ricco di verdure e fiori. Ogni ruga sembra contenere un ricordo, accanto a lei un gattino piccolo, è nato da due giorni. Ci mostra il suo gattino e cambiando tono di voce ci indica che il gattino ha ancora gli occhi chiusi non riesce a vedere. Anche Branka non riesce a vedere bene, ha solo un occhio. Gabrjel si preoccupa delle sue cicatrici, chiede quali medicine deve comprarle, la saluta come un nipote affettuoso e andiamo. “Lei è la mia amica Branka” dice mentre saliamo sul pulmino. Ci porta a vedere la scuola dove durante l’anno ha attivato un progetto di aggregazione tra bambini bosniaci e serbi.

Sara e io torniamo in centro, entriamo nei negozi e nelle librerie, scoviamo due libri interessanti, parliamo, parliamo, ridiamo e pensiamo mentre viene sera e camminiamo fino a casa.

Martedì mattina ore 8.00 partenza, caffè.
Trascorriamo tutta la giornata con Ester e Jenny; questa ci porta a trovare 6 famiglie, il ragazzino diabetico, Safet, la ventitreenne paraplegica, Amela, le tre sorelline che vivono con la mamma in una baracca e il padre alcolista, Ajla e Lejla, i 7 fratelli, la bimba autistica.

Tutti ci aprono la loro casa, ci offrono caffè e ristoro e noi cosa offriamo loro? Incrocio lo sguardo di Sara, entrambe siamo insofferenti, non riusciamo a reggere di stare sedute in silenzio mentre Jenny parla con i genitori nel suo pessimo bosniaco. Senza dire parole ci troviamo entrambe sedute per terra accanto a Samra, 20 mesi, sorellina di Safet, un ragazzino di 15 anni fortemente diabetico. Samra ha portato allegria in quella casa, Safet ora riesce a camminare, si sbaciucchia la sorellina che improvvisa un piccolo show per noi, balla e rimane a bocca aperta quando le mostro la sua immagine sul piccolo schermo della fotocamera digitale. Safet ci chiede di seguirlo, ci porta a vedere una cosa. Sono nati 6 pulcini, li prende e ce li mette sulla mano. Siamo su una altissima collina che guarda tutta Sarajevo, quasi accanto all’antenna della televisione, un panorama da far rimanere senza fiato, con un pulcino spaventato tra le mani, forse non è il solo ad essere spaventato.

Dopo 20 minuti di auto e una ripidissima salita Elmedin parcheggia, raggiungiamo la casa di Ajla. Ci sono tutti i panni stesi, maglie, body. Sulla porta fa capolino una signora, giovane e bella. Dietro di lei tre bambine; la più grande tiene in braccio la piccola (4 anni ad ottobre). Ci fa accomodare nella sua modesta casetta di mattoni e legno, dalla finestra chiusa solo da uno straccio si vede una Sarajevo nuova, l’immenso cimitero del Lav è sotto i nostri occhi. Tutto è in ordine, la televisione è accesa, le bambine sedute composte sul divano. Mentre la mamma si preoccupa di offrirci qualcosa da bere, sorridiamo alle bambine. […] Lejla che ha appena finito la terza classe mostra la pagella prima a Jenny poi a me e Sara. Ha il massimo dei voti in inglese. Io commento con il mio semplice inglese che è davvero brava. Corre a prendere la cartella mi mostra i suoi due libri di inglese e leggiamo insieme pagine e pagine. Anche Ajla mi mostra il suo quaderno, ci sono solo dei disegni. Io mostro loro il mio, scrivo il mio nome e chiedo a Ajla se vuole fare un disegno su un mio foglio bianco. Disegna una casa, scrive il suo nome e me lo consegna. Dico di essere felice. Le regalo il mio foglio con il mio nome e il disegno di un sorriso e scrivo in inglese la parola bacio: a kiss, dico a Sara di aggiungere anche il suo nome, Ajla lo stringe a sè. Iimparamo una parola nuova: bacio in bosniaco. A volte non sono necessarie traduzioni: i gesti intensi e le forti emozioni passano attraverso i corpi e i volti, il desiderio di comunicare è così intenso che abbatte la barriera dell’incomprensione verbale, un disegno, un gesto con la mano, un sorriso bastano per far entrare nella nostra mente queste bambine e forse per qualche ora anche noi occupiamo la loro mente. Andiamo di qua e di là, prendiamo un po’ le distanze da Jenny, lei parla o almeno ci prova, noi giochiamo. Non sempre è semplice, l’ultima famiglia che incontriamo è composta da 7 figli, una femmina la maggiore e 6 maschi. Si spegne la macchina, le portiere sbattono e sulla porta si schierano tutti e 6 mamma compresa. Il più piccolo pelato, scalzo e a petto nudo ha in mano una pistola che abilmente fa ruotare tenendola dal grilletto. Mi spara. Mi spara più volte. Bum, faccio. Ahi, dico. Mi sorride ma continua a tenermi sotto tiro. Gli altri fratelli sembrano meno arrabbiati, il più cicciotto di tutti guarda noi e poi il pallone. Propongo a Sara di giocare a palla, possiamo? Il bambino ci sorride, corre in casa a prendere le ciabatte e subito inizia una partita di pallavolo. Anche gli altri non resistono e ci troviamo a giocare un po’ a calcio un po’ a pallavolo, o semplicemente a lanciare la palla, 6 bambini e 3 palle differenti. Provo a lanciare il pallone più leggero verso il piccolo con la pistola: sorride, grida qualcosa, lancia nel prato la sua pistola e rincorre la palla. Giochiamo per più di mezz’ora sotto il sole cocente, quando riprendo lo zaino per andarmene il bimbo me lo sfila dalle spalle e lo rimette accanto alla porta: “nemo ite” dice. [continua]

About these ads

Al momento l'inserimento di commenti non è consentito.

 
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 27 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: