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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo. #9

Pubblicato da paolo fichera su maggio 4, 2007

I freddi altipiani del recente passato

di stefano fregonese

Siamo tornati a Sarajevo. È fine aprile ma sembra giugno inoltrato. Solo la neve, abbondante sulle alture ci ricorda la stagione invernale appena trascorsa. A Sarajevo pare sempre esserci qualcosa che richiama un ricordo, un’allusione alla memoria, un greve rimando al recente passato. Questa volta però l’atmosfera in città è davvero solare. L’atmosfera al Kocevo, l’Ospedale dove ci rechiamo la mattina presto, è invece inquinata da una miscela di emergenza e persecutorietà, sospetto e annichilimento. Vediamo, sul volto di chi ci accoglie, il sincero sorriso di benvenuto smorzarsi in una smorfia di imbarazzo, e fatichiamo a capire perché. Il gruppo di medici e infermiere si riunisce alla spicciolata.

Poche parole introducono il tema sul quale ci è stato chiesto di lavorare insieme quando ci siamo visti la prima volta a fine febbraio: il supporto psicologico ai genitori e al personale sanitario che quotidianamente si deve confrontare con il problema della morte dei bambini e dei neonati. Durante il lungo viaggio che ci ha riportato in Bosnia abbiamo commentato la notizia, letta online qualche giorno prima, dei cinque bambini morti nell’incendio dell’orfanotrofio di Sarajevo*; dei tredici sopravvissuti ricoverati al Kocevo in condizioni più o meno gravi. Sappiamo di essere venuti a riflettere mentre si devono medicare le ferite ancora fresche di questa nuova tragedia. Ma non possiamo immaginare che lo sbandamento che avvertiamo nel gruppo derivi da eventi ancora più complessi.

Il tema della morte del bambino in ospedale, sembra oggi inaffrontabile ad altro livello se non quello della stringente attualità che vede, il personale della Clinica Pediatrica di Sarajevo al centro di una indagine giudiziaria** per le difficili condizioni in cui opera lo staff e in cui trovano assistenza i pazienti; i genitori dei bambini ricoverati assediati da giornalisti sciacalli; l’istituzione preda del vortice sensazionalistico sollevato da letture approssimative di dati statistici e da sfoghi di dolore incontenibile: undici neonati morti in un mese sono un dato sensibile attorno al quale chi lavora in ospedale si mobilita e si interroga, e su cui chi lavora altrove specula, agitando le telecamere e i codici penali.

Ci troviamo allora a discutere del paradosso che lo sviluppo delle tecnologie sanitarie impone aprendo nuove laceranti questioni etiche e imponendo scelte che non sempre i genitori sono preparati ad affrontare (ma chi lo è veramente?). Spesso, la possibilità di tenere tecnicamente in vita un neonato, data dall’utilizzo dei respiratori, delle incubatrici e dei farmaci, si realizza in contesti ambientali, culturali e psicologici non preparati a sopportarne le conseguenze. La possibilità di rianimare un neonato che non ha i mezzi propri per sopravvivere impone difficili questioni sulla sostenibilità della vita e sui minimi standard di qualità della vita futura del neonato stesso e della sua famiglia.

Questioni che difficilmente possono essere risolte nelle aule giudiziarie, in televisione, o nella solitudine della genitorialità immatura e traumatizzata. Sono questioni che hanno bisogno di una maturazione collettiva che deve avvenire nella comunità nel suo complesso, e non delegata solo ai professionisti. Alla Clinica Pediatrica di Sarajevo ci confrontiamo con medici, infermiere e psicologhe di alto livello professionale, culturale e umano, ma anche con una struttura le cui risorse materiali sono molto limitate, in cui a volte mancano gli spazi, le strumentazioni e il personale per realizzare la giusta integrazione tra efficienza sanitaria e umanizzazione delle cure.

Lavoriamo a lungo il giovedì e ancora il venerdì. Sono ore intense, in cui ciascuno attinge al proprio bagaglio di esperienze e di conoscenze, ma anche di umanità ed emotività, per raccontare o ascoltare frammenti di vita altrui che la mente vorrebbe organizzare come casi clinici ma che nella discussione divengono emozioni trasmesse l’un l’altro, affetti condivisi, memorie comuni, storie lette insieme.

Usciamo dall’Ospedale Kocevo stanchi. Davvero stanchi. Propongo (impongo? Il ruolo di senior me lo consente….) di spostarci al Ilidza . Qualcuno mugugna, vorrebbe partire subito, i mille e più chilometri del viaggio di ritorno sembrano un motivo valido per allontanarci prima possibile dal Kocevo, da Sarajevo, dalla Bosnia stessa, dove dietro la pretesa solarità dello sviluppo e della ricostruzione, si intravedono i freddi altipiani del recente passato, da cui scendono improvvise e gelide folate di violenza e di morte che colpiscono là dove più grande è la fragilità fisica e psichica.

La passeggiata lungo i tre chilometri del viale di Ilidza aiuta la lenta digestione mentale sempre necessaria in questo lavoro. Si parla tra noi, all’ombra delle doppie file di ippocastani che ci accompagnano da un lato e dall’altro. Ci sentiamo protetti. Questo viale ha resistito ai Cetnici: resisterà anche ai nostri dubbi e alle nostre certezze.

∗ Stefano Fregonese, presidente di Spaziopensiero Onlus, psicoterapeuta e psicoanalista del bambino e della famiglia insegna Psicopatologia e Psicologia della Relazione Educativa all’Università di Piacenza.
Sarajevo, 22 aprile (Adnkronos/Dpa) – Un incendio scoppiato in un orfanotrofio di Sarajevo ha provocato la morte di cinque bambini e il ferimento di almeno altri 20, secondo quanto ha riferito la polizia locale. Stando alle fonti ospedaliere, però, si tratterebbe di un bilancio ancora provvisorio del rogo divampato al terzo piano dell’edificio mentre i bambini stavano dormendo. In: http://www.adnkronos.com/
Police investigate death of babies in Sarajevo hospital (DPA) 20 April 2007 SARAJEVO – Sarajevo police and Cantonal Prosecutor opened an investigation in the Sarajevo Clinic Hospital Kosovo after 11 newborn babies died in the last 19 days, the Prosecutor’s Office confirmed Friday. In: http://www.khaleejtimes.com/
In località Ilidza, famosa per le terme romane. si trova anche la sorgente del fiume Bosna.

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