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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

“Racconti dalla Bosnia” a cura di Giacomo Scotti

Posted by Mauro Daltin su giugno 27, 2007

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Nei “Racconti dalla Bosnia” scelti e tradotti da Giacomo Scotti la guida allo spirito di un popolo

di Marina Moretti

Un vero dono per i lettori italiani questa raccolta di racconti dalla Bosnia curata da Giacomo Scotti per la Diabasis Editrice. Testi di grande qualità, ma anche un’operazione letteraria che risponde alla sfida insita nello spostarsi continuo ad est dei confini, quella cioè di una nuova civiltà europea che riunisca alla comune matrice anche ciò che fino a ieri era definito l’Altra Europa.
Giacomo Scotti ha sempre creduto in questo ruolo alto della letteratura, nella sua capacità di farsi mediatrice di conoscenza tra i popoli, di avvicinare il reale con i mezzi dell’invenzione. Come dire la Storia attraverso le storie, a colori invece che col bianco e nero della storiografia. E dal suo privilegiato osservatorio di italiano d’Istria non si è mai sottratto all’impresa. Uomo–ponte tra le culture, in molte occasioni ha ribadito la sua personale condivisione delle idee di Fulvio Tomizza sui “confini intesi come cerniere e non come frontiere e sulla memoria come proiezione dal passato per un futuro migliore”. Da anni propone al pubblico italiano le letterature della ex-jugoslavia, compresa quella italiana dei rimasti, alla cui diffusione ha dedicato un impegno che non esiterei a definire patriottico fuori da ogni nazionalismo, e proprio per questo così spesso ostacolato e misconosciuto.
Una particolare linea etnografico-antropologica lo ha portato a raccogliere materiali del folklore e della tradizione di popoli europei minori, come quelli dell’Istria, della Dalmazia, della Slavia Meridionale, a valorizzarne con saggi e traduzioni le vere e proprie espressioni letterarie. A Scotti si devono fin dagli anni ’70 le prime raccolte di poesia bosniaco-erzegovese apparse in Italia e un importante studio su Ivo Andrić. Anche in quest’ultimo lavoro l’intento letterario sembra sempre trascolorare nell’obiettivo metaletterario, come se il curatore volesse offrirci al di là degli esempi di stile una sorta di guida allo spirito di un popolo.
A cominciare dalla scelta del racconto per illustrare una letteratura che nel campo del romanzo ha nomi come Ivo Andrić e Meša Selimović (rispettivamente Premio Nobel e candidato jugoslavo al Nobel).
Se è vero che la Bosnia era considerata “la narratrice” per eccellenza tra le province letterarie della Jugoslavia, va anche tenuto presente che il racconto rimanda al grembo popolare dell’epos. Il narratore di racconti nasce dal popolo, la sua materia affonda nell’esperienza collettiva che passa di bocca in bocca, venendo da lontano nel tempo o nello spazio (nell’archetipo del contadino che conosce la tradizione e del mercante-artigiano che viaggia). E fra quelli che hanno messo per iscritto le loro storie - ci ricorda Walter Benjamin - i più grandi sono quelli la cui scrittura si distingue meno dalla voce degli infiniti narratori anonimi.
Diciannove tra i maggiori autori bosniaci del ‘900 sono stati qui antologizzati attraverso una trentina di testi, a partire dalle origini della narrativa d’autore alla fine del XIX secolo con la rilevante figura di Petar Kočić, fino ai contemporanei Predrag Matvejević, Božidar Stanišić, e il più giovane Miljenko Jergović, attraverso i giganti Andrić e Selimović. Ma accanto all’inquadratura letteraria il castone di note storiche e geografiche su lingua, alfabeti, costumi, grovigli etnico-religiosi, devastazioni dell’ultimo conflitto, sequele di violente occupazioni(turca, austriaca, nazi-fascista), sembra volutamente costruito per far risaltare nella caleidoscopica mescolanza di Oriente e Occidente quel qualcosa di comune che hanno portato l’uno all’altro, lo spirito coeso d’un popolo, la sua volontà indomita di libertà, la sua capacità di fatalismo e di sopportazione, la fedeltà all’unità della lingua.
Il tema stesso della memoria sotteso a tutto il percorso, come ricerca del tempo e dello spazio che sono stati e che hanno coinvolto in sé uomini, costumi, credenze, soprattutto nelle guerre, conferma questa volontà di sottolineare la continuità e l’unità nella lingua e nella mentalità di un popolo a cui le aggregazioni artificiali su base etnica e le differenziazioni linguistiche imposte dagli oltranzismi nazionali (con l’epurazione di croatismi, turcismi, serbismi nelle singole aree) sembrano togliere la possibilità del futuro. Si aggiunga che molti scrittori formatisi nel passato unitario non vivono più nella loro terra dispersi in una continua diaspora, e che questo impoverimento favorisce ulteriormente la disgregazione.
All’opposto l’operazione di Scotti scolpisce un volto pacificato della gente bosniaca pur stretta nella tenaglia della natura e della storia. Una narrativa di livello, che avverte il modernismo novecentesco e le avanguardie, ma è ancora vicina all’oralità originaria, al piacere del raccontare e dell’ascoltare, vissuti come consolazione, appartenenza, memoria, desiderio di resistere alla durezza della vita: eglenisati o divaniti è il termine bosniaco che esprime questo piacere.Racconti che sanno suscitare il cuore ingenuo nel lettore attraverso la formula fiabesca. Il meraviglioso è in agguato ad ogni svolta e irrompe nelle forme più disparate. Così nel paesaggio, dove la Bosnia oscura e selvaggia come un gigante incombe su uomini e situazioni. Oppure è certo esotismo mussulmano ed ebraico con i suoi rituali, il suo apparato sovrannaturale di angeli e demoni, come nei racconti di Simić e di Isak Samokovlja. Altre volte sono i particolari anatomici ad essere giocati come talismani, le gambe arcuate dei cavalieri di Sijarić, gli occhi del giannizzero di Risojević; oppure è il realismo magico di Marjanović, o la metamorfisi allucinatoria di Trifković, a scatenare la meraviglia, tutta giocata sull’ambiguità morale dell’uomo e della donna.
Fiabesca è spesso -in Andrić, Jevtić, Marijanović -la concezione stessa del destino, incantesimo e maledizione insiti negli elementi fondativi del paesaggio, che irrigidiscono il cuore e la mente degli uomini e li colpiscono con la pazzia della violenza e della morte.
Anche la tecnica del racconto dentro il racconto richiama lo schema orientale della fiaba, dove i piani della narrazione risultano così fluidi e intersecati da renderne difficile lo sbroglio, e la natura aperta riconferma nel narratore l’artigiano di una materia collettiva, in cui le singole fini non sono gli accadimenti irrimediabili del romanzo dopo i quali il lettore è invitato ad indagare il senso della vita.
Più propriamente alla favola rimanda invece certo carattere morale-pedagogico. In alcuni casi veri e propri apologhi in forma animale (Aska, Jablan), ma più spesso è la gnome non detta e implicita a determinare l’esemplarità della sorte individuale. Può essere divertente per il lettore – per me lo è stato- il gioco di porre lui stesso la sentenza alla fine del racconto.
Al centro della narrazione il tipo umano del giusto, che coincide con il resistente, il sopravvissuto al naufragio collettivo, di cui la guerra è la cifra esemplare. Eroe popolare personificato da figure diverse. Il combattente per la libertà sempre uguale nelle epoche dall’ aiducco di Andrić al partigiano di Copić. Il saggio che incarna ciò che c’è di misericordioso nel mondo, come l’eremita di Simić che perdona l’adultera comprendendone l’infelicità, il soldato Mario che soccorre la famiglia di Matvejević, oppure il traghettatore di Selimović che aiuta un giovane partigiano a raggiungere il figlioletto. Altre volte il giusto è colui che sa decifrare la verità oltre le apparenze, nel racconto di Jerković il profeta Maometto che vede in un ubriacone un uomo buono e gli fa dare degna sepoltura. Ma anche l’astuto che sa difendere sé e i suoi dalla sopraffazione dei più forti ne è un ulteriore variante, l’ebrea Saruccia che riesce a far allattare suo figlio nonostante per necessità debba fare da balia al figlio dei ricchi. Questo tipo incarna la capacità di adattamento e di sopravvivenza del popolo. Il vecchio Mikailo di Jasenizze nel racconto di Selimović si destreggia tra cetnici, mussulmani e partigiani per non far andare i suoi in guerra, tipico eroe dell’antica sopravvivenza guidata dall’astuzia, a cui si contrappongono però i giovani partigiani con la loro speranza e la loro volontà di cambiare il vecchio ordine.

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