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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

BOLESŁAW LEŚMIAN: IL POETA POLACCO DEL VERSO DI-VERSO

Pubblicato da paolo fichera su dicembre 17, 2008

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BOLESŁAW LEŚMIAN: IL POETA POLACCO DEL VERSO DI-VERSO

di Ilaria De Nuzzo

Bolesław Leśmian rappresenta un caso straordinario nella letteratura polacca – e, oserei dire, mondiale – di tutti i tempi. A lungo gli fu dato esiguo spazio nelle Storie della letteratura “di casa”, ed ancora oggi ne trova pochissimo in quelle fuori porta. Il primo accidente si spiega con i tempi propagandistici e tutt’altro che di libertà di espressione, pensiero e scelte culturali che la Polonia ha attraversato nell’ultimo secolo- e non solo- e che videro il poeta passare in secondo piano per far posto a quelle voci che, per vocazione o per dovere, portarono avanti le cause sociale e politica. Il fatto che all’estero sia rimasto sconosciuto, e che anche successivamente alle sua “rivelazione” non si siano mossi passi significativi nel senso della propagazione del suo operato, si spiega anche – ahi noi traduttori! – con l’immane difficoltà di convertire il suo codice linguistico in qualcosa di pacatamente simile e modestamente equivalente sul piano espressivo. La fantasia di Leśmian nell’accostare immagini e produrre neologismi è sorprendente per il madrelingua polacco, sconvolgente per l’impavido straniero. Eppure, proprio questo incendia la fantasia e la voglia di proseguire per questo sentiero, guidati da una musicalità del verso che ha gettato, in modo consapevole oppure no, le basi per una poesia auto-produttrice e nuova che “risvegli l’attenzione già morta dell’ascoltatore ed ecciti di nuovo l’entusiasmo creatore nello stesso autore”(1) .
Impresa ardua, il tentativo di inquadrare Leśmian e la sua variegata opera in un cronotopo (2) se non coincidente, quantomeno coerente con le definizioni che della sua poetica si ebbero: espressionista, simbolista, realista, modernista, …ista, …ista, …ista: fu bravissimo, il nostro poeta, ad eludere ogni movimento, ogni corrente, ogni possibile definizione, facendo parte al contempo di tutto e lasciando un segno indelebile, al quale non ci si può rivolgere con sentimento che non sia di riconoscenza.
Il solo scopo che mi prefiggo scrivendo quanto segue, è quello di suscitare interesse ed ammirazione nei confronti di una personalità che fu ogni cosa e il suo contrario, che appartiene ad ogni tempo ed è pur sempre anzitempo, che fu in grado di indagare l’uomo di ogni epoca, puntando i piedi in una tradizione popolare, quella slava, da una prospettiva di universale tragicità ed irripetibilità.

CENNI BIOGRAFICI E BIBLIOGRAFICI
1877/8? (3) Nasce a Varsavia. La sua casa è una sorta di salotto letterario improvvisato, nel quale circolano soprattutto intellettuali russi.
Morta la madre, si trasferisce a Kiev con il padre, e qui intraprende i suoi studi presso la Facoltà di Giurisprudenza. A lezione di filosofia scopre le teorie di Bergson e vi aderisce con profondo entusiasmo.
1901 Ritorna a Varsavia, dove dà inizio alle sue pubblicazioni sulla rivista letteraria «Chimera», fondata dal movimento modernista Młoda Polska.
1903 Parte per Monaco, poi si trasferisce a Parigi, dove si sposa; qui stringe amicizia col poeta russo K. Bal’mont. Pubblica versi in russo su varie riviste, preannunciando la profondità delle sue tematiche.
1907 Rientra a Varsavia e continua le collaborazioni a giornali e riviste.
1911 Fonda il Teatro Artistico.
1912 Pubblica la prima raccolta di poesie, Sad rozstajny (Frutteto al quadrivio).
1914 Dopo un breve soggiorno a Cannes, rientra in Polonia, e a Łódź è direttore letterario del Teatro Polacco.
1918 Ha inizio la sua attività come notaio, che continuerà sino al 1929, quando attraverserà una grava crisi finanziaria.
1920 Pubblica Łąka (Il prato).
1933 Viene chiamato a far parte della PAL (Accademia Polacca di Letteratura).
1936 Dopo essersi trasferito a Varsavia con la famiglia, pubblica Napój cienisty (Filtro d’ombre).
1937 Muore per un attacco di cuore. Usciranno postume le due raccolte Dziejba Leśna (Accadimento boschivo), 1938 e Klechdy polskie (Leggende polacche), 1956.

La biografia di Bolesław Leśmian dice poco sulla sua produzione poetica. Giustifica sicuramente il suo bilinguismo (polacco e russo furono per lui interscambiabili) ed indica la passione e l’entusiasmo nei confronti della letteratura e della vita culturale. I contatti con gli intellettuali russi spiegano anche la sua vicinanza al simbolismo russo; il fascino esercitato dalle teorie di Bergson rende più semplice la comprensione della sua visione dell’esistenza come metamorfosi creatrice. Tutto questo non dà tuttavia segnali concreti circa lo sviluppo delle sue personali visioni del mondo e della Natura, dei suoi commenti quanto mai filosofici su poesia e ritmo, della sua rispettosa distorsione di concetti come Dio e Creazione. Quello che inizialmente sembrava essere un hobby, un’evasione dalla vita borghese nella quale si era ritrovato a vivere, assunse i caratteri di un impegno di vita, costantemente coltivato e maturato in una cura della forma che è tuttora irriproducibile e con una profondità ed una coerenza di contenuto che lo avvicinano all’immagine di un meta-poeta, un filosofo del verso che ha tradotto in componimenti quello che ha studiato e teorizzato con la spontaneità di un prescelto. Per quanto naturale, nulla risulta casuale o abbozzato, nella produzione di Leśmian, ma tutto sembra incluso in un grande libro pensato all’inizio, dove la rottura col vecchio verso e l’affermazione del vero spirito poetico vengono perpetrati in un susseguirsi di realtà chimeriche, oniriche, popolari, a volte, quasi a ricercare alle origini quel senso di fantastico che con il tempo è andato perdendosi o occultandosi a favore del messaggio e dell’insegnamento.

Prima di riportare alcune poesie in traduzione, traccio le linee guida dei temi in esse affrontati e del modo di affrontarli, cercando di non andare troppo nello specifico, ma di evidenziare le principali note stilistiche e semantiche che possano servire, a chi motivato, da spunto per una più approfondita esplorazione di questo universo di analogie e neologie improbabili quanto credibili.

TEMI, POETICA, STILE
Ammirata, mi sono immessa nel mondo leśmiano con riverenza; il timore di calpestare sentieri troppo profondi, lasciandomi condizionare al punto da ritrovarmi persa in questo bosco di segni, è stato forte, fortissimo, quasi in grado di farmi arrendere. Non l’ho fatto, troppo era il fascino di questo universo galleggiante tra realtà e finzione, mai artificioso, ma sempre fortemente reale nella mente di chi l’ha pensato. Così tentandomi, ho appreso quel desiderio di ritorno alla Natura, quell’adorazione per gli alberi, quello slancio verso il verde che altri autori hanno già espresso o continuano a manifestare, ma che con Leśmian diventa verdezza, una proprietà che egli ha saputo condensare in liriche sempre diverse ma del tutto consonanti tra loro. Non solo tra verso e verso, ma tra poesia e poesia, tra raccolta e raccolta si avvertono quel ritmo, quella rima che egli intendeva come entità autonome e produttrici di vita, sovvertendo il concetto di Creatore e confondendone l’identità sino a convincere il lettore di un errore della storia, di una genealogia imperfetta nello sviluppo del mondo.
Dio è debole, la Natura è forte; Dio china il capo, si arrende, si perde in foglie ed arbusti; chiede l’immortalità agli uomini per non deluderli. Il poeta lo immagina scalzo, imbarazzato, impreparato, colpevole di una situazione sfuggita al suo controllo; impotente, fragile, eccessivamente umano. Perché in Leśmian il dramma non è che Dio non esista, ma che Dio esista troppo, e che non sia in grado di sostenere la sua essenza reale e quelle continue trasformazioni che anche Egli, tramite la sua Creazione, attraversa su un piano percettivo. Metamorfosi, queste, che portano alla Morte ed anche oltre: la decomposizione dei corpi, il loro doloroso perdurare su un piano mentale, pur senza reale contatto, ma con un bagaglio di ricordi e di nostalgie che inesorabilmente li àncorano alla terra. Dio ha paura di questo, ha paura dell’irripetibilità della vita, l’ha data tutta nella Creazione e a Lui non è rimasta che la Morte. Quel profondo senso di tragicità, che non si risolve con la fine, Gli rimane accanto per riportarGli alla memoria l’esito del suo canto, la sua dipendenza dalla Creatura, il perduto dono dello spirito vitale, che ha estinto sino all’ultimo soffio. Questa sconfitta consapevole del Dio diventa sfida da parte delle Creazione e trionfo dell’Arte, l’unica via di immortalità e di redenzione, perché nell’Arte ogni delitto si condensa in un fatto, rimane immagine e rimane per sempre. La musica che ha svuotato il petto di Dio sino alla sua impotenza, può riempire di divina sostanza chi la ascolta. Ecco come ogni elemento della creazione contiene in sé un che di divino; allo stesso modo Dio implicita qualcosa di umano: si annulla del tutto ogni gerarchia tra le categorie dell’esistenza.
In questa visione si inquadra anche l’erotismo. Per quanto materiale, concreto, brutale e a volte grottesco l’atto sessuale venga dipinto, esso conserva comunque un sostrato spirituale, un segreto ed intimo legame con la Natura, al punto da elevarlo ad atto di ricongiungimento con la Creazione stessa. La Natura, gli arbusti, i cespugli diventano partecipi dell’amplesso, lo cullano, protetti a loro volta da Dio; si verifica un rapporto orgiastico che spazza via l’opposizione tra erotismo e spiritualità, sino ad ora clichè sociale, coinvolgendo tutte le espressioni dell’essere. Il movimento dell’atto sessuale comporta un dinamismo che Leśmian esalta poi ad ogni livello, introducendo anche la danza come fondamentale componente della rappresentazione della realtà. La componente mimica ed il gesto sono mezzi per scandire la musica e partecipare ancora una volta dell’atto creativo; sono in essa compresi libidine e morte: un turbine peccaminoso che solo l’Arte scioglie in ritmo e redime incondizionatamente.
Per esporre tali temi, Leśmian usò un linguaggio che oggi, a decine d’anni di distanza e progressi significativi nel campo della linguistica e dell’analisi espressiva, è ancora di difficile riproduzione e di difficilissima traduzione. La sua fecondità linguistica è andata oltre le già immense possibilità della lingua polacca; suffissazione e prefissazione hanno collaborato alla demiurgica volontà del poeta in modo strano ma mai estraneo alla realtà della lingua, fino ad arrivare ad una produzione deverbale che compie il definitivo passaggio dal piano filosofico-astratto a quello lessicale-concreto e concretizzato. Il poeta non avrebbe meglio potuto esprimere le sue originali posizioni filosofiche se non generando un suo linguaggio in grado di cogliere le sfumature intime del pensiero, che la perifrasi non è in grado di esplicare efficacemente. A queste varietà ed originalità del lessico di Leśmian si aggiunge il fascino esercitato dai prestiti e dagli adattamenti dalla lingua russa, i quali dotano i componimenti anche di un elemento di estraneità che rende il tutto più esotico, quindi più attraente. Infine, ma non in ordine di importanza, le sue poesie sono scandite da ritmo e musicalità perfetti, sempre in armonia con i temi trattati, corredati di rime precise ma mai artificiose. Leśmian ha lasciato un saggio, Alle sorgenti del ritmo (4), che sottolinea la necessità del ritmo come movimento di creazione, di gestione della parola, di simbiosi con ogni componente della vita. Nell’atto sessuale, nella morte, nell’arte, il ritmo dona la ripetibilità che altrimenti, per loro natura, essi non avrebbero.

Propongo ora delle poesie (5) che possano rendere più concreto, agli occhi del lettore, quanto detto sinora in termini teorici. La selezione ha seguito il gusto di chi scrive, ma anche il criterio dell’attinenza alle nozioni sopra riportate, con l’intento di dimostrare nei fatti quello che ho precedentemente esposto. Se dal punto di vista dei contenuti posso ritenermi modestamente soddisfatta della traduzione che dei componimenti ho fatto, agendo nel rispetto ossessivo del loro significato, dal punto di vista stilistico sono pienamente consapevole di aver riprodotto troppo pallidamente la musicalità dell’originale, mea culpa. Del resto, non a caso ho preventivato possibili fallimenti in questo senso, giustificandoli con le difficoltà intrinseche della poetica di questo grande autore.

CREPUSCOLO IRREVOCABILE
Si inrosa al crepuscolo la tua lettera sbiadita…
Un carro romba dietro la finestra. Forse se ne sta andando
Proprio il mio sogno in un’oscurità maligna – cantando e scarrozzando…
Nel cielo: di nuvole spicciole la gara insuperbita!

Il tramonto, accucciandosi, sbiadì. È nei cieli la parte restante
Di Dio! Oh! Credere in quel Resto e in quell’errore perdurare!
Avere una parte vertiginosa nella storia della stella più distante
E già anzitempo, con ciò che sarà, inargentare…

Oppure lì, dove i dolori del mondo sulle vette nevicano,
In quella neve, in quell’ultracandido trapasso, rinvenire,
Verso un rifugio, due palmi affranti, privi di avvenire,
E baciare, senza sapere a chi appartengano.

Quando nel primaverile offuscamento i tuoi palmi baciavo,
Cosa sapevo di te? Niente: sognare mio effimero!
I tremori e l’anima tuoi, e gli occhi, amavo,
Ed il mondo intero – e le labbra – e di nuovo il mondo intero.

IL PRIMO APPUNTAMENTO
Il primo appuntamento oltre la tomba! Una porta spalancata.
Avanza veloce!… Bacia quel cespuglio strada facendo!
Si tratta di te? Sei ancora la stessa – eppure già cambiata?
Rassicura!… Fai un segno con la mano! La vista si sta indebolendo…

Non ci sono segni! Nel nulla già da molto sono svaniti!
Non c’è alcuna certezza! Nessuno in noi confida!…
Si sono azzittite le risa nell’oscurità e i pianti son finiti.
Il tempo… Nella ragnatela agli angoli si annida.

Cedi il passo alle falene e ai fiori!… Rifuggi verso l’abbaglio!…
Forse di più reale v’è questo: un pagliaio…
Perché piangi?- Per la gente assorta nell’esistenza,
È appena un tremore dei fasci lunari, la nostra sofferenza.

Lì, IN TERRA STRANIERA…
Lì, in terra straniera, quando la notte eterna mi darà
Il sostegno del vuoto nell’infinito,
Me ne andrò, tra le morti smarrito,
E quanto incontrerò – non mi apparterrà.

Colmo di oscurità orfana e di paura,
Sarò a me stesso estranea apparizione-
E allora con che amore e convinzione
Pregherò della betulla anche solo la figura!

In che modo brucerei con una lacrima di brio,
Se all’improvviso nelle tenebre dell’inetto
Mi imbattessi, col palmo in cerca di Dio,
In fiori di gelsomino o in un nido d’uccelletto.

NEL CESPUGLIO DI LAMPONI
Nel cespuglio di lamponi, fino al capo affondati
Al riparo dalla vista dei curiosi, per lunghe ore
Coglievamo i frutti quella notte maturati.
Avevi le dita qua e là insanguinate del loro umore.

Come a minacciare i fiori, ronzava gravemente un calabrone iroso,
Scaldava al sole i bozzi color ruggine la foglia malata,
Rilucevano brandelli di ragnatela lacerata
E sul dorso andava all’indietro uno scarabeo peloso.

Emanava afa dai lamponi che, sussurrando, raccoglievi,
Ma solo allora il nostro sussurro nel loro profumo taceva:
Quando con le labbra estraevo dal palmo che mi porgevi
I frutti, impregnati del profumo che il tuo corpo effondeva.

E divennero i lamponi strumento di carezza
Quella iniziale, quella meravigliata, che in tutto il firmamento
Se stessa conosce e nessun altro rapimento
E continuamente vuole ripetersi per una privata stranezza.

E non so, in quale istante, come sia successo,
Quando mi toccasti con il labbro la fronte che sudava;
Afferrai le tue mani – le offrivi nell’ammasso,
Ed ancora il cespuglio di lamponi intorno perdurava.

_______________________

(1) Leśmian, B., Trattato sulla poesia, trad. di Pietro Marchesani, in «Niebo» n. 11, EDIGRAF, febbraio-marzo 1980, p. 95.
(2) La categoria del xронотоп, in russo, cronotopo, in italiano, definisce quell’unità spazio-temporale che lo studioso Michail Bachtin pone alla base dell’opera letteraria e della sua analisi.
(3) La controversia circa la data nasce dalle differenze tra il calendario giuliano, utilizzato dagli ortodossi, e quello gregoriano, usato dai cristiani. Varsavia era, in quegli anni, sotto il dominio russo, per cui vennero registrate entrambe le datazioni. Parlando di sé, Leśmian ha sempre indicato il ’78 come sua data di nascita; riporto tuttavia entrambe le opzioni per amor di cronaca.
(4) Ristampato in: Leśmian, B., Szkice literackie, PIW, Varsavia 1959, pp. 69-75.
(5) Le poesie riportate sono tratte dalle seguenti raccolte: Crepuscolo irrevocabile e Il primo appuntamento da Napój cienisty (Filtro d’ombre); Lì, in terra straniera… e Nel cespuglio di lamponi da Łąka (Il prato).

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