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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Che cos’è un golem?

Pubblicato da paolo fichera su marzo 18, 2010

di Maria Korporal

Che cos’è un Golem? In ebraico antico la parola sembra che abbia significato l’embrione umano, l’esistenza imperfetta prima della creazione. Il nome appare nella Bibbia al verso 16 del salmo 138: “I Tuoi occhi videro il mio golem…” Nella filosofia ebraica del medioevo il termine indicava materia viva ma ancora senza forma. Nella Germania del XII-XIII secolo i mistici hassidici sperimentavano un rito oscuro, dove il potere cabalistico dell’alfabeto ebraico veniva usato per manipolare la materia terrosa fino ad animarla, cioè a crearne un “golem”; una specie di simulazione della creazione di Adamo dal fango. Queste usanze mistiche e filosofiche diedero vita ad una serie di leggende sul Golem, che diventò uno dei più importanti temi del folklore ebraico e della letteratura yiddish. Queste leggende hanno in comune un rabbino o un cabalista che crea un fantoccio d’argilla, con sulla fronte scritta la parola EMETH, che vuol dire verità e che possiede il potere di animare la creatura. Il Golem può essere disattivato cancellando la prima lettera, facendolo crollare a terra sotto il potere di METH, cioè morte. In molte versioni il Golem viene creato per proteggere gli ebrei dai loro innumerevoli nemici sempre pronti alle calunnie antisemitiche e alle persecuzioni, in altre appare come automa o robot primitivo per aiutare nei lavori domestici. Di solito il Golem viene descritto come un simpatico e goffo individuo. Tuttavia, in quasi tutte le storie si arriva sempre ad un momento fatale: il rabbino dimentica di cancellare la lettera del potere per disattivare il Golem quando non serve, e il fantoccio d’argilla cresce a dismisura fino a scatenarsi e a minacciare il suo creatore. Alla fine si riesce sempre a sopraffare la creatura.
Ci sono chiare affinità tra la leggenda del Golem e quella dell’Homunculus di Paracelso, un piccolo uomo creato in una storta o in un vaso, che appare in testi alchemici del Rinascimento e di cui fece menzione anche Goethe nel suo Faust. Altre analogie possiamo trovare nel romanzo gotico Frankenstein di Mary Shelley pubblicato nel 1818.
Durante il diciannovesimo secolo fino ai giorni nostri, il Golem è diventato un punto di partenza per creativi: dagli scrittori ai cineasti, dai filosofi agli scienziati, che di volta in volta lo hanno trasformato in un simbolo della tecnica moderna, cattiva o buona che essa sia. Tra le numerose opere letterarie che hanno come protagonista il Golem o i suoi derivati, spicca Der Golem di Gustav Meyrink, scrittore e occultista praghese, pubblicato per la prima volta nel 1915. Questo romanzo tratta la leggenda in modo piuttosto singolare: nella Praga della fine del ‘800, tutto quello che è rimasto del Golem è una piccola statuetta di argilla, conservata nella Vecchia Sinagoga, dopo averlo disattivato definitivamente. Tuttavia, qualcosa della leggenda è ancora viva tra gli abitanti del Ghetto; generazioni dopo generazioni testimoniano di aver visto il Golem. Si manifesta una volta ogni trentatré anni, appare sulle strade di Praga e alla fine sparisce sempre in un certo palazzo, in una stanza senza porte, nella quale nessuno mai è riuscito entrare. Nonostante le descrizioni abbastanza concrete della figura, il Golem rimane una forma vuota, che viene animata da chi lo incontra. Der Golem di Meyrink viene spesso considerato come l’incarnazione dello spirito del ghetto ebraico, ovvero dell’immaginario collettivo di un popolo. Allo stesso tempo però si pone il problema dell’identità individuale: l’immaginato si confonde con l’immaginatore. È significativo che il protagonista del romanzo, l’orefice Athanasius Pernath, riconosce nel Golem le sue proprie fattezze. Il Golem è il suo sosia, e, nel corso della storia, le identità si vanno mischiando sempre di più. Pernath finisce per trovarsi nella stanza senza finestre, cioè la parte della mente non accessibile alla coscienza normale. Diventa sempre più difficile distinguere la verità dalla falsità. La confusione raggiunge il suo culmine nell’ultimo capitolo del romanzo. Qui il vero protagonista del libro si sveglia da un lungo e tormentato sonno: tutta la storia è stata un sogno. Il sognatore Pernath è a sua volta sognato e, come risulta alla fine del libro, è stato proprio lui a indurre il protagonista al sogno (tramite potere alchimico- cabalistico, elemento sempre presente nei libri di Meyrink).
“Il sognatore sognato” è un tema molto affascinante che possiamo trovare anche nel bellissimo racconto “Le rovine circolari” (Finzioni, 1944) di Jorge Luis Borges, poeta e scrittore argentino, maestro dell’immaginario. L’autore stesso rivela le affinità tra questo racconto e la sua poesia “Il Golem”, nel Prologo della raccolta L’altro, lo stesso (1964). La storia “Le rovine circolari” è di grande interesse. Il protagonista si è proposto di sognare un uomo, “voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà”. Anni passano, centinaia di notti di sogni prima caotici, poi teorici, e alla fine, passo per passo, il sognatore riesce a concretizzare un uomo. Comincia con il cuore: “Lo sognò attivo, caldo, segreto, della grandezza d’un pugno serrato, color granata nella penombra d’un corpo umano ancora senza volto né sesso; con minuzioso amore lo sognò, durante quattordici lucide notti. Ogni notte lo percepiva con maggiore evidenza. Non lo toccava: si limitava ad esserne testimone, a osservarlo, talvolta a correggerlo con lo sguardo. Lo percepiva, lo viveva, da molte distanze e sotto molti angoli. La quattordicesima notte sfiorò con l’indice l’arteria polmonare e poi tutto il cuore, di fuori e di dentro. L’esame lo soddisfece.” Notti e notti ancora, e finalmente il sognatore è riuscito a realizzare la sua creatura. L’uomo sognato non si distingue da un uomo vero, tranne per il fatto che è insensibile al fuoco. Alla fine del racconto, le rovine circolari (le rovine di un tempio antico, dove si è svolta la storia) vengono colpite da un incendio. Il protagonista, ormai invecchiato, invece di fuggire decide di restare lì: “Pensò, un istante, di rifugiarsi nell’acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognando.”
In genere, il Golem è muto; solo Dio è in grado di dare la parola alle sue creature, ed è stato l’Uomo l’unico eletto a ricevere questo dono. Eppure, sì, fino a un paio di anni fà si poteva sentire la voce del Golem: da martedì a venerdì, alle 8:35 su Radio Rai Uno andava in onda “Golem”, un divertente programma radiofonico ideato e condotto da Gianluca Nicoletti, che parlava del mondo della televisione in vena satirica e ne faceva una intelligente critica. Perché Nicoletti ha scelto il nome “Golem”? Nel suo libro Golem. Idoli e televisioni (pubblicato da RAI-ERI nel 1999), racconta di essere rimasto affascinato dal film Der Golem, girato e interpretato da Paul Wegener negli anni venti: “Mi aveva colpito la drammatica inespressività del robot protagonista, ridicolo fantoccio con illusione di umanità. Proprio il prototipo dell’uomo televisivo.” Dopo un approfondimento della leggenda e dei suoi derivati, sottolineando che, in tutte le versioni, il Golem finisce sempre a rivoltarsi verso il proprio creatore (“convince se stesso di esistere”), Nicoletti conclude: “Non è difficile a questo punto identificare la grande macchina, il macroGolem, il robot antesignano di tutti i mostri di Frankenstein, Robocop, Terminator e cyborg di varia natura, ora nella sua ultima manifestazione di mostro collettivo, impersonale e altamente virale. Ce lo troviamo di fronte per gran parte del nostro tempo utile, ci osserva con lo sguardo da ciclope, ci studia e ci riproduce, anzi ci copia nel suo delirio senza uscita di creatura e creatore allo stesso tempo.”

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