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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Editoriale del numero 10: Libertà di pensiero nell’Era della meta-vita

Posted by paolo fichera su febbraio 15, 2007

Tra le frontiere fisiche, fatte di permessi, dogane, controlli, possibilità e necessità di attraversare, di migrare, di andare dove vi è una possibilità, di migrare perché altri hanno deciso che quella è l’unica nostra possibilità, si incunea la letteratura, l’essere stranieri in una lingua straniera, l’iniziare il percorso da una lingua-madre a una lingua-altra che accoglie tutti coloro che la vogliono percorrere: le letterature di frontiera.
Il varco in una lingua altra, con tutto quello che comporta, è un passo ammantato da un’altra frontiera che percorrono, restando immobili, milioni di individui: la frontiera dell’informazione. Una frontiera sottile come una pellicola, che non si mostra, che condiziona, crea il pensiero e che si rileva ogni volta che la nostra abitudine si discosta da un binario prestabilito, da una notizia sentita, dall’illusione di essere informati.
Ogni volta che incontriamo un vecchio filmato di Pasolini, in bianco e nero, che intervistato da Enzo Biagi sulla importante funzione della televisione come mezzo per informare i cittadini, ribatte che la televisione è il sistema più anti-democratico che esista, un sistema feroce, dove neanche lui può dire quello che vuole. Uno parla e un altro non può ribattere.
Ti racconto un fatto che tu non hai visto e mai vedrai, di cui non hai conoscenza diretta e tu ormai non metti più in dubbio che quel fatto sia vero, che è avvenuto così, che forse un altro fatto più importante è avvenuto ma non te lo hanno detto. Un filtro, una dogana, dove il cosa, il come, il perché, il quando di un fatto, di una serie di fatti, viene deciso da altri. Prestabilito secondo una logica, delle esigenze, una volontà che è la loro. Ti confeziono un telegiornale dove i fatti si susseguono uno di fila all’altro, in fretta, slegati fra loro e dove l’omicidio, la scelta politica e la partita di calcio hanno lo stesso peso. Una tecnica per annullare il senso critico e impostare un codice ontologico prestabilito a cui poi l’individuo si atterrà e che guiderà le sue azioni.

Chi stabilisce tutto ciò? Chi detta le regole del gioco? Noam Chomsky, intellettuale americano, dichiara che i media (stampa e televisioni) sono gli strumenti in mano ai gruppi di potere economico e politico, in una commistione solida, per condizionare la popolazione e fargli condividere i loro stessi interessi. Io ti informo ma solo su ciò che io voglio, nel modo in cui io voglio, affinché tu creda a ciò che io voglio. La credenza democratica: informazione uguale verità è in tal modo minata e resa un’illusione alla sua origine.
Le persone non hanno le competenze, le possibilità di andare a fondo, di aprire una breccia nella nebbia di non verità che offusca loro la vista. Le persone accettano e non mettono più in discussione e l’élite politica ed economica crea le situazioni e la storia; le persone sono ormai massa, spettatori di un teatro a cui credono di appartenere votando quando sono chiamati.
Nell’era della comunicazione globale i cinque sesti dell’umanità non può accedere ai mezzi di informazione. Internet che ha aperto varchi e che concede numerose possibilità di conoscere i fatti in vesti non ordinarie rispetto all’informazione di Stato è chiusa all’accesso da dogane linguistiche: delle 6000 lingue parlate al mondo il 90% non sono rappresentate in rete e non è consentito creare nomi di dominio in molte lingue e varianti linguistiche e molti gruppi etnici non hanno accesso alla rete con il loro linguaggio.
Non si può certo pretendere che in nazioni vittime di estrema miseria e sottoposte a regimi dittatoriali le persone abbiano la volontà, i mezzi, l’istruzione, la forza per aprire varchi e darsi la possibilità di una veritiera informazione.
Diverso il discorso in paesi come l’Italia dove pur potendo e dovendo interessare il tema della libertà di espressione e della situazione degli scrittori perseguitati nel mondo pare non avere la minima importanza per la società.
Leggendo le cifre della persecuzione che gli scrittori, i giornalisti subiscono nel mondo si rimane allibiti. Secondo le statistiche del Writers in prison Committee nel 2005: “26 giornalisti e scrittori uccisi, 12 giornalisti scomparsi e dei quali non si hanno notizie, 79 denunce per minacce e maltrattamenti, 157 casi di aggressione, 140 giornalisti e scrittori incarcerati, 148 sono sotto processo, 62 vittime di attentati e 10 sequestrati. Inoltre nei primi sei mesi del 2005, 700 tra scrittori, poeti e giornalisti in 100 paesi sono stati perseguitati per aver espresso le loro opinioni. Dall’11 settembre 2001 ad oggi sono stati uccisi oltre 50 di loro e molti altri sono stati oggetto di attentati.”.
Questi sono i numeri, ma la situazione come spesso accade è più complessa delle cifre. Predrag Matvejevic è stato condannato dal Tribunale di Zagabria per aver definito Tudjman un talebano, Orhan Pamuk è stato processato dal Governo Turco per aver scritto riguardo all’eccidio degli armeni, Peter Handke è stato boicottato a più riprese per quello che ha detto riguardo alla criminalizzazione del popolo serbo durante e dopo la guerra in Jugoslavia, giornalisti indipendenti come Enzo Baldoni, Anja Politoskajia sono stati uccisi, Giuliana Sgrena e molti altri hanno rischiato la vita a causa delle loro inchieste. Si tratta di casi difficilmente raggruppabili in un’unica definizione e ognuno con la propria specificità, ma probabilmente dimostrano una tendenza che ha a che fare con parole quali “indipendenza”, “libertà di stampa”, “libertà di espressione”.
Verrebbe da dire che un libro, un articolo, un reportage hanno ancora una intrinseca forza, che la figura dell’intellettuale libero da padroni è ancora viva nella nostra società, che le parole possono fare male, ferire e debbano essere controllate, eliminate, modificate, come i diktat di orwelliana memoria. Si dice che i libri non contano nulla, che sono altre le cose che fanno girare il mondo (soldi, politica, guerre), ma a ben vedere forse le cose non stanno proprio così. Se un libro denuncia, accusa, punta il dito, scava dove non deve scavare, non è più neutro, ma si trasforma in un oggetto che può scuotere, far riflettere, dire dove si nasconde la verità al di là di quello che ci viene imposto dalle televisioni o dai mass media.

*

Da sempre gli intellettuali hanno subito censure, processi e condanne, ma la situazione nell’ultimo periodo sembra essersi inasprita, complice l’uso dei sistemi informatici che permettono il crescere di numerose forme di libertà ma “vigilate”.
Ci si trova di fronte a due categorie di soppressione: quella dei regimi dittatoriali legata a tecniche antiche, come l’incarcerazione, la tortura, l’assassinio; e quella dei governi democratici, dove l’informazione è incanalata in zone prestabilite e il controllo si svolge con strumenti quali il controllo satellitare della popolazione e il controllo del traffico della informazione in internet, compresa la possibilità di intercettare la posta elettronica dei cittadini. Tali due categorie di soppressione hanno confini labili e si uniscono spesso in quei paesi dove lo sviluppo economico cresce indipendentemente dalla salvaguardia della libertà di espressione e a discapito dei diritti dei cittadini.
Nella 6° Conferenza Internazionale dei Comitati Scrittori in Prigione (WIPC), tenuta a Istanbul nel marzo del 2006, lo scrittore Yu Zhang ha parlato della “soppressione degli Internet Point nella Cina Popolare dove la polizia postale controlla sistematicamente tutti gli accessi internet e interviene drasticamente, chiudendo i siti web e arrestando chiunque scriva contro il regime comunista”. Nell’ambito europeo paesi come l’Inghilterra e l’Italia, a seguito dell’11 settembre 2001, hanno predisposto, nell’ambito delle leggi sull’antiterrorismo, il controllo satellitare. Sono intercettate le comunicazioni telematiche, rielaborate “secondo criteri di precedenza/rischio, sono individuati i server e identificati i mittenti”.
Un modo di controllare la libertà di espressione è anche quello di farlo preventivamente, non permettere la nascita di determinati libri, come nell’esempio tratto dal sito http://www.disinformazione.it dall’articolo di Gabriel Monina riguardante gli Stati Uniti: “L’Ufficio di Controllo dei Beni Stranieri del Dipartimento del Tesoro (la cui sigla in inglese è OFAC), non soddisfatto di impedire implacabilmente che i cittadini nordamericani possano recarsi a Cuba, ha decretato che coloro i quali pubblichino un’opera di autori cubani, iraniani o sudanesi senza un’espressa autorizzazione, possono essere soggetti a multe fino ad un milione di dollari e ad una pena massima di dieci anni di prigione. È anche proibito aggiungere note, scrivere introduzioni, correggere, promuovere o pubblicizzare scritti di cittadini dei paesi boicottati. Per dirla in un altro modo, si tratta semplicemente di impedire qualsiasi pubblicazione”.

*

È la dogana dell’informazione la vera frontiera da cercare di attraversare, che bisogna assolutamente attraversare. Le frontiere fisiche una volta varcate introducono in una realtà, che vissuta più o meno intensamente, è in diretto rapporto con l’individuo. Le frontiere dell’informazione sono subdole e pericolose perché creano un mondo altro, una meta-vita. Le persone credono di sapere, di conoscere, di informarsi e invece il loro pensiero è il risultato di un piano prestabilito da altri e non vivendo la vita narrata da quelle informazioni la conoscenza della vita nel mondo che hanno le persone è solo qualcosa di minato alla radice. Una meta-vita, un qualcosa di artificiale. Per questo la dogana dell’informazione è importante perché svela il grande inganno di cui siamo vittime. L’informazione è creata ad arte, il nostro rapporto con il mondo è filtrato da altri. Il paradosso continua con la tecnica di approfondire e commentare notizie confezionate a tavolino alimentando in tal modo il gioco al massacro del senso critico delle persone. Basta proporre una variante vera di una notizia falsa data per certa che le persone reagiranno incredule e alla fine crederanno alla notizia falsa perché è data per vera. Per questo i giornalisti indipendenti, gli scrittori vengono uccisi. Per evitare che diffondano i loro virus di informazione veritiera in un sistema consolidato di potere. Non affermiamo che lo scrittore, l’intellettuale, debbano avere un compito canonizzato. Ma nell’epoca della meta-vita forse oltre a narrare il proprio tempo lo scrittore deve contribuire a formare una nuova coscienza, restituire alle persone la possibilità di sviluppare un proprio codice personale, sostituire a un meta-codice un codice di percorso, aprendo fessure, varchi.

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