PaginaZero

RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

L’ultima volta di Anja – Anna Politkovskaja

Posted by Mauro Daltin su febbraio 20, 2007

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L’ultima volta di Anja – Anna Politkovskaja
di Angelo Floramo

tratto dall’articolo Scatti di dissidenza – “PaginaZero N° 10”

L’ottobre a Mosca è senz’altro rosso. Con sfumature d’oro. Un biondo miele che si stempera nella tavolozza dell’autunno, mentre da Nord senti già l’alito di Buran, che odora di neve. Il supermercato Ramstor non è lontano da via Lesnoij, la “via dei boschi“. Luci e carrelli per la spesa e tutta la pesantezza di una giornata di lavoro sotto le palpebre. Facce in fila alla cassa guardano fuori, verso la strada che si inghiotte in un traffico congestionato di tram rumorosi, tutti vetri e lamiere, mentre vecchie zigulì scatarrano ottani puzzolenti dal motore fiat immatricolato anni ’70. Periferia di gente comune.

Non è segnata sulle carte del turismo internazionale, imbrigliato nella giostra dei viaggi organizzati alla ricerca della vera “movida moscovita“, che scorre elegante in altre zone della città, avida di griffes e di balocchi. Qui incontri la gente comune, quella vera: commesse, insegnanti, medici, statali che guadagnano al massimo cento euro al mese e vivono in casermoni di venti piani. Una manciata di rubli e quaranta metri quadri di intimità nella gola di una delle più grandi città del mondo. Le donne non calzano affusolate stiletto, come cerca di farci immaginare la copertina patinata che ci racconta della nuova società russa, molto glamour e occidentale. Ogni sera portano a casa passi pesanti e borse della spesa.
I loro uomini? Se ci sono, se non le hanno già lasciate al primo ritardo del ciclo, per non assumersi l’onere gravoso della paternità, si massacrano in turni di lavoro estenuanti, o si bruciano il cervello con la vodka, quella che ti infiamma gli occhi in assenza di sogni da coltivare. Forse per questo la Russia è donna. È donna nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nell’educazione dei figli. E quando chiedi “come va“ sono orgogliose di risponderti, sempre e comunque: “normalna“. Anche se il sorriso non dice quello che gli occhi ti permettono di leggere. Una babuska con il fazzoletto in testa ha esposto qualcosa sul muretto, ma nessuno si ferma a comprare. Sembra che tutti abbiano fretta di tornare a casa, oggi. Sono quasi le quattro del pomeriggio. È ottobre e comincia a fare freddo. Anche Anja allunga il passo. Deve concludere in fretta l’ articolo. Lo deve consegnare in nottata, affinché possa uscire per lunedì sulle colonne della Novaya Gazeta. Gli appunti sono fitti, note che commentano immagini, dossier, interviste. Riprese in digitale di sevizie e torture. Sarà l’ennesima, coraggiosa accusa alle connivenze del governo di Vladimir Putin con i massacri e gli stupri, le esecuzioni di massa, la pulizia etnica nei villaggi di fango e macerie che circondano Nalcik o Beslan, fino a perdersi nei colori indistinti dell’altipiano. Deve mettere ordine alle tante voci che le martellano la testa. Alle immagini che la tormentano e che da anni urlano dai suoi libri, dalle sue inchieste, dalle documentate denunce. Lampi di pensieri come deflagrazioni di bombe. Terra che turbina nel boato assieme alle grida delle madri, ai pianti dei bambini, alle imprecazioni dei soldati. Anja ha la Cecenia negli occhi, nel sangue. Nelle ossa e nei nervi. Perché lei non l’ha solo raccontata. L’ha vissuta. Come in quell’alba freddissima del 2002, nel villaggio di Stary Atagi, braccata dalle squadre della morte del primo ministro Kadyrov. L’ordine era: scovare e uccidere la giornalista non allineata. Cosa ci faceva lì? Lei, figlia privilegiata del polit buro sovietico, nata a New York quarantaquattro anni prima, in epoca Kruschoviana, nel benessere vellutato di una famiglia di colti e raffinati diplomatici… le scuole più qualificate, una laurea conseguita nella più prestigiosa università di Mosca, le migliori opportunità per una giovane brillante e capace, così lontana dalla faccia annerita dei minatori di Murmansk, dalla fame dei villaggi del Caucaso, dall’odore di disperazione che si respira ancora negli orfanotrofi di Chernobyl. Eppure Anja decise che la sua Russia, la sua gente sarebbero state proprio quelle.
Lo scoprì fin dagli anni della tesi di laurea, che discusse affrontando lo studio di Marina Cvetaeva, la poetessa del dissenso, all’epoca quasi proibita, relegata nel circuito clandestino della samiztad. Anja ha sempre preferito la libertà della voce al grigiore del silenzio. Negli anni avrebbe dimostrato scomode evidenze, come quando sostenne che i morti del teatro Dubrovka a Mosca o la palestra lager di Beslan sono solo la conseguenza terribile e crudele di un imperialismo che nasce negli uffici del Cremlino. Per questo ora deve arrivare a casa, arrangiare una cena veloce e poi mettersi subito al lavoro. Digita il codice al cancello d’ingresso dell’immenso condominio ed entra in ascensore.
Poi, come in un racconto di Bulgakov, tutto sembra scivolare verso una catena irreversibile di azioni che nessuno potrebbe evitare, perché sono state già scritte altrove, da qualcun altro: gli spari attutiti dalla cabina, la borsa della spesa che si riversa sul pavimento, gli occhiali che si rompono nella caduta. Quando Tatiana Elizarova, pensionata che da anni vive nello stabile, chiamerà l’ascensore troverà Anja così, con la testa reclinata sul petto, un ciuffo di capelli bianchi a coprirle il viso. Sono macchiati di sangue. Anche una gamba è sporca di sangue. Ma sono ormai le cinque del pomeriggio. Tatiana è vecchia e ci metterà molto tempo per raggiungere i magazzini Ramstor. Non può permettersi che chiudano. Per questo chiama la figlia e se ne va a fare la spesa. Forse alla cortese domanda della cassiera che si preoccupa della sua salute ha risposto “normalna“, come fa ogni giorno, avviandosi lentamente verso via Lesnoij. In lontananza suono cupo di sirene.

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Una Risposta to “L’ultima volta di Anja – Anna Politkovskaja”

  1. Emanuele said

    Carissima Anna… parlo al tuo ricordo… leggero e pesante allo stesso tempo… parlo per sfogarmi e per buttare via quella dannata rabbia che mi prende ogni volta che berlusconi e quelli come lui stringono le mani insanguinate di vladimir presidente tiranno…per urlare al mondo e in primo luogo a me stesso… hai gettato un fuoco dentro di me coi tuoi libri… che senso di impotenza… come è assurdo il nostro mondo…
    ora ti saluto… donna forte che non ha paura di niente.. si.. perché ha paura di tutto…

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