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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Nuovi ponti oltre le nere barricate – l’esilio

Posted by Mauro Daltin su febbraio 26, 2007

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di Giacomo Scotti

Il tema dell’esilio, il sogno o l’idea della ex Jugoslavia, la recente guerra balcanica, gli intellettuali e il loro ruolo, le nuove generazioni: ragionando su questi argomenti piuttosto accidentati, affondando in essi, ne verrebbe fuori un libro in cui raccogliere anche le voci e le riflessioni di altri scrittori fra “asilo ed esilio”, come si esprimerebbe il mio amico Predrag Matvejević.

l’esilio

Comincerò dal mio “esilio”. Fu la scelta di un diciottenne al quale la guerra in cui ci aveva precipitati Mussolini nel 1940 strappò: un fratello scomparso in mare con l’incrociatore Zara nella tragica battaglia di Capo Matapan del 28 marzo 1941; il padre morto di crepacuore per la fine del figlio; un secondo fratello preso dai tedeschi in fuga dal Sud e da essi ammazzato sul finire di settembre del 1943. Due mesi prima, in luglio, prima della caduta di Mussolini, un terzo fratello mio era stato preso prigioniero dagli Alleati sulla piana di Catania: si era addormetato accanto a un cannone della contraerea dopo aver sparato per ventiquattro ore di seguito.
Ancora ragazzino seguii gli Alleati, vestendone l’uniforme, lungo tutto lo Stivale per fermarmi nei dintorni di Trieste. Nell’estate del 1947 varcai la incerta linea di demarcazione sul Carso di Monfalcone-Doberdò per correre incontro a un’avventura tutta giovanile e al miraggio di una vita migliore in Jugoslavia. Fu invece una vita dura che mi ha temprato, senza togliermi l’innato “vizio” della libertà intellettuale. A cominciare già dal 1954 per i miei atteggiamenti e scritti libertari e controcorrente subii trasferimenti punitivi, arresti, la prigione, diversi anni di lavoro coatto in un’azienda portuale: un susseguitsi di esilii nell’esilio.
Normalizzatasi alquanto la situazione, rientrato nel giornalismo e nella vita civile, nel 1964 fui a fianco di alcuni intellettuali di prima linea della comunità italiana in Jugoslavia – Eros Sequi, Lucifero Martini, Sergio Turconi e alcuni altri – nel promuovere una rivista letteraria, “La Battana” (si pubblica tuttora a Fiume), che fu la base “per l’avvio di nuove riflessioni culturali”, per la ricerca “di un equilibrio che sentivamo di aver perso”, per rendere più autonomi e consapevoli i nostri intellettuali.
Ma anche nel clima nuovo, di maggiore libertà che stava ormai investendo l’intero paese, i miei atteggiamenti furono considerati troppo spinti: nel 1983 fui nuovamente licenziato in tronco dal giornale e messo al bando dalla vita civile.
Mi sostennero scrittori e intellettuali d’ogni regione della Jugoslavia. Nel 1989 rivelai sui giornali, a puntate, gli orrori ai quali l’uomo può giungere umiliando altri uomini, privandoli della dignità oltre che della libertà. Fui il primo italiano a denunciare quegli orrori nel libro Goli Otok (1991). Quello stesso anno, l’Ottantanove, lo scrittore Predrag Matvejevic´, il filosofo Branko Horvat, io e alcuni altri intellettuali di spicco in Serbia, Croazia e Macedonia, fondammo l’“Associazione jugoslava per la democrazia”.
Questi medesimi intellettuali, tutti di sinistra ma con un forte senso della libertà e della democrazia, già perseguitati dalla nomeklatura politica, cercarono di opporsi alla guerra fratricida cominciata nell’estate del 1991: Predrag fu costretto all’esilio per evitare le persecuzioni e non fu il solo; io che pure avrei potuto stabilirmi nella mia patria d’origine con grande facilità, avendo due cittadinanze, tenacemente restai nella “mia” Istria e nella “mia” Fiume (dove per un pelo sfuggii a un attentato, alla liquidazione fisica progettata dalle squadracce neoustascia di Tudjman), fondando e guidando per dieci anni l’associazione pacifista e umanitaria “Duga-Arcobaleno”, scrivendo sui rari giornali democratici risparmiati dal “Supremo” in Croazia, ma anche su “Il Manifesto” e qualche altro giornale italiano, scrivendo libri per denunciare gli orrori della guerra e i criminali di guerra.
Ho trascorso gli anni della guerra balcanica in quotidiane avventure fra Italia, Croazia e Bosnia, con puntate clandestine in Serbia, deunciando la guerra, stando al fianco delle vittime della guerra. È stato uno dei pochi periodi in cui non mi sono sentito in esilio, ma cittadino del mondo e fratello di tutti. Hanno cercato in tutti i modi di fermarmi, di mettermi a tacere. Non ci sono riusciti. La mia unica corazza è stata non il coraggio che so di non avere, ma la poesia.
Nei Balcani rispettano i poeti. Ho imparato a vivere pienamente la vita più in quegli anni di sangue che in tutta la mia precedente esistenza, che pure è stata intensa e sofferta. Ne hanno tratto vantaggio anche i miei “prodotti” letterari: poesia e narrativa si sono fatte più sobrie, più sofferte, più umane, più vere.

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