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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Nuovi ponti oltre le nere barricate – il sogno di un’idea

Posted by Mauro Daltin su febbraio 27, 2007

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di Giacomo Scotti

La Jugoslavia fu un sogno per i grandi spiriti della Slavia meridionale nella seconda metà dell’Ottocento; si dimostrò una costruzione sbagliata subito dopo la nascita nel 1919, sotto la monarchia dei Karadjordjević e l’egemonia serba.
Si sfasciò perciò subito, sotto il primo urto delle truppe d’invasione tedesche e italiane nell’aprile del 1941. Dalla Resistenza armata, dall’epopea partigiana cominciata nello stesso anno, in giugno, nacque il progetto di una Jugoslavia diversa, democratica, repubblicana, federativa.
Nacque nel novembre 1943 in territorio libero dalla creazione e dalla confederazione di sei repubbliche e due regioni autonome. Rinacque repubblicano il Montenegro il cui regno era stato ingoiato dalla Serbia nel 1918; furono dichiarate entità statali nell’ambito della Federazione la Slovenia e la Macedonia che Stati non lo erano mai stati; i macedoni ebbero per la prima volta la dignità di popolo e il loro idioma fu considerato lingua ufficiale; la dignità di popolo fu concessa pure ai musulmani bosniaci; l’autonomia politica e culturale fu concessa alle grosse minoranze ungherese e albanese nella Vojvodina e nel Kosovo, l’uguaglianza dei diritti fu concessa a tutte le altre comunità etniche minori, compresa quella italiana dell’Istria e del Quarnero.
Non ci fu però vera democrazia e, all’interno della stessa Lega dei comunisti, le autonomie nazionali incubarono e svilupparono i nazionalismi e i movimenti separatisti; questi nazionalismi, che Tito cercò inutilmente di imbrigliare nel 1969-72, scoppiarono senza più freni, sostenuti dal fuoruscitismo cetnico e ustascia e dalle chiese cattolica e ortodossa, dopo la morte del Maresciallo.
Dieci anni di propaganda dell’odio, dal 1981 al 1991, portarono da una parte alla decomposizione e alla scomparsa della Lega dei comunisti e del comunismo in Jugoslavia, dall’altra allo sfacelo della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia, alla secessione della Croazia e della Slovenia seguite a ruota dalle altre entità; portarono infine alla guerra fratricida. Slobodan MilosŠevic´ e Franjo Tudjman pensavano di raggiungere con la guerra tre abiettivi: la pulizia etnica, la cancellazione come Stato della Bosnia-Erzegovina e l’ingrandimento dei loro Stati etnicamente ripuliti con la sparizione del territorio bosniaco.
In Serbia, in Croazia e in Bosnia-Erzegovina furono gli intellettuali i più sfrenati seminatori dell’odio.
Qualcuno, come il poeta serbo-bonsiaco Radovan KaradzŠić, viene ricercato da nove anni per rispondere di crimini di guerra dopo aver creato al prezzo di stragi la considdetta “Repubblica Serba” di Bosnia. Che esiste tuttora, mentre è scomparsa, almeno sulla carta, la “Repubblica croata di Erzeg-Bosnia” che era stata creata dai neofascisti croato-bosniaci per volere di Tudjman.
Gli intellettuali, dunque, progettarono e orchestrarono la campagna dell’odio. Pochi si sono salvati, e questi pochi furono costretti all’esilio da MilosŠevic´ e Tudjman. Nemmeno gli esiliati, tuttavia, hanno mai abdicato alla loro appartenenza nazionale e culturale, solo che non ne hanno fatto un’arma per distruggere il “diverso”; hanno anzi cercato di salvaguardare la convivenza e di difendere i valori comuni. Continuano a operare anche oggi su questo piano Matvejević, UgresŠić e altri.
Oggi, pur in assenza di uno Stato unitario degli Slavi meridionali, solo un cieco sordo e malvagio può asserire che quei popoli non appartengano a una radice comune. Non si possono cancellare, inoltre, ottanta anni di vita vissuta in un unico Stato da croati, serbi, sloveni, macedoni, montenegrini e bosniaci che oltretutto si sono mescolati con le migrazioni interne e con milioni di matrimoni misti.
Una mia vicina di casa, croata di ferro, mi si avvicinò un giorno, durante la guerra, per mettermi in guardia dalla troppo frequente compagnia con un muratore che viveva nello stesso palazzo. “Stia attento, quello è un serbo! Se la vedono insieme a lui potrebbe passarsela male”. Infatti, tentarono di ammazzarmi. Per sua fortuna quel serbo morì di morte naturale qualche settimana dopo la fine della guerra.
La vicina di casa croata che lo aveva “odiato”, perché così voleva la propaganda tudjaminana che ci bombardava per sedici ore al giorno dai televisori, quella povera donna che mi aveva messo in guardia dal frequentare il “nemico”, bussò a tutte le porte dei condomini facendosi promotrice della raccolta del denaro da versare alla vedova del serbo per i funerali, la ghirlanda e le prime necessità della vita quotidiana.
Era tornata normale riappropriandosi della propria umanità. Quando gli uomini si sentono liberi dentro non portano odio.
La cosa che più mi far star male, oggi, è il non poter viaggiare liberamente da Lubiana a Skopje, da Fiume a Podgorica, da Zagabria a Novi Sad; di non poter partecipare a incontri, congressi, convegni, festival e raduni – una volta così frequenti – di poeti, scrittori, artisti, cantautori d’ogni parte dell’ex Jugoslavia; di non poter più scambiare libri, riviste e giornali con gli amici serbi, macedoni, sloveni, montenegrini: le spese postali per l’invio di pacchi e le telefonate per l’“estero” costano troppo e talvolta, sono sottoposte al controllo doganale. Una fatica comunicare. Mi sento umiliato, più povero. Era bello essere presentati al gran pubblico nelle serate letterarie di Struga e Sarajevo, di Kragujevac e NisŠ: “E ora ascolterete il nostro poeta italiano Giacomo Scotti”. Quell’aggettivo possessivo mi faceva sentire parte di una grande variopinta umanità. Per quanto pochi fossero (e sono) gli italiani nell’area dell’Istria e del Quarnero, i loro poeti e scrittori erano conosciuti, rispettati, stimati e tradotti ovunque dal Tricorno al Vardar. Non ho nostalgia per la ex Jugoslavia come Stato, né sono stato io ad abbatterla come Stato, ma la convivenza e la libera circolazione dei popoli che ne facevano parte dovrebbero essere ripristinate. Minoranze etniche comprese, appartengono comunque a un’umanità che ha condiviso canti e danze tradizionali, che ha amato come propri grandi poeti e scrittori “jugoslavi” quali furono Petar Petrovic NjegosŠ nell’Ottocento e Ivo Andric´ nel Novecento. Possiamo rientrare in Europa portandovi le diversità che arricchiscono, non le separazioni.
Certo, siamo una realtà complessa, ma chi sa armarsi di umiltà può alla fine riconoscerla, comprenderla, accettarla. Ci sono stati finora e permangono tuttora troppi pregiudizi occidentali sulla realtà balcanica perché non si vuole compiere lo sforzo necessario per penetrarla. Ricordiamoci: l’Europa che “sta nascendo” è già esistita. Fino agli anni Sessanta dell’Ottocento nei parlamenti ungherese e croato i discorsi si pronunciavano in latino. Le università di Padova e di Bologna erano frequentate fin dal Seicento da studenti croati e di altre nazioni dell’Europa centro-orientale. Va semplicemente raccolta l’eredità degli nostri avi.

2 Risposte to “Nuovi ponti oltre le nere barricate – il sogno di un’idea”

  1. […] complessiva di una regione costituita essenzialmente dalla coesistenza delle sue diversità. (Nuovi ponti oltre le nere barricate, «Pagina Zero», n. 5, Ottobre 2004,). La comprensione delle guerre nei balcani non può essere […]

  2. […] complessiva di una regione costituita essenzialmente dalla coesistenza delle proprie diversità (Nuovi ponti oltre le nere barricate, «Pagina Zero», n. 5, Ottobre 2004). Tanto impegno è valso a Scotti da parte dei fascisti croati una prima minaccia di morte, e poi […]

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