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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Sergej Timofeev (Riga, 1970) poeta lettone

Posted by pasha39 su marzo 10, 2007

(a cura di Paolo Galvagni) 

RIGA, 1994…

Introduciamo l’eroe. È un uomo di 55 anni, arrivato in città allo scopo di dimenticare qualcuno, che desiderava tanto incontrare. Lo incontrava (o la incontrava?) ovunque, non poteva sottrarsi alle allucinazioni ed è venuto a Riga (1), seguendo un consiglio. Lo ha consigliato uno psicologo, un dottore, un tedesco, col pince-nez e l’uovo per la colazione in tasca.

Così, l’eroe arriva alla stazione, dalla stazione va in albergo. Si cambia e, in un stato d’animo benevolo, si incammina per la prima passeggiata. Il caffè con la panna è buono, le ragazze hanno gli occhi chiari. Sempre più gli piace questa città, dove il comfort è diffuso, come dall’aerosol, per le piazzette non troppo alte del centro e il viaggiatore libero trascorre il tempo con spensierata limpidezza.

Se nel primo giorno passeggia per le strade più larghe e le piazze attraenti, nel secondo e nel terzo sprofonda sempre più nei vicoli e nei cortili ombreggiati, cercando vari segni e stranezze, che rallegrano l’occhio di un osservatore attento e di un analista superficiale.

Nella profondità di un cortile gli appare una gatta, che siede come una sfinge, fissando i cittadini che scivolano attraverso l’ingresso, stretto come un collo di bottiglia, nei suoi domini. A una finestra vede fiori inconsueti, da lì echeggia una vibrante voce femminile, che parla buffamente alla cornetta del telefono. Lo hanno divertito anche i bambini, i manifesti, la gioventù spericolata con l’eterna birra su comode panchine.

Così ha vissuto una settimana con un tempo mutevole: al mattino il sole e alla sera le nuvole, a volte cariche di una pioggia persistente e fastidiosa con rari lampi. Sempre più lunghe erano le sue passeggiate, sempre più tardi rientrava in albergo. Una volta compì il suo lento viaggio ormai al crepuscolo, picchiettando con un eccellente bastone di quercia inglese ebanizzata. Dietro il Museo Militare girò in un semplice cortile, che con una delle pareti dava su uno stretto sentierino accanto a un tratto restaurato delle mura cittadine. Lì era buio, in una delle case a piano terra rilucevano alcune finestre, coperte da tendine, dietro cui si indovinavano vaghe cassette, simili a casseforti. Probabilmente era un ufficio. Andando oltre tra le case trovò una piccola incavatura di venti, trenta metri quadri, che terminava con una panchina e la scritta leggermente imbrattata sulla parete «Non fumare».

Per quanto strano, gli ricordò il teatro, un palcoscenico, forse per il grosso cavo d’acciaio appeso al limite dell’incavatura e del restante cortile. Senza dubbio il cavo poteva reggere un sipario e, a uno dei lati, terminava con un proiettore dal vetro rotto, inclinato con un angolo tale che la luce poteva cadere direttamente sullo spazio «sotto il sipario».

Si mise proprio lì, sotto il proiettore, e, a occhi chiusi, immaginò che un fascio di luce brillasse dolcemente, fendendo l’oscurità serale, rendendola dorata, magica, presaga di un fatto che dovesse avvenire. Un fatto ignoto, inquietante, che desse libertà personaggi con la maschera e con enormi impermeabili ornati da circonferenze concentriche.

Lontano, sul lastricato di ciottoli, rombò un camion. Sentendo il frastuono, aprì gli occhi, con dispiacere guardò il «palcoscenico» e lentamente tornò indietro, riuscendo a notare le lugubri finestre con le tendine rosse, che brillavano al primo piano della casa, vicina al Museo militare.

Dormì un sonno agitato, si alzò nel cuore della notte per bere un po’ d’acqua, davanti agli occhi aveva ancora le finestre rosse, scacciò la visione, sbuffò, prese dalla scatola un sigaro e fumò. Dopo un paio di minuti, lasciato il mozzicone nel portacenere, andò in bagno, sciacquò la bocca con l’acqua del bicchiere preso dal mobiletto, tornò a letto e si addormentò di un sonno profondo senza sogni.

Il giorno seguente si svegliò presto, prese il telefono e compose un numero. Dall’altra parte sollevò la cornetta una donna. «Pronto!» – disse lei con energia mattutina. (Aveva già acceso una sigaretta, guardava il caffè e ricordava il presunto ordine del giorno, scritto nell’agenda ). Lui non volle più parlare e lentamente abbassò la cornetta, immaginando il momentaneo disappunto della donna.

Non aveva proprio niente da fare. Non aveva voglia di niente, nessuno lì lo conosceva, tutto era vuoto. «Che sciocchezze!» – corse giù e bevve il caffè a un tavolino nella hall. Lasciata la tazzina, capì: non voleva rimanere in albergo e non voleva uscire in strada. Dopo di ciò non restava che trattenersi ancora mezz’ora, bere di un fiato un paio di bicchieri di cognac e uscire con un lieve turbamento, che riducesse il quadro nitido della città mattutina in un elegante acquerello.

Certi ragazzini lo importunarono con zaini pieni di ambra e ninnoli, per i quali volevano denaro. Un venditore sgualcito di giornali pubblicitari con un logoro grembiule arancione lo colpì sulla spalla, come approvando il rimedio del cognac mattutino e scosse davanti al suo volto un grosso pacco della sua merce.

Camminò, camminò senza meta, alla fine si ritrovò vicino al fiume, nei pressi del castello dell’Ordine, ora sede presidenziale, su una panchina accanto a un chiosco chiuso. Vi sedeva già qualcuno, lui si accasciò pesantemente nel mezzo e scrutò la piccola piazza con la chiesa, affacciata su di essa, e alcune vecchie vie. All’improvviso a sinistra apparve una macchina, grande, da poco verniciata di una tinta grigia, ma chiaramente fabbricata negli anni ’60. Girò nella piazza più volte, ai finestrini si vedevano alcuni giovani eccitati e una ragazza sorridente dai capelli chiari.

«Stranieri. E la macchina, certo, è a noleggio,- disse il suo vicino a sinistra, un ragazzino dai capelli corti sui ventitré anni, che teneva sulle ginocchia un accurato zainetto rosso e nero, dov’era sistemata una cartellina di lucente similpelle.- E voi siete un turista. State qui già da qualche giorno, vero?» – lo guardò con un sorriso e una punta di furbizia negli occhi grigio verdi.

«Vi sentite male? Qualcosa non va?» – chiedeva il ragazzino. Lui annuì soltanto. La macchina intanto sparì. Il cognac lo lasciava, il mondo circostante si chiariva. Il ragazzino sprofondò nella sua cartellina e gli allungò alcuni fogli bianchi.: «Leggete, manca ancora un po’ al pranzo, vi consiglio di mangiare al caffè a destra della piazza del duomo, lì a volte suonano i musicisti, per lo più alla sera. Prendete, prendete…» Il ragazzino con fermezza scosse la testa e se ne andò, gettato lo zaino con la cartellina dietro la schiena.

«Ecco. Non ha neanche salutato», – non si stupì, ma constatò. Portò i fogli agli occhi, si mise a leggere.

Per il caffè Pils

I primi giorni caldi di aprile, quando Pils è chiuso. Forse aprirà in maggio. Non c’è vita dietro le pareti notoriamente vecchie e le fessure della recinzione di pietra. All’improvviso balenò una donna vestita di azzurro insieme a un bambino. Apparvero sullo sfondo del cannone, sollevato al cielo, della fabbrica Putilov (2), poi svanirono.

In tali giorni solitamente andavamo tutti là, nel caffè sul bastione del castello, sulla riva della Daugava, fiume imponente e silenzioso sotto il ponte sospeso su cavi. C’erano tendoni, grandi ombrelloni di tela, sotto i quali erano disposti tavolini, circondati da steccati costruiti con verghe metalliche e tinti di bianco. Sugli steccati, massaggiandosi di tanto in tanto i punti intorpiditi, sedevano quelli che non avevano trovato le sedie con i sedili tondi rossi e con le gambe metalliche finemente lavorate.

Nei tendoni sedevano ora dopo ora, certo era l’unico caffè, dove non si avvertiva l’usuale sensazione penetrante della fila: hai mangiato e bevuto, lascia il tavolino a un altro, aspettano. Che aspettino. Lì si poteva passare l’intera giornata, pigramente, tranquillamente, semplicemente, ascoltando le conversazioni ora a destra, ora a sinistra, oppure non ascoltando tali conversazioni, leggendo ostentatamente un libro, quando al tavolo vicino c’era una bellezza coi jeans assonnati. Restare seduti a lungo, cambiando occupazioni inessenziali, quasi impercettibili, era come una professione per consuetudine, lo status di avventore.

Durante il giorno la cerchia di conoscenti cambiava alcune volte. La gente arrivava e se ne andava, alcuni tornavano, alcuni no, spontaneamente si creavano e si disgregavano compagnie, forse solo il tavolino poteva rimanere quello di prima.

Come allora, oggi è domenica, c’è il sole, se si va oltre la piazza del duomo, verso il fiume, c’è poca gente. Le case stanno al sole, come donne adulte, che si provano i vestiti dell’anno prima, per vedere se vanno bene, se si adattano alla sagoma. E per l’ennesima volta si convincono: sì, tutto è uguale, non ci sono cambiamenti, c’è un ordine piacevole. I passaggi di luce e ombra rendono chiara, gonfia la loro architettura. La case si riempiono di significato, come i bambini la bocca d’acqua, ed si ergono fiere.

Cumuli di mattoni frantumati in casse metalliche: libertà. Il negozio di regali con l’insegna scritta a lettere verdi sul campo metallico nero. Le ombre delle bandiere bianche, galleggianti in aria, appese ai cavi, con disegnata la macina in pietra di un mulino, la cifra 1994 sopra e la scritta: «Scegliete merci lettoni!» nel mezzo.

I colombi beccano nell’ombra, neri, importanti, diplomatici. Dal fiume si alza il vento. È tempo ormai di andare altrove, indossare il maglione azzurro sulla maglietta bianca e andare oltre. Attraverso la città vagante. Attraverso la propria ombra. Attraverso le stesse cose, sempre diverse.

Dopo aver finito di leggere, egli, abbagliato dal sole, avvertì un accesso di spossatezza, lasciò i fogli sulla panchina e si alzò. «Che differenza fa per me che cosa c’è qui, che mi importa dei luoghi, dove non sono stato e di cui non vedrò la fioritura? Via! Devo fare presto.»

Corse. Senza entrare nel caffè coi musicisti, corse fino all’albergo, si chiuse nella sua camera e entrò nella doccia. Attraverso i zampilli battenti d’acqua sentì un suono. Era il telefono. Lasciando sul pavimento grandi impronte bagnate, si gettò all’apparecchio. Ma lo squillo tacque. Quando tornò in bagno e prese l’asciugamano colorato di spugna, che aveva portato con sé, squillò ancora. Quasi con rabbia afferrò la cornetta e sentì una voce, che ripeteva: «Notte, notte, notte, vaso, cuore, Cina». All’altro capo del filo misero giù. Non riconobbe la voce.

Il giorno seguente smise di uscire dalla camera, faceva venire i pasti, stava a letto con la barba lunga e non sapeva a chi telefonare. Così passò un’intera settimana. Alla fine della quale si preparò nuovamente ad uscire per una passeggiata.

Commento necessario

La storia di questo eroe non ha senso e può durare in eterno, muovendosi dalla speranza alla delusione, dalla sicurezza sportiva alla sensazione di piena disfatta e disordine. Avendo deciso di stabilirsi qui almeno temporaneamente e senza alcuno scopo pratico, il viaggiatore inquieto annullò tutte le predisposizioni per una conclusione positiva della vicenda. Si incamminò per un sentiero instabile di impressioni e ricerche inutili, che andava oltre l’orizzonte degli avvenimenti con un ventaglio ondeggiante di possibilità. Questa città non lascia andare coloro che iniziano a capire il senso dei suoi modesti segnali, mostrando all’osservatore valutazioni sotto forma di emozioni gradevoli di eletto riconoscimento. Appare qualcosa come un tesserino di «accesso», che non consente di lasciare i confini dell’«oggetto» fino al momento in cui non matura in voi la convinzione che in caso di un lungo viaggio dovrete comunque tornare. L’innesto è avvenuto. Siete del luogo, uno sfaccendato, un osservatore, chi volete. Non si pretende da voi neanche che riportiate le vostre osservazioni in un quadernino con un disegno azzurro, o le pubblichiate su giornali, del tutto indifferenti a tali cose, o che scriviate un lungo romanzo – «Romanzo per partire». Nel quale tutto ciò che avete visto qui, – tutto in ordine, la gente, i volti, i fatti, le frasi, gli alberi, i manifesti,- sia contornato con cerchietti e sia mostrato come sotto una campana di vetro per la visione comune.

No, non si pretende da voi niente del genere. Le muse non si gettano ad abbracciarvi calorosamente. Tutto è assai cerimonioso, e al tempo stesso sembra al livello della fisiologia. Non occorre scrivere nulla. Occorre guardare, vedere, e già per questo la città sta bene, come un gatto, cui mille piccole persone concentrate accarezzino la collottola. Non tutti ne sono capaci. Ma quelli che sono in grado, Riga non li lascia andare,- nel caso che, avendo dedicato tutta la vita alla fuga, intraprendendo innumerevoli tentativi e facendo impazzire i conoscenti con infiniti racconti su di loro, qualcuno riuscirà a scomparire, tale «fortunato» scompare nel senso letterale della parola. Gli amici del luogo tentano di indovinare se è una scomparsa fisica o spirituale: al livello dell’attività, i cui frutti e i risultati potrebbero raggiungere la Patria almeno come notizie.

Sì, l’eroe uscirà in strada, camminerà, avvertirà che tutto è in ordine, berrà il caffè con la panna, sorriderà a una ragazza o a certe ragazze. E non sentirà che lo desiderano e che si concede, volta dopo volta. Riga ha bisogno di persone simili. E troverà sempre per loro il modo di esistere, li nutrirà con riserve speciali di manna divina, darà loro un’occupazione lieve o amici possenti. Fornirà loro la possibilità o la necessità di stare nel centro, dove presso la «collottola» è il lungo epicentro sensitivo.

Li seguirà un ragazzino di ventitré anni con i capelli corti, li prenderà sulle panchine e porgerà fogli da una cartellina brillante, nascosta in uno zaino rosso e nero. Come questi:

UNA RAGAZZA LETTONE

La vedo spesso, perché è bella. I capelli lunghi castano scuro, il volto lieve, le labbra capricciose sul mento piccolo, il naso dritto sotto le sopracciglia curve. Gli occhi scuri, castani. Assomiglia a un’italiana, a Giuditta, talora a un uccellino, è molto giovane.

Non so come vada la sua vita, chi le racconti le favole sotto le luminose lanterne di Riga, nelle prime sere calde di primavera c’è nell’aria una vivace luccichio, i conoscenti incontrandosi si salutano da lontano nella speranza di passare la serata insieme e con un’avventura. Suppongo che le piaccia la vita, nella quale è bella, che si muova lievemente e in tutte le direzioni, che sono care al suo umore.

Lentamente diventa fotomodella in una rivista di Riga, pubblicata da una compagnia di ragazze mie conoscenti. Alla guida c’è l’alta Beatrice dalle labbra gonfie, i capelli non completamente tinti di nero e la parlata lenta, se in russo. Sotto il giubbetto di jeans ha una maglietta di flanella rivoltata con belle cuciture, è un’ex indossatrice e un po’ punk di stampo bohemienne, certo. Non mi è chiaro come lei e le amiche riescano a pubblicare questa rivista, ma il primo numero è già uscito e si lavora all’edizione russa, perciò salgo all’ultimo piano dell’edificio amministrativo della filarmonica, abbastanza comodo e sobrio, dove in due stanze le ragazze della rivista cuciono, parlano al telefono e tra di loro. Appare qui anche lei, si avverte che il suo colore è più giovane di una generazione, ma la vita libera della rivista, la «moda disubbidiente», evidentemente, le paiono attuali e attraenti.

A volte siede al telefono, risponde alle chiamate e trascrive le lezioni, evidentemente studia. Così accadeva, quando sono entrato lì una volta: dovevo attendere qualcuno e rimasi. Chiese le sigarette a un tipo, che pure attendeva, un artista di un’agenzia pubblicitaria, scriveva sommessamente. Un suo libro, lasciato sull’altro tavolo con la copertina in su – Salinger, tradotto in lettone – faceva tenerezza in quella situazione.

Poi l’ho vista con un vestito lungo di lana marrone chiaro o verde scuro. Il colmo è che non le ho mai parlato, ma so, per esempio, come è il suo petto. Un’altra ragazza mi ha mostrato le diapositive scattate nell’unità militare, a cui ha partecipato anche lei, in alcune foto indossava infantilmente una maschera antigas e mucchi di pallottole, in altre era in topless, giovane, aperta, confusa, soddisfatta di sé, del mondo, del proprio petto, dell’attenzione.

Ha un bel corpo. Spesso la vedo al caffè M-6 con le amiche e a volte con dei ragazzi. Mi sembra che ami l’alcol, che si ubriachi, per questo forse vuole conoscere la sensazione, che suscita negli altri – confusione, volubilità, armonia, buffo caos vorticoso. Pare che le piaccia essere un po’ ubriaca. Forse beve, come un turco, però non credo, è troppo dolce.

Ha un amante? L’ha, forse, no, almeno, se l’ha, certo, le vuole bene. Se è uno della sua età, lei lo ama semplicemente, se è più vecchio, lo ama un po’ diversamente.

Forse un giorno le parlerò. Forse sarà di intralcio il mio scarso lettone o il suo russo, altrettanto scarso, non lo so. Lei esiste nel mondo, in cui io esisto oggi. Cammina per le sue strade, beve il suo vino e guarda dalla stessa finestra della filarmonica, da cui guardo io, scrutando la folla che si trascina accanto al casino e al salone «A», in quella folla sono frequenti gli amici, ai quali non ho mai voglia di gridare dall’alta finestra.

Davvero la vedo da tempo, mi pare, l’ho già incontrata in compagnie e luoghi quasi comuni. Forse ci siamo scambiati un sorriso, passando ognuno per la sua strada, accanto al caffè Pils in una giornata estiva. Forse l’ho vista bere birra da alti boccali insieme a sospetti tedeschi sotto ombrellini Carlsberg sulla piazza del duomo. Lì suonava l’orchestra con un triste tastierista, eseguiva jazz baltico, riposante e quieto. Per una sera si unì a loro un notevole sassofonista ma poi non lo vidi più.

In città ci sono molti volti, che annovero tra i miei conoscenti, anche se non ci salutiamo mai. Per esempio una ragazza con una scollatura nera fino al collo e il profilo dell’Achmatova, l’ex amica di un artista alla moda, di cui ora si sente poco parlare. Nei nostri incontri ci sono i periodi «caldi» e «freddi». I primi durano non più di un mese o due, i secondi – per anni.

Ci conosciamo? Non so. Bene, se sì, giriamo, incrociandoci volta dopo volta, per fissarci nella memoria l’uno dell’altro, ma senza mai sfiorarci. Male, se no, e il tesserino dell’osservatore esterno non è ancora scaduto.

Tuttavia, se capiterà il caso, non sono contrario a coprirle il petto di baci e a guardare con più attenzione gli occhi castani, come accade. Ma non mi sembrerà di baciare una grande diapositiva, nove per dodici, di una sfumatura verdastra?

Non mi sembrerà così, – penso io, dimenticando per un po’ la ragazza.

Commentario necessario

Qui gli eroi sono come moscerini nell’ambra, si sono già incontrati, oppure non si sono ancora incontrati, sono sospesi in un vago desiderio e muti girano le zampette. A qualcuno piace questa atmosfera di sguardi, semi allusioni, di cenni pronti a cadere, succeduti a un’indifferenza marcata. Desiderio irrealizzato, che non porta a niente, forse solo a fenomeni nell’aria. Interferenze. Desideriamo qualcuno, qualcuno ci desidera confusamente. E tutto questo accade qui. Per sempre.

E l’eroe? Dopo un po’ di tempo ha affittato una stanza in centro. Ha trasferito una somma notevole in una delle banche di Riga e affronta facili problemi con il Dipartimento dell’immigrazione. Evidentemente li risolverà.

In alcuni caffè di Riga ha ormai i suoi tavolini preferiti. I camerieri lo conoscono – dà mance generose. Qualcuno lo ha visto in compagnia di una simpatica ragazza castana con gli occhiali tondi. Sembra che sia quella, da cui si nascondeva. Arrivata su suo invito, anche lei ha già iniziato a notare certe piccolezze, gradite a lei sola. Si è ambientata, quindi.

Come è stato scritto nelle prime righe del «Romanzo per partire»: «Divertendoci e diventando sempre meno, saltando le pozze e lasciando le bottiglie di birra a care vecchiette loquaci. Comparendo ora qui, ora là, ma in realtà sempre qui. Ardendo, poltrendo, guardando con occhi pallidi la vista dal ponte. Come se non ci fossimo, come se ci fossimo, ma ce ne andassimo, aggiustando il paltò, infilando il berretto, chiacchierando velocemente nel cammino. La nostra partenza è un’avventura, ma muovendoci come sempre dal centro, inevitabilmente passiamo, inevitabilmente lasciamo alle spalle. È tutto».

Chi vi starà accanto si incamminerà, scrutandovi negli occhi, poi egli stesso guarderà. Potrete cambiare, le impressioni raramente coincidono. È la cosa più gradevole, che non finisce mai.

1994

Note

1)Riga, città medievale sul mar Baltico alla foce della Daugava. Fu annessa all’impero zarista nel 1710. Divenne capitale della Lettonia indipendente (1919), poi della Lettonia Sovietica (1940).

2) A.I. Putilov (1866- dopo il 1926), ingegnere e imprenditore russo, che possedeva fabbriche a Pietroburgo e in altre città.

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