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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Samsad Abdullaev, “Poesia e morte”

Posted by pasha39 su marzo 11, 2007

a cura di Paolo Galvagni

Ogni poeta sincero – per la maggior parte coscientemente – è rivolto alla morte. In ogni istante è attirato in questa direzione. Questa tendenza interiore diventa consueta – quasi come la tensione muscolare, difficilmente percepibile. Il tradimento di un amico, della moglie, le varie difficoltà della vita non svolgono nessun ruolo. Al contrario, una magnifica giornata di sole, la quiete bucolica – ecco il principale pretesto per la folle malinconia. Avvolto dalla morte, il poeta è pronto a sperimentare il colpo celato dell’annichilimento. Vuole mostrare la realtà fuori da ogni idea. Se questo metodo gli riesce, egli cade nel vuoto, nel silenzio, inteso come l’unico materiale poetico di valore. Il principio è l’assenza, da cui proviene tutto, anche l’emozione lirica. Appunto attraverso una simile circostanza appare la spietatezza dell’autore per la metafora, che lo raggiunge fulmineamente, alla quale egli strappa la scorza di una banale chiarezza. Gli esempi sono molti. Tutti confermano la stessa cosa: la poesia deve stringere un accordo matrimoniale con l’oscuro silenzio.

Il poeta brucia un evento monotono nella vuota realtà quotidiana, quando attraverso le cose crescono la stanchezza e la malinconia pervasa dalla luce estiva. Ecco che cos’è stupefacente: una persona si lancia dal decimo piano; non vediamo il suo volto (ci dà le spalle), pertanto non conosciamo il suo vero stato. Un micio attraversa graziosamente una stanza; una soave tendina bianca si dimena con pesante lentezza; qualcuno entra di corsa in camera, canticchiando una canzone sommessa, subito esce, senza notare nulla. Nessuno percepisce la cosa più importante: la strana disperazione dentro un’atmosfera elegiaca, pervasa dal sole esultante. Il suicidio del poeta non è forse una conseguenza dell’impazienza, della fretta? La morte è la preda che egli persegue costantemente. In essa lentamente si gonfia l’idea del sacrificio come realtà indiscutibilmente autentica, destinata a lui soltanto, nella quale egli ricadrà; e benché una voce interiore gli ripeta invariabilmente “è ancora presto”, egli cerca tuttavia di anticipare l’evento e supera la fine in una dolce impazienza. Quando nella letteratura distruggono il visibile e profanano l’invisibile, la morte conferisce un ordine massimo a quanto accade. Essa è uno scoppio di spiritualità, come un fugace frammento musicale del “Flauto magico”, guizzato inaspettatamente accanto, non correlato affatto al normale affievolimento delle sensazioni comuni. In questo momento la morte è – senza inganno – il “caso” più verosimile nell’inerzia generale: il processo, contratto, sempre vivo di una celata divinità, balenato – qui e ora – per un momento.

In complesso non c’è nessuna infernalità – al contrario, tutto è verosimilmente semplice e usuale, come l’inspirazione e la respirazione. Per dirla rozzamente, Tanathos è l’amato archetipo nella lirica europea; dai singhiozzi meridionali di Giacomo Leopardi alla fredda fissità di Ted Huges. Abbiamo bisogno di una pausa, di un’interruzione, che non divide affatto l’ambiente circostante e il nostro Ego braccato nel sonno e nella realtà del silenzio. Difficilmente è necessario opporsi al pensiero che la spinta poetica fiorisce e poggia sul “riposo” dell’attenzione ipnotizzata, che invia costantemente all’autore una fosca intuizione su qualcosa di altamente rilevante. Così appare una nuova passione, che si compatta nello spazio natio, dove è completa solo la lingua. Si procede secondo uno scenario: il gesto, il torpore, la profondità dell’aria. Il movimento verso la morte ci attende nel primo verso d’amore – si muove in cinque-sette suoni insinuanti, che si chiamano l’un l’atro a distanza; sembra pronto a indietreggiare delicatamente nell’ombra e al tempo stesso dopo qualche sillaba intende far arretrare l’immagine più enfatica oltre il limite della pagina cedevole, fingendosi una lieve impressione d’amore. Una goccia di succoso oppio penetra nel testo, dove la chiara potenza grammaticale rivela “l’altra riva”, che si avvicina immancabilmente, benché nel mondo della totale concretezza qualunque uccellino possa abbindolare la poesia con la sua attendibilità di questo mondo. Tuttavia, a dispetto di tutto, il poeta si sforza di aizzare il flusso della scrittura lirica, che tagliuzza l’ottusa versificazione, contro il vuoto, appena baluginante nell’opera. È una forma particolare di rischio poetico, da cui è molto più comodo arrivare alla morte o almeno sfiorare la distanza, che separa con cura il giovane dal suo futuro tanto desiderato. La benevolenza si eleva sul giudizio. L’incontro autentico – a volto a volto – con la piena comprensione della propria predestinazione, ovviamente, è saggiamente stabilita per un termine più tardo. Questo stupendo indugio e l’irritante lunghezza del non esistente ci conducono premurosamente al fiume, alla porta, al congedo dalla solitudine. “Voum”, n. 1-2, 1993

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