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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Taras Ševčenko (1814-1861), cantore del popolo ucraino

Posted by pasha39 su marzo 17, 2007

a cura di paolo galvagni

Petrus’ (1)

Vivevano in un cascinale
Un povero signore e la moglie.
Allevavano una figlia,
Era ormai cresciuta;
Un generale la chiese in sposa,
Giacché era assai bella,
E il generale era assai ricco.
Ecco la sorte che Dio mandò
Allo sventurato cascinale, – fu
Benedetto il Sovrano dei cieli!
La agghindarono per bene
E una domenica la sposarono,
La chiamarono generalessa,
E la portarono in carrozza a Kiev.

  V’era nel cascinale un piccolo
Bastardo, pascolava i maiali,
Si chiamava Petrus’; seguì
La signorina come dote
Nel borgo del generale
A pascolare i maiali, sventurato.

Consueti erano i balli dal generale,
Signori e signorini attorniavano
In grande folla la generalessa;
Costei principiò di notte
A piangere sommessamente:
“Mia madre m’ha rovinata,
Invano sfioriranno nei palazzi
La mia beltà e la giovinezza”.
“Piangi, anima mia?” – “Chi, io?
No, non piango…”– “Sai, Manja,
Ora in città vi sono gli armeni,
Comprati uno scialle”.
“Non ho bisogno di scialli”.
“Non rattristare il tuo cuore!
Compra lo scialle, colombella!
Non addolorarmi! In primavera
Andremo insieme a Parigi
Oppure torneremo al paese,
Come vuoi tu, cuore mio”.

Lentamente
Passò l’inverno, il dolore
Si depose piano piano in seno
Alla giovane generalessa.
In primavera andarono al paese,
Ebbero inizio i banchetti,
La generalessa piangeva sempre,
Il generale nulla vedeva,
Ma tutti in paese sapevano.

Un giorno, per l’uggia, uscì
Pensierosa a passeggiare,
E passò per il pascolo,
Vide un ragazzino nella steppia
Che pascolava le pecore.
“Oh, sventura, sventura!
Che farò mai nella vita?
Sei tu, Petrus’?” – “Certo, sono io ”.
“Andiamo da me, vivremo
Come vivevamo un tempo
Nel cascinale”. Si inchinò,
Senza muovere gli occhi,
Guardò Petrus’. Ella cresceva
Tutta sola, come una zitella,
Le avevano tarpato le ali, –
Venduta all’anziano generale!
E avevano scialacquato i soldi…
Scoppiò in amarissime lacrime.
“Passeggiamo, cuore mio! Andiamo,
Petrus’, in giardino, al palazzo”.
“Ma chi baderà le mie pecore,
Chi le porterà a pascolare?”
“Se ne occuperà qualcun altro!” –
E lo condusse al palazzo.
Lo abbellì, lo agghindò,
Poi lo mandò a scuola.
Era felice. Gioisse pure, –
La speranza le scaldava il cuore,
Da quel chicco cresceva
O l’agrostemma o il frumento.
Non sappiamo che cosa potesse
Avvenire in lei. Il cuore
Non rivela i suoi segreti.
La madre avrebbe dato
L’unica figlia al generale,
Vedendo quanto soffre?
Non l’avrebbe data… Non so…
Le madri non sono tutte uguali.

Passavano lenti i giorni,
Petrus’ andava a scuola
Con i libri e cresceva.
Ella pareva ringiovanire,
E il generale si rallegrava
Che avessero compiuto
Una santa azione.

Concessero la libertà a Petro,
In inverno lo portarono a Kiev,
Pure lì lo mandarono a scuola,
Pure lì lo istruirono bene.
Tornò Petrus’ da Kiev,
Ormai era il signorino Petro, –
Con i riccioli sino alle spalle,
E i suoi baffetti neri…
Ma ora non abbiamo fretta
Di svelare quali fossero
I sogni di Petro. Ma che cosa
Sognava ora la generalessa
Dalle sopracciglia nere?
Ecco lo racconteremo.

Davanti all’icona di Maria
Ardeva di notte un lume.
Ella, inchinandosi sino a terra,
Piangeva, si batteva… Versava
Infuocate lacrime impure.
Benediceva la santissima,
Affinché la… la salvasse,
Affinché non la rendesse folle –
Virtuosissima! Ma invano.
La preghiera non servì:
La sventurata impazzì,
La cara fanciulla amò
Il suo Petrus’. Uno strazio –
Per un’anima pura e giovane!
Che poteva fare! Non fu forte
La poverina, – uscì pazza.
E come poteva, sola, vivere
I santi anni della gioventù?
Non ritornano più!
Sopporta la tristezza, si dice,
Se no ti soffoca. La generalessa
Non la sopportò, giacché, –
Giovinetta, – voleva vivere!
Voleva… La kaša è densa,
Ma non è per noi, vedete,
V’è per noi una pappa insipida –
Non hai che quella da mangiare!

“Petrus’! Mio unico amico!
Cuore mio! Figlio mio!
Salvami, salvami! Salvami!
Oh Madre di Dio! Libera
L’anima mia!” Piangeva,
Malediceva i genitori
E tutto al mondo. Petrus’,
Suo unico fanciullo,
Passeggiava innocente
In giardino e cantava un’aria
A mezza voce. Niente più
vedeva. Intanto la poverina
Non sapeva che fare.
Che cosa escogitare?
Nascondersi sott’acqua,
Oppure sbattere forse
La testa contro un muro…
“Andrò a Kiev, pregherò.
La preghiera forse scaccerà
Il demonio… Oh! Mio Petrus’!
La preghiera non mi salverà,
Affogherò nel Dnepr!”

Pregate, signori, fanciulle,
Pregate, signori, affinché
Vostra madre non vi dia
A un generale, per i palazzi,
Non vi venda così.
Amatevi, giovani, in primavera.
Al mondo si può amare
Senza interesse. Giovane,
Virtuoso, sacro, puro –
L’amore vivrà in una
Casetta. E la vostra sacra
Quiete vi proteggerà anche
Nella tomba. Che ne sarà
Dell’illustre dama? Che
Farai adesso di te,
Della tua divina beltà?
Chi proteggerà la quiete
Carpita dal tuo Petrus’?
Forse l’arcangelo? Neppure lui
Ti proteggerà. Ho paura,
Paura anche di pronunciare
Il tuo futuro…

Andasti a Kiev, a pregare,
Andasti sino a Pocaiv.
La Vergine non aiutò,
Non aiutò la sua santità.
Piangevi e pregavi,
Poi smettesti. Portavi
In seno una serpe malvagia
E il veleno in una boccetta.

Dopo il viaggio non mangiasti
né bevesti per tre giorni. Per tre notti
Non dormisti, – vizzi gli occhi scuri,
Secche le labbra; di notte
Bisbigliavi inquieta, ridendo.
Penasti così per una settimana –
Quindi preparasti il veleno,
Lo desti da bere al generale
E, conclusa l’opera, ti coricasti.
“Ora seppellirò il vecchio
E accoglierò il giovane,
Finalmente potrò vivere,
Amerò Petrus’, il cuore mio”, –
Pensasti quasi ad alta voce.
Pur assonnata, non dormisti.
Attendevi che facesse giorno,
Ma temevi la luce divina.

Al mattino le campane
Commemorarono il generale;
Dicevano parole malvagie
Le persone giunte a porgere
L’estremo saluto. Un ronzio, –
La gente, accorsa da ogni dove,
Mormorava circa il veleno,
Si azzittì per un attimo, –
Quasi aspettasse i magistrati.
Arrivarono: presero i coltelli,
Aprirono la pancia al generale, –
Vi trovarono il veleno.
La folla sorda fu testimone.
Quindi il giudice chiese:
“Ora, dite, cristiani, chi è stato?”
Echeggiò un brusio, parevano
Sommesse campane. “La signora!
 La signora!” – Urlò sonora la folla.

Allora Petrus’ comparve
Sul balconcino e annunciò
Alla folla: “Sono stato io,
Ho avvelenato io il generale,
Voi non sapete nulla!”
Incatenarono il giovane Petrus’
E lo portarono in città.

Lo tormentarono per poco
In carcere, in tribunale,
Lo incatenarono per bene,
Lo rasarono alla bisogna;
Segnatosi, così agghindato,
Petrus’ trascinò le catene
Sino in Siberia…

1850
Note

1) Petrus’, forma vezzeggiativa del nome Petrò [Pietro].
2) Riferimento alla servitù della gleba, che rimase in vigore nella Russia zarista sino al 186
3) Agrostemma, pianta infestante con fiori rosa e semi velenosi.
4) Kaša, piatto tipico della cucina russa e ucraina, a base di cereali lessati
5) Pocaiv, località ucraina, dove ha sede un importante monastero fondato nel XVI secolo.

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