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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Lo sfacelo di una civiltà: intervista a Gian Ruggero Manzoni

Posted by Mauro Daltin su marzo 27, 2007

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a cura di Mauro Daltin
Intervista pubblicata su PaginaZero – Letterature di frontiera n°3

Poeta, narratore, pittore, scultore: a quale di queste arti ti senti più vicino?
Sono un poeta. Sono nato poeta. Sono poeta anche quando dipingo e modello la creta. Se si nasce poeti poi lo si è in ogni gesto che fai, in ogni pensiero che intraprendi, in ogni disciplina che pratichi, anche non artistica. Penso ad esempio ad Einstein, amava suonare il violino, era quello che gli piaceva maggiormente fare e anche quando formulava le sue teorie fisico-matematiche era la musica ad accompagnarlo, l’orecchio musicale. L’universo che ha descritto Einstein è, in effetti, una melodia infinita, un’illimitata suonata per archi. Padre Turoldo, quando predicava in Duomo a Milano, procedeva nel dire come stesse recitando un poema. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo, era il 1983, vent’anni fa, è stata un’esperienza che mi ha segnato molto. Quando sei poeta non puoi sfuggire a quel tuo fremito interiore. Pare una banalità, ma è così.

Hai un approccio diverso rispetto a questi diversi aspetti della tua personalità e della tua arte?
L’approccio si diversifica solo in accezione psicologica. Se, con lo scrivere, accumulo tensione, dipingendo o lavorando con la creta elimino…scarico energia. Lo scrivere, per me, è circolare, è su se stessi, è arte autoinglobante; le arti visive e plastiche, invece, sono maggiormente
‘proiettive’, più fecondanti l’esterno…fecondanti l’altro da te, per intenderci. Lo scrivere è un mettersi continuamente incinta, almeno così lo sento io, mentre l’affrontare la tela o la creta è un mettere incinta. Anche quando lo scritto poi prende forma nel libro e tramite il libro si sparge
nel mondo continuo a sentirlo mio, questo, invece, non mi capita coi quadri o con le sculture. Quando le vedo esposte in una galleria o in un museo le vivo come non fossero più mie, ma dello spazio che le contiene, quindi patrimonio dell’occhio o della mano del fruitore.

Hai definito la pittura “niente di più che un prolungamento visivo della scrittura”. Che cosa intendi?
Che tramite la pittura continuo a narrare, continuo a tessere trame letterarie; che rendo immagine segnico-cromatica ciò che ho già scritto o andrò a scrivere. La mia è quindi da considerarsi una sorta di pittura illustrativa. Vado a dare costruzione visiva a quello che era o che sarà una mia ‘equazione’ verbale. Affermando ciò non invento alcunché di nuovo.
L’Umanesimo ci ha già dato sublimi prove in proposito. Dove inizia e dove ha termine il poetare, lo scolpire e il dipingere di Michelangelo? E l’inventiva di Leonardo dove…tramite quale strumento…per mezzo di quale tecnica…in che modo si è concretizzata con maggiore risultato? Tutti coloro che si ritrovano nella grande lezione umanista non si pongono questi problemi. Fanno, e ciò basta.

Nelle Accademia di Belle Arti e nelle Università hai insegnato e ancora insegni riguardo al rapporto che sussiste fra letteratura e arti visive. In che cosa consiste questa contaminazione?
Difficile poter rispondere con brevità. Ogni epoca ha dato costrutto a sinergie diverse, a modi differenti di intendere il rapporto fra le arti, così come il rapporto fra le arti e le scienze o le arti e le filosofie, oppure tra le arti e le religioni. Di base è ritrovabile, però, un unico bisogno, direi più umano dell’umano, cioè l’esigenza di dare voce, forma, suono, immagine, edificazione etc.etc. ad una cosmogonia, ad una visione dell’esistere entro una dimensione che la si riconosce come propria, come patrimonio di tutti gli esseri viventi. Una dimensione alla quale si tenta di dare un nome, un volto, un colore, oppure la si vuole come astrazione, come formula algebrica, come speculazione concettuale. Una dimensione che la si afferma o la si nega, a piacere, ma che, comunque, è. In tale ricerca di senso…o, meglio, “di un senso” risiede il fondamento di ogni scambio, influenza, contaminazione creativa.

Poesia, teatro, musica, narrativa, pittura: quali sono, se ci sono, i confini fra le diverse arti?
I confini sono, unicamente, di origine semantica. I confini sono dati dai linguaggi adottati, non certo dai contenuti espressi. E’ la forma che determina il confine, che altro se no?! Ed è giusto che sia così, altrimenti il sommo piacere di esprimere un’idea o un sentimento potendo scegliere, in libertà, questa o quella disciplina…questo o quel linguaggio, sparirebbe, e con tale piacere svanirebbe, anche, il massimo dono concesso all’uomo, cioè la possibilità di raggiungere il sublime tramite la molteplicità dei mezzi e non l’unicità del procedimento. E’ magnifico che esistano infiniti linguaggi per poter raggiungere l’assoluto…o gli assoluti dell’essere, tale
incalcolabile varietà aumenta il desiderio di sapere, di conoscere, di approfondire, di entrare in contatto, di comprendere, di capire, per poi gioirne e amare…poter amare l’uomo per l’universo espressivo che lo vive. Un universo che va custodito con estrema cura, con rispetto, con umiltà, con sincerità. Se nell’oggi dovessi indicare l’arte per eccellenza, cioè l’arte delle arti, quella che le contiene tutte e che è riuscita a cancellare, seppure, e per fortuna, non completamente, i confini formal-semantici fra le varie discipline, senza indugio direi il Cinema, ma, il Cinema, nella sua interezza e totalità, nella sua ‘macchinosità’ realizzativa, pecca di
estrema artificiosità, e ciò va contro allo spontaneismo, all’improvvisazione talentuosa, allo ‘sbavato’, all’immediato, elementi fascinosi che appartengono a molti linguaggi espressivi più ‘semplici’, ma non per questo meno efficaci, meno risolutivi, meno esaustivi. Da ciò…ogni
arte ancora vive e ha valenza, come sempre vivrà e varrà fin quando l’uomo avrà capacità d’inventare sempre nuove formule di comunicazione e sempre nuovi linguaggi.

Pensi che la specializzazione, nell’arte come nella vita, sia auspicabile o sarebbe bene avere un approccio multidisciplinare rischiando a volte la superficialità?
Le specializzazioni le lascio tutte agli statunitensi, i quali se ne fanno vanto. La specializzazione è una loro conquista, è una loro prerogativa, ma è anche il loro limite. Mai ho incontrato così tanti laureati specializzati ignoranti come negli States. Cardiologi che sapevano tutto sul cuore, ma quasi niente del pancreas, ingegneri che sapevano come erigere grattacieli, ma non ponti, insegnanti d’inglese che citavano a memoria tutto Shakespeare, ma non ne sapevano mezza di fisica, matematici che volavano coi numeri sulle stelle, ma non avevano mai letto una poesia, psicoanalisti che pretendevano di analizzare i sogni e le frustrazioni delle rock star, ma non sapevano chi avesse sconfitto Napoleone a Waterloo, poi, quando domandavo il perché di
tale assurdità, l’unica risposta che mi veniva data era: “non è di mia competenza”. Follia. Follia allo stato puro. Follia data dalla specializzazione. La complessità di un mondo e di un’epoca non la si può ‘cavalcare’ da specialisti, ma da eruditi a tutto tondo, come un tempo si diceva. Non dimentichiamoci dell’Umanesimo…e scusatemi se lo ripeto. Non scordiamoci di quella lezione. Di certo, allora, la società era meno articolata di oggi e i problemi, legati al quotidiano, erano molto più elementari, ma i quesiti fondamentali dell’esistenza erano gli stessi di adesso. Né più né meno. Così come oggi, gli eruditi di allora cercavano la verità sfruttando quei pochi mezzi tecnologici che avevano a disposizione, fra mille anni qualcuno dirà lo stesso di noi…commenterà la scarsa conoscenza tecnologica che avevano gli uomini del XX e XXI secolo, e così via. Ma intendiamoci bene, sto parlando di eruditi a tutto tondo, di menti ‘dilatate’, non di gente che ha un’infarinatura approssimativa e le spara a casaccio. Allora meglio un ignorante specialista americano, che almeno ha il coraggio di dire: “non è di mia competenza…non lo so”, piuttosto che un vendifumo pressappochista, come ne vedo tanti in TV o nelle università anche
qui da noi…soprattutto qui da noi. Perché se gli americani peccano di ignoranza specializzata, noi pecchiamo di supponenza cialtronesca, e non so quale sia il male minore. Oggi come ieri, l’artista che si può dire tale, deve essere a conoscenza di tutto, deve interessarsi di tutto, deve mangiare e metabolizzare tutto, deve stare di continuo aggiornato, deve spaziare anche nelle discipline che non pratica, e lo stesso valga per l’uomo politico, per l’imprenditore, per il professionista, per il teologo, quindi per tutti coloro che dovrebbero formare la colonna vertebrale di un sistema sociale avanzato-emancipato. Se ciò non avviene…come spesso non
avviene…ecco l’incomprensione, l’incomunicabilità, il pregiudizio, l’ottusità, il tutto scandito da aride leggi votate al profitto, all’individualismo più becero, all’egoismo, all’ipocrisia, all’indifferenza, al cinismo. Ecco una società priva di slancio ideale e di tensione emozionale. Ecco lo sfacelo di una civiltà. Ecco dove sta andando l’occidente del pianeta. Ecco come soffocare lo spirito originario del sapere.

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