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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo. #5

Posted by paolo fichera su aprile 6, 2007

Nemo ite: nel pulman del silenzio [terza e ultima parte]

di Claudia Maspero

02 agosto 2006, mercoledì.
Lasciamo Sarajevo con uno strano malessere, attribuisco la colpa a quella pesantissima zuppa che ho tentato di mangiare la sera prima, l’alcaselzer non ha funzionato. Come tutte le volte che mi allontano da un posto che mi ha preso la pancia, provo il desiderio di farlo il più velocemente possibile, come se non fossi capace di salutare, quasi volessi misteriosamente scappare, un po’ svanire.

A mezzogiorno siamo a Tuzla. Pioviggina. Ci vengono a prendere Sara, Francesca, Massimo e Safema, l’insegnante di inglese della scuola in cui Sara e altri organizzeranno il campo di animazione. Facciamo un giro per la città. Poi prendiamo il pulmino in direzione di Sapna. Sul pulmino Safema parla con Sara, le racconta dell’anno scolastico passato poi invita entrambe a guardare verso un campo di croci bianche. Li ci sono sepolti i suoi due fratelli, quest’anno li hanno trovati. Il viso di Safema è bello anche se segnato da qualche ruga attorno agli occhi blu, intensi. Sorride uno sguardo triste. Ora si deve occupare del padre anziano e malato. Sara mi aveva già parlato di lei, è una splendida persona, disponibile e dolce con i ragazzini. E’ una ragazza che ha vissuto la guerra e le sue difficoltà, ha dovuto lasciare la sua casa e poi lottare per riaverla quando finito il conflitto armato l’ha trovata occupata da una famiglia serba; ha vissuto 10 anni con la speranza di vedere ritornare uno dei suoi due fratelli e con la quasi certezza che mai sarebbe accaduto. Molti vivono l’impossibilità di elaborare il lutto in assenza del corpo.

A Sapna veniamo accolti come due persone importanti. Io mi sento imbarazzata. La scuola è chiusa, all’interno ci sono i ragazzi che preparano le attività per il giorno successivo, sulla porta a vetri si incollano bambini curiosi, chiamano, gridano. Non è possibile farli entrare tutti. Non tutti questa volta.

Ripartiamo. Mi siedo su un autobus con Sara accanto. E’ una straordinaria compagna di viaggio, discreta e silenziosa al momento giusto, tendenzialmente una gran dormigliona, senza riserve a volte, pronta alla riflessione profonda ma anche alla battuta ironica. Mi lascio cullare dal movimento sgraziato del bus accentuato da quello dello sgangherato sedile. Tutte le sedie che ho provato in questi giorni erano di questo tipo, un po’ vecchie, un po’ sporche, vissute; a casa di Lejla e Ajla oltre al divano c’erano due sedili che sembrava quelli di un autobus. Mi addormento fantasticando su chi prima di me sedeva al mio posto, una vecchietta scappata alla strage di Srebrenica, un giovane soldato bosniaco, una donna in attesa. Mi sveglio più volte durante le tre ore di viaggio, apro gli occhi e mi sembra di stare in un bosco incantato, tutto intorno ci sono boschi verdi luccicanti ed un’unica strada, commento la loro bellezza e Sara mi riporta alla realtà dicendo solo che sono tanto belli quanto pericolosi. La maggior parte dei boschi sono minati, praticamente impraticabili. La guerra è finita da 11 anni ormai e il nemico è ancora qui: non più sui tetti delle case alte o sulle colline che dominano la città, ma nascosto sotto terra, dove scorre la linfa vitale. Mi viene in mente una frase di Piero Del Giudice, il quale in Sarajevo!1992-1995, (edizioni “e”, Trieste 1996, p.8) parla proprio del Centrotrans, la stessa compagnia grazie alla quale viaggiamo; un bus sul quale “sopra i sedili con i braccioli rotti stanno nel viaggio di ritorno persone che non parlano, non cambiano posto, nel pullman del silenzio”.

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