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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo. #6

Posted by paolo fichera su aprile 10, 2007

L’esitazione dell’interprete [prima parte]

di Stefano Fregonese

L’esitazione dell’interprete coglie tutti alla sprovvista. Siamo alle battute iniziali del primo incontro tra noi, cinque psicologi italiani esperti nei processi di umanizzazione negli ospedali, e una ventina tra medici, infermiere e psicologhe della Clinica Pediatrica di Sarajevo. Selma, l’interprete, è una giovane studentessa della facoltà di lingue dell’Università di Sarajevo. Bimba in Bosnia, adolescente profuga in Italia durante la Guerra, compiuti i diciotto anni ha voluto ritornare a Sarajevo. Neppure lei – come me, psicoanalista friulano di cui sta traducendo le parole di presentazione – ha vissuto uno solo dei mille giorni dell’assedio della città. Nella sua mente è proprio questa parola che ora si fa profuga e non vuole rientrare alla coscienza: assedio.

Questo lapsus ha l’effetto di una granata sull’attenzione del gruppo che si sfalda: due medici si alzano ed escono in corridoio a telefonare, altri a piccoli gruppetti si mettono a parlottare. A una infermiera suona il cellulare. La neonatologa che parla anche inglese suggerisce alla ragazza il termine siege, per aiutarla a rompere l’accerchiamento emotivo che impedisce alla parola assedio di vincere se stessa. Finalmente Selma pronuncia in bosniaco opsada. Il gruppo si ricompone in un misurato silenzio, rientrano le persone ferme sulla soglia, le telefonate vengono sbrigativamente interrotte e i cellulari spenti, ciascuno ritrova il proprio posto nel cerchio. La presentazione riprende. Io, psicoanalista italiano, quarantenne alto e magro, un po’ ingobbito sulla sedia, i gomiti appoggiati alle ginocchia, parlo lentamente scandendo bene le parole, fermandomi alla fine di ogni frase, attendendo la traduzione. Ripeto ancora di non aver mai vissuto sotto assedio, la frase che ha scompigliato le fila e le emozioni; aggiungo che non mi è toccato in sorte di vivere nello stesso Paese e nella stessa comunità con persone che hanno provato, o sono riuscite, a distruggere parti consistenti della mia vita emotiva, relazionale, sociale e culturale. Che titoli posso vantare per venire a Sarajevo a parlare di angoscia, sofferenza e ambivalenza?

Poi, riprendendo dopo una breve pausa, obietto – più a me stesso che a chi mi ascolta – che lavorando quotidianamente in contatto con il disagio fisico e mentale apprendo, ogni giorno, quanto difficile sia, per le parti sane di un individuo, sopportare il costante assedio a cui sono sottoposte dalle parti insane. Cito Sigmund Freud lì dove lo psicoanalista viennese parla delle pulsioni di vita e di morte, di come sia necessaria la loro coabitazione e quanto delicato sia l’equilibrio sul quale si basa; e cito le parole di Melanie Klein riguardo al fatto che quando questo equilibrio collassa, e la scissione e la proiezione delle pulsioni sadiche prevalgono, violenza e angoscia paranoide si diffondono dappertutto. Egualmente – aggiungo – ciò accade quando la malattia costringe l’individuo sotto l’assedio di pene e angosce soverchianti. Ristabilire l’umana tolleranza del dolore e dell’angoscia è compito difficile in ogni contesto, sociale e mentale.
[fine prima parte]

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