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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo. #7

Posted by paolo fichera su aprile 12, 2007

L’esitazione dell’interprete [seconda e ultima parte]

di Stefano Fregonese

Cinque psicologi di Spaziopensiero: siamo venuti a Sarajevo da Milano per promuovere l’Umanizzazione dell’Ospedale Pediatrico, e riflettere sulla necessità di sostenere, in chiunque in ospedale venga a contatto con la sofferenza, la capacità di tollerare il dolore e l’angoscia, al fine di mantenere viva la speranza, la consapevolezza e la conoscenza.

Quali circostanze e motivazioni abbiano portato noi cinque professionisti milanesi a confrontarci con i colleghi bosniaci non è cosa facile da ricostruire. Quale sia l’attesa reciproca è tutto da scoprire. A Milano l’équipe di Spaziopensiero lavora ormai da alcuni anni presso l’Ospedale Buzzi, o l’Ospedale dei Bambini, come è meglio conosciuto in città. Ci occupiamo di accogliere e seguire i genitori e i bambini che affrontano gli esami diagnostici, le visite specialistiche e il prericovero in vista di un intervento chirurgico. La nostra idea è tutto sommato semplice e forse perciò particolarmente efficace: riteniamo che la salute del bambino, la sua guarigione, l’evitamento di traumi psicologici legati alla violenza piccola o grande insita in alcuni processi diagnostici e terapeutici, la qualità dell’esperienza dell’ospedalizzazione, la preservazione della dignità della vita del bambino anche quando si approccia la morte, dipendano dalla capacità dei genitori di essere tali, di non deflettere le loro funzioni genitoriali: promuovere amore, sostenere la speranza, contenere la pena depressiva, continuare a pensare.

La genitorialità spesso è la prima vittima dell’accerchiamento operato dall’angoscia e dal dolore. Il bambino rimasto solo è poi facilmente esposto al trauma. Nell’urgenza e nella complessità della cura spesso è difficile trovare un posto per il genitore. Un posto fisico adeguato, una poltrona accanto al letto del figlio, un letto dove permettergli di passare la notte, un luogo dove trovare ristoro nelle lunghe ore dell’assistenza, uno spazio dove rigenerare la mente, acquisire informazioni, accedere a conoscenze specifiche e necessarie sulla malattia e la cura. Ma spesso, nella mente di chi opera nell’urgenza, viene meno anche quel posto mentale dove dovrebbero trovare spazio le istanze proprie dei genitori sufficientemente buoni, la loro funzione di raccordo e di integrazione, di garanti del legame sociale e della dipendenza affettiva, di contenitori dell’angoscia e dell’aggressività e delle pulsioni di vita e di morte.

Profughi dal loro ruolo, i genitori faticano a mantenere la loro funzione. Che è una funzione di soglia e di confine, che li rende responsabili di introdurre il bambino nei territori inesplorati della vita e dell’esperienza, che nel nostro caso si declina sulla malattia e sulla lenta guarigione, a volte sulla morte; oppure li impegna a varcare essi stessi, in virtù della loro funzione di tramite, le soglie dell’intricato immaginario infantile, per affiancare il bambino nel difficile lavoro di delineare il senso della propria vita interna ed esterna e, alle volte, dopo averlo preso per mano nei fitti boschi della paura, o nei minati campi dell’incertezza, o nei cieli tempestosi dell’onnipotenza, ricondurlo a casa, con i piedi per terra nel rassicurante e un po’ banale reame del quotidiano o nella faticosa e a tratti dolorosa landa della realtà.

Genitori doganieri, genitori interpreti. Vanno aiutati. Se no diventano essi stessi un problema, un intralcio, scomodi e impotenti testimoni dell’angoscia che si diffonde nei reparti ospedalieri quando un bambino piange e soffre, quando rischia di morire o di portare con sé i segni del danno inferto dalla malattia, dalla violenza fisica o dal trauma psichico.

Sono passate alcune ore, un coffee break e molte emozioni. Nel gruppo si è parlato di difficoltà materiali e di risorse psicologiche e culturali. Sono risuonate parole come collettivo, lavoro di gruppo, professionalità, umanità. Si sono fatte anche le cifre di quanto guadagna un medico a Sarajevo e un’infermiera che lavora al Kosevo*. Il tema della relazione con i genitori risulta il primo, accanto al problema dell’accompagnamento alla morte e del lutto per il bambino che muore in ospedale, al problema della dipendenza affettiva tra sanitari e bambino e, infine, al tema delle scarsezza delle risorse materiali, dell’esiguità dello spazio – in attesa che venga completata la nuova Clinica -, e del tempo. Il tempo scade anche per questo primo seminario. L’appuntamento tra noi professionisti italiani di Spaziopensiero e quelli bosniaci della Sarajevo Pedijatrijska Klinika è per il 26 aprile, e poi ancora a luglio se si troveranno altri fondi, oltre a quelli offerti da Banca Leonardo e dalla Fondazione Mangart.

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* Nome del quartiere in cui sorge l’Ospedale di Sarajevo.

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