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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo. #8

Posted by paolo fichera su aprile 17, 2007

Scrivere di Sarajevo

di Alessandra Rampani

Scrivere di Sarajevo. È un pensiero che ha preso forma solo dopo qualche tempo.
Scrivere di Sarajevo mi sembrava una scelta scontata, banale, poco produttiva.

Asciugavo i capelli per la terza volta dopo il rientro dal viaggio e sentivo ancora quell’odore intenso di carne, sigaretta, strada. Sarajevo era ancora lì, addosso, come tracce olfattive difficili da seguire, pensieri difficili da dipanare.

Lunedì mattina: nuovamente a casa, viaggio su un autobus. Percorro una delle solite vie del centro, vado al lavoro, ma faccio fatica a riprendere le coordinate dello spazio e del tempo. Mi guardo intorno con lo stesso sguardo del giorno prima. Mi accorgo che i miei occhi si soffermano su una crepa qualsiasi di un edificio, prestano attenzione per la prima volta a qualche imperfezione nei palazzi. In me si libera di nuovo la catena associativa dei giorni prima, il pensiero va ad un cecchino, ad una guerra ignorata e sentita di sfuggita che si è mostrata ai miei occhi con discrezione e tragedia.

La guerra. La guerra per me è stata un nonno ufficiale in Grecia. La sua foto mentre accarezza una cagnetta che gli fa festa, in un meraviglioso paesaggio mediterraneo. La prigionia in un campo di concentramento polacco e il blocchetto delle spese perché ciascun compagno di prigionia avesse il suo pezzo di patata.

La guerra erano i tedeschi in ritirata seguiti dagli americani nella strada perduta della casa dei miei antenati. Era il bottino nascosto nella stufa di una casa di campagna che avrebbe arricchito nel tempo l’ignaro contadino: non mio nonno, ma quello dall’altra parte del canale.
La guerra era il racconto affettuoso di mia nonna, sedute insieme sull’aia, nell’ora del tramonto.

La guerra non era mai stata vicina, ascoltata, colta come una fitta nello sguardo di un giovane coetaneo. Non era un segno tangibile, una paura, un desiderio di dimenticare e di ricostruire.

Nella mia routine di mezzi pubblici un brivido lungo la schiena mi richiama ad un’altra, molte altre città, che devono fare i conti con intonaci divelti da un assedio e io, imperturbabile cittadina di luoghi restii a concedersi, raccolgo uno sguardo diverso sulle mura circostanti.

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