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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Taras Ševčenko, il cantore ucraino

Posted by pasha39 su aprile 17, 2007

«Ucraina», «Malorossija» [Piccola Russia] – due nomi per indicare lo stesso popolo. «Ucraina», etimologicamente legato al termine slavo «kraj» [limite, bordo], si spiega come «marca di confine». «Malorossija» [Piccola Russia] è il nome coniato dai Russi per distinguere il paese dalla Grande Russia (la Russia vera e propria). Vocabolo, quindi, che richiama la volontà dello zarismo di cancellare una cultura sorella.

Gli Ucraini, insieme ai Bielorussi e ai Russi, costituiscono il gruppo degli Slavi orientali, che trae la sua origine da una civiltà medievale: la «Rus’» kievita, sorta nel IX sec. d. C. e formata da vari principati slavi, tra cui spiccava Kiev. Era una sorta di confederazione, che si estendeva nelle pianure dell’Europa orientale, dal Baltico al Mar Nero, dai Carpazi al Volga. La raffinatezza della Rus’ è dimostrata da un gioiello letterario: il poema epico «Slovo o polku igoreve» [Il canto della schiera di Igor’], composto da un anonimo nel 1185. La narrazione di un fatto storico (la campagna del principe Igor’ ) è incastonata in un tessuto di immagini, motivi, temi della tradizione popolare.L’invasione dei Mongoli nel XIII  secolo determinò la decadenza di questa civiltà medievale. Il centro del potere passò da Kiev  a Mosca, che si andava trasformando in uno stato potente (la cosiddetta Moscovia). Tra il XIV e il XVI sec., consumata la separazione tra Mosca e Kiev, si delinearono i mutamenti etnici e linguistici, che portarono alla distinzione tra Russi, Ucraini e Bielorussi. Dalle ceneri della Rus’ sorsero tre popoli fratelli.
    Nel XVII secolo Russia e Polonia rivaleggiarono per il dominio sull’Ucraina. Dopo una guerra annosa, i due paesi giunsero al trattato di Andrusovo (1667), che portò alla spartizione del paese: alla Russia andarono i territori orientali con Kiev, alla Polonia le terre occidentali a ovest del Dnepr.
Nel XVIII sec., con Pietro il Grande, l’Ucraina divenne parte integrante della Russia imperiale. In quanto tale, fu soggetta a una forte russificazione. Il potere zarista impose il russo come lingua ufficiale, negò all’ucraino lo status di lingua autonoma, relegandolo al rango di dialetto. La vita di Taras Ševcenko  si svolse nell’‘800, sotto il regno di Alessandro I e Nicola II: forse il periodo più duro dell’assolutismo zarista.
         
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Tra le popolazioni delle pianure orientali, un fenomeno interessante è rappresentato dai cosacchi: popolazione nomade di origine tartara, apparsa nelle steppe dell’Europa orientale nel XV secolo, a cui si aggiunsero russi del Don e ucraini del Dnepr. Riuniti in schiere militari, godevano di un’ampia autonomia. La schiera più famosa era quella dei cosacchi ucraini, che aveva eletto a proprio quartiere generale (la Sic) un’isola sul Dnepr.  
I cosacchi della Sic compirono incursioni in varie direzioni, principalmente contro i tartari di Crimea e di Turchia. Seppero inoltre cogliere lo spirito di protesta che serpeggiava tra le masse popolari: tra la fine del ‘500 e la metà del ‘600  l’Ucraina fu scossa da una serie di rivolte, a cui partecipavano unitamente cosacchi e contadini. L’epos cosacco costituisce una parte importante della tradizione popolare ucraina.

Taras Grigor’evic Ševcenko nacque nel 1814 a Moryncy, nei pressi di Kiev, in una famiglia di servi della gleba. A  nove anni perse la madre, a undici il padre. Rimasto orfano, iniziò a peregrinare da un villaggio all’altro. A Kerelivka fece il pastore. Frequentò per brevi periodi le scuole di campagna, rette da diaconi e chierici: imparò a leggere e a scrivere, si appassionò al disegno. In una poesia del 1850 così ricorderà i difficili anni dell’infanzia:

Non la chiamo paradiso,
Quella casetta presso il bosco
Sullo stagno lindo accanto al paese.
Lì mia madre mi avvolse in fasce
E, fasciatomi, cantava,
Riversava la sua tristezza
Sul suo bimbo… In quel bosco,
In quella casa, nel paradiso,
Vedevo l’inferno… La schiavitù,
Il lavoro pesante,- non si poteva
Neanche pregare.

Nel 1828 il giovinetto entrò a servizio presso il nobile Engel’gardt. Lavorava in cucina come aiutante del cuoco. L’anno seguente, divenuto servitore personale del padrone, lo seguì prima a Kiev, poi a Vilnius. Nel 1831 arrivò a Pietroburgo, allora capitale dell’impero zarista, dove fu collocato come allievo presso il pittore Širjaev, perché diventasse un servo – artista. Qui avvenne il fatto che avrebbe cambiato la sua vita: mentre copiava le statue nel Giardino d’Estate, fu notato da un pittore suo conterraneo, Ivan Sošenko. Questi prese a cuore la sorte del giovane e, entusiasmatosi delle sue doti artistiche, lo presentò a illustri personaggi del tempo, tra cui i pittori Brjullov, Venecianov e il poeta Žukovskij. Nel 1838 riuscirono a liberarlo dalla servitù: si raggiunse la somma necessaria  per il riscatto (duemila cinquecento rubli) attraverso la vendita del ritratto di Zukovskij, dipinto per l’occasione da Brjullov.
   
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Come uomo libero, nel maggio del 1839 poté iscriversi all’Accademia delle Belle Arti. Frequentò con profitto, ricevendo medaglie per il buon rendimento. Inoltre si dedicò alla lettura con spirito da autodidatta. Spaziò dalla storia dell’arte (Vasari) alla storia antica (Plutarco), ai maestri delle letterature europee (Dante, Shakespeare, Goethe, Hugo).
Il soggiorno pietroburghese fu assai fecondo per la formazione del giovane. Frequentò i salotti più alla moda, i circoli più rinomati, incontrò le personalità migliori del tempo. Poté assimilare lo spirito democratico e libertario, che aleggiava nella società russa di quegli anni. La servitù della gleba, tristemente nota al giovane ucraino, era la questione che agitava gran parte dell’intelligencija russa.Egli rivelò doti letterarie e si dedicò anche alla poesia. Nel 1840 uscì la sua prima raccolta poetica «Kobzar» [Il cantastorie].  L’anno seguente l’almanacco «Lastivka» [Rondine] presentò altre liriche. Le opere che segnarono l’esordio ševcenkiano  furono unanimemente salutate come la genuina espressione di un raro talento poetico. Però la maggioranza dei critici pietroburghesi deplorò che fossero scritte in ucraino.
Terminò l’Accademia nel 1845, specializzandosi nell’incisione e nell’acquaforte. Tra i quadri più famosi spiccano «La zingara-maga» (1841, acquerello), «Katerina» (1842, olio), ritratto dell’eroina del poema omonimo, «Famiglia contadina» (1843, olio), la serie di acqueforti  «Ucraina pittorica» (1844). Tornato quindi nella terra natia, trovò impiego presso la Commissione Archeografica. Questa attività lo portò a viaggiare per tutta l’Ucraina: doveva individuare oggetti, monumenti e palazzi di particolare valore artistico. Di questa attività resta traccia in molti dei suoi dipinti. Nel 1846 conobbe lo storico ucraino Kostomarov, che lo introdusse alla società Cirillo e Metodio, gruppo politico segreto, che lottava per un’unione spirituale e politica dei popoli slavi, tutti ugualmente liberi e indipendenti, per il riconoscimento dell’Ucraina come nazione autonoma. Gli ideali di democrazia e  libertà non potevano lasciare indifferente Ševcenko.

Nel 1847, dopo una soffiata alla polizia, la società venne sciolta. Ševcenko fu arrestato e trasportato a Pietroburgo, dove rimase in carcere per due mesi. Ispirandosi a questa esperienza, il poeta scrisse il ciclo «V kazemati» [Nella casamatta]. Condannato al servizio militare obbligatorio in Siberia, fu mandato sotto scorta prima a Orenburg, poi nella fortezza di Orsk. Furono anni tremendi: poté sopportare il gelo e il lavoro pesante grazie alla tempra robusta. Nonostante il divieto di scrivere e dipingere, Ševcenko  continuò a dedicarsi alla poesia: portava, nascosto in uno stivale, un quadernino di versi. In una lirica del 1849 si legge:

Così per me scorrono gli anni,
Mi è indifferente. Adorno
I libri e li riempio
Di versi. Distraggo
La mia testa malvagia
E forgio le catene
(Se questi signori lo scopriranno).
Mi crocifiggano pure,
Ma non mi corico senza versi.

In qualità di disegnatore partecipò alla spedizione scientifica sul Mare d’Aral condotta dal capitano Butakov, ufficiale e geografo: trascorse alcuni mesi sull’isola Kos-Aral, dove fu più libero e poté dedicarsi alla pittura dei paesaggi. Alla fine del 1849 scrisse:

E pronto! La vela è dispiegata,
Sulle onde del Sirdarja,
Tra i carici, sono disposte
Una barca e una piccola scialuppa.
Addio, povero Kos Aral.
Per due anni hai lenito
La mia dannata mestizia.

Nel 1850, a causa di certe amicizie, ritenute sospette, fu arrestato e mandato nella fortezza di Novopetrovsk sul Mar Caspio. A questo periodo risalgono le sue opere in prosa (racconti e novelle).Nel 1857, dopo la morte dello zar Nicola II, grazie anche agli influenti amici pietroburghesi, l’esilio decennale del poeta ucraino poté terminare. Egli ritornò nella capitale russa, dove trascorse gli ultimi anni di vita. Frequentò l’ambiente letterario, incontrò i romanzieri Turgenev, Goncarov, il critico democratico Cernyševskij.  Nel 1860 uscì «Il cantastorie» in una nuova edizione, che conteneva un maggior numero di opere.
Stroncato da una lunga e penosa malattia, morì nel marzo 1861. Fu sepolto solennemente nel cimitero pietroburghese di Smolenskoe. Al suo funerale partecipò una folla commossa. Furono pronunciati discorsi in ucraino, russo e polacco: si realizzava idealmente il sogno della fratellanza slava. Accompagnando la bara, il poeta russo N. Nekrasov scrisse la poesia «In morte di Ševcenko»:                              

Non abbandonatevi a particolare tristezza:
Un caso previsto, quasi desiderato.
Muore per volontà divina
Una persona eccezionale della terra russa.
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Necrologi e articoli commemorativi apparvero sui principali organi della stampa russa, sul giornale in ucraino «Osnova», il polacco «Kurjer wilenski» e il tedesco «Die Glocke». In aprile le ceneri del genio ucraino furono trasportate in Ucraina, a Kaniv sul Dnepr.

Questo uomo geniale, che, attraverso un percorso lungo e tormentoso, da umile servo della gleba arrivò alla dignità di poeta nazionale, segnò la rinascita letteraria e culturale di tutto il suo popolo. Il poeta ucraino Ivan Franko (1856-1916) scrisse: «Era figlio di un contadino e diventò il signore del regno dello spirito. Fu servo della gleba e diventò un gigante nel regno della cultura umana. Fu autodidatta e indicò nuovi percorsi luminosi e liberi ai professori e agli studiosi. Per dieci anni patì sotto il peso dell’esercito russo, e per la libertà della Russia fece di più di dieci eserciti vittoriosi». 
Taras Ševcenko fu un autore fecondo, che si cimentò in vari generi: la lirica, la ballata, il poema storico, il dramma, la satira, il racconto. Non apparteneva a scuole o movimenti, non compì ricerche artistiche sul piano teorico. Fu un geniale autodidatta, la cui poesia, per la forza primitiva, può essere accostata alla tradizione del kobzar, il cantastorie ucraino: la genuina espressione della cultura popolare, che certamente egli ebbe modo di conoscere nell’infanzia trascorsa nei campi e nei borghi. Egli rappresentò quindi il passaggio dalla tradizione orale alla letteratura scritta. 
Ebbe inoltre un indubitabile merito: contribuì a consolidare la lingua ucraina, che poi si è dimostrata viva e potente, nonostante i tentativi di cancellarla.

Si suole considerare inizio della letteratura ucraina moderna il poema burlesco «Eneide» (1798) di Ivan Kotljarevs’kyj. Sulla fabula virgiliana dei viaggi di Enea, il poeta ucraino innesta la realtà del proprio popolo e della propria terra. Così come Virgilio vuole fornire una giustificazione ideale ed eroica dell’impero,  il poeta ucraino si propone di mostrare che esiste davvero il popolo ucraino con la sua storia e le sue tradizioni. Ma è con Ševcenko che la letteratura ucraina acquista una sua dignità.L’opera ševcenkiana, mirabile commistione della tradizione popolare (l’epos cosacco) e della produzione dei popoli slavi  fratelli (Russia e Polonia), può essere certamente considerata la massima espressione del genio ucraino. Per la forza del lirismo, per la bellezza delle immagini, per la melodicità dei versi, Ševcenko è all’altezza dei grandi poeti europei.
«Quanto a bellezza e forza della poesia, molti pongono Ševcenko allo stesso livello di Puškin e Mickiewicz. Noi andiamo avanti: Ševcenko riluce della bellezza della poesia popolare, di cui brillano solo scintille in Puškin e in Mickiewicz» – così scrisse sulla rivista «Vremja» [Il tempo] il critico russo Apollon Grigor’ev alla morte del genio ucraino.

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