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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

“Guerra” di Franco Buffoni – recensione di Vincenzo Della Mea

Posted by Mauro Daltin su maggio 11, 2007

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Guerra

di Franco Buffoni
(Lo specchio Mondadori)

Recensione di Vincenzo Della Mea (PaginaZero n°9)

Negli ultimi anni, l’Italia (accondiscendente o no) è stata coinvolta in più di una guerra. Ciò è accaduto nella condizione fortunata ma moralmente ambigua data dall’avere il conflitto non in casa ma altrove, in paesi geograficamente o mentalmente lontani.
In questi anni Franco Buffoni ha composto le 14 sezioni di Guerra, che costituiscono un corpus di poesie esplicitamente civili non facile da trovare nella poesia contemporanea. La raccolta prende origine dal diario del padre dell’autore, redatto mentre era internato in campo di concentramento per avere rifiutato di aderire alla RSI. È questo il germe da cui nasce un vasto catalogo degli orrori e delle stupidità della guerra, in tutte le sue forme ed in ogni epoca, tracciato con un linguaggio asciutto che evita tentazioni retoriche. Parte delle poesie della raccolta erano già comparse in altre pubblicazioni; chi ha letto la plaquette Rammendi in cotone arancione (Lietocolle, 2004), inclusa come terza sezione, sicuramente può immaginare tono e senso di Guerra, se non fosse che il narrato dei Rammendi, trattando di conflitti perlopiù remoti, è ammorbidito dalla distanza temporale e quindi permette al lettore un distacco maggiore rispetto alle altre sezioni dell’opera. Guerra è infatti uno di quei libri che si impongono alla lettura grazie ad una forte tensione emotiva generata dai fatti descritti – deportazione, Resistenza, situazione balcanica, fatti nominabili perché chiaramente leggibili nel testo. Ciò permette anche al lettore non troppo addentro alle questioni della poesia contemporanea di farsi coinvolgere e di apprezzare. E di apprezzare anche la mancanza di retorica, ma nel contempo di sperare che ci sia almeno un verso che proprio nella semplificazione della retorica fornisca un temporaneo sollievo. Mancando questa consolazione, la tentazione è quella di appigliarsi all’idea che il conflitto, la violenza autoinflitta alla specie umana, sia una sovrastruttura in qualche modo culturale, generata e curabile dalla cultura stessa, dall’educazione, e quant’altro. Buffoni invece chiude anche questa via d’uscita nella sezione “Se mangiano carne”, dove il discorso si sposta al mondo animale per dedurre che una radice del male è zoologica (sezione la cui lettura è utile anche a chi sia tentato dall’idea del progetto intelligente ora di moda, con i suoi esempi di insensata ma naturale violenza, che tutto sono tranne che dimostrazioni di una intelligenza di progetto). Cosa rimane al lettore di Guerra, alla fine? Che se è vero che la storia dell’umanità è governata dall’evoluzione, questa però non riguarda l’umano scenario della guerra: la guerra è sempre la stessa, al limite evolve il dettaglio tecnico. Il garzone assegnato a girar l’aspo non è antenato ma fratello del pilota che si alza dall’aeroporto di Aviano; poi il primo tiene acceso il fornello per i chiodi della tortura, l’altro si immerge nella routine dei bombardamenti, ma trovare una differenza è solo materia da sofisti.

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