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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo. #10

Posted by paolo fichera su maggio 14, 2007

QUANTO MORIRE

di alessandra rampani*

Tornare in un luogo già conosciuto è, per certi aspetti, rassicurante. Il rischio è forse quello di arrivare impreparati.
Al mio secondo viaggio a Sarajevo mi trovo seduta in macchina quasi catapultata, come fossi alle prese con un ulteriore lavoro da svolgere secondo la mia agenda settimanale fitta di impegni. Ho ultimato la valigia stanotte e di buon mattino ho raccolto le ultime cose.

Eppure ho pensato a lungo al lavoro da svolgere all’ospedale. Ho preparato un breve intervento sull’umanizzazione e l’accoglienza alle donne in procinto di abortire. Uno scritto semplice ma faticoso, tratto da un’esperienza un po’ datata ma che mi ha costretto a pensare a cosa significa essere donna ed essere madre.
Forse è un preludio di quanto accadrà nel lavoro alla Klinika.

Il cielo di Sarajevo è blu e l’aria fresca e pulita. La luce è quasi accecante. Penso che la città sia davvero bella, sono contenta di essere tornata.
Le stagioni anticipate o prolungate richiamano alla mia memoria altri passaggi di vita, esperienze in cui nuovi inizi e improvvise separazioni si sono intrecciate e strette l’una all’altra.

Nella stanza in cui ci riuniamo in ospedale osservo qualcosa di nuovo: una piccola esposizione di fotografie di medici che hanno dato un contributo significativo all’ospedale, alla sua storia e alla sua crescita. Sembrano ritratti degli anni ’50 ma mi dicono che alcuni di loro sono ancora in vita, seppur molto anziani. Penso che il bisogno di attestare e mostrare la propria storia a volte nasca dalla necessità di definire meglio chi e cosa si è oggi, la propria identità.

Il lavoro sull’accompagnamento del neonato che muore cala su di me come una cappa di aria poco respirabile. Sono seduta accanto ad un medico, una donna che interviene spesso e tiene moltissimo a parlare in italiano, nella ricerca di uno spazio di attenzione più personale ma a dispetto dell’interprete e dei suoi colleghi.
Riferisce dei fatti riportati dalla cronaca, del numero di bambini morti in questi giorni.

“Quanto morire?” dice rivolgendosi a chi parla con uno sguardo diretto che non lascia possibilità di evasione. La sua è una domanda paradossale: ci chiede dei dati statistici, vuole sapere quanti bambini muoiono nell’ospedale a Milano. Non serve a molto spiegare che ci sono numerose variabili date dal numero di pazienti, da quanti reparti di degenza pediatrici sono presenti sul territorio, dai posti letto disponibili, dalle condizioni dei bambini stessi più o meno gravi…

“Quanto morire!”, continua. Queste parole ora mi sembrano risuonare come un’esclamazione, sento tutto il senso di frustrazione, di rabbia. Quanti bambini un medico, un infermiere vede morire… Quanti bambini muoiono per mancanza di condizioni adeguate di cura, per penuria di mezzi… Quanti bambini muoiono a dispetto dell’ebbrezza di onnipotenza data da macchinari sempre più nuovi e all’avanguardia… Quanti bambini che muoiono costringono, dolorosamente, gli adulti intorno a loro a pensare e ad avviarsi verso un lutto…

La dottoressa racconta della propaganda negativa condotta dai giornalisti, ne parla come di un attacco, usa termini violenti. “Come la guerra”, aggiunge.
Ancora mi trovo a sostare sulla frase precedente. “Quanto morire” è ora un’amara, terribile verità. Quanta morte hanno visto queste persone… quanta morte ha attraversato la vita di ciascuno… quanto orrore, quanta ingiustizia, quanta brutalità… quanto può durare l’odio, quanto può resistere la speranza…

“Non c’è verità” dice qualcuno del gruppo. E cala il silenzio.
Lavoriamo sulla possibilità di costruire insieme la verità, su come accompagnare ciascuno a svolgere il proprio compito e a prendersi la propria parte di responsabilità: genitori, medici, infermieri.
Osserviamo che è faticoso sentirsi sempre in battaglia, che costa fatica rinunciare a desideri che non si possono realizzare.

“Se non ci fosse l’amore, non ci dedicheremmo al nostro lavoro” dice qualcun altro. Mi aggrappo a questa parola, la ripeto dentro di me per farla risuonare. Non ha un effetto magico, non si può trovare una facile soluzione alle parole e alle emozioni che sono circolate fin qui scivolando in un banale e inutile buonismo. Non c’è, ora, nessun lieto fine.

Ciascuno di noi si trova su un percorso diverso: ci si incontra per tratti più o meno lunghi, si condividono pensieri. Ciascuno ha parole che lo accompagnano, esperienze attraversate, occasioni, spazi, persone…
Nella mia mente ora non c’è più la contrapposizione vita-morte. Amore-morte: è questa forse la vera antitesi.

La primavera a Sarajevo, fuori dalla stanza, grida la sua presenza. Nel respiro di questo vento dirompente, ritrovo la speranza che mi accompagna lungo la strada.

_____
* Alessandra Rampani, socia fondatrice di Spaziopensiero Onlus, psicoterapeuta del bambino e della famiglia in training, lavora come consulente presso l’Ospedale dei bambini di Milano e la Pedijatrijska Klinika di Sarajevo

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