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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo. #11

Posted by Mauro Daltin su giugno 4, 2007

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Nel presente

di Sara Castelnuovo*

25 Aprile 2007
Sono in Bosnia già da cinque giorni. Oggi i miei colleghi viaggiano da Milano a Sarajevo, impiegheranno tredici ore ad arrivare. Io parto da Bosanska Krupa, a poco meno di un’ora da Bihać, nel nord della Bosnia. Pullman quasi vuoto. Nove ore per raggiungere la capitale, anche se sono poco meno di 300 km: cos’ha la Bosnia di così difficile e lungo da attraversare?

Non ho una mappa con me. All’inizio è curioso non sapere in anticipo i nomi delle terre che attraverso. Vivo il presente, ascoltando i pensieri, le emozioni e le fantasie che nascono punzecchiati da quello che vedo dal finestrino.
Com’era vivere qui durante la guerra? Non potendo sapere con certezza quando, da dove e come il nemico (quale?) sarebbe arrivato per distruggere vita e casa. Incertezza.

Ore e ore di viaggio. Questo eterno presente mi sfianca. Non riesco più a tollerare di non sapere. Ho bisogno di numeri, certezze.
“Quanti chilometri mancano a Sarajevo?” chiedo all’autista. Non riesco a più a stare sola di fronte a questo crogiuolo di storie, odori, strade, popoli. Vecchi e nuovi. Eppure, quando finalmente alle 9 di sera, il pullman attraversa il quartiere cinese di Sarajevo, mi accorgo di non averlo mai così tanto desiderato.

26 Aprile 2007
Il 26 Aprile torniamo alla Clinica Pediatrica di Sarajevo. Siamo lo stesso gruppo di lavoro, tutto è più familiare: le due psicologhe ci aspettano, e con loro Selma, la nostra interprete. Ci avviamo verso la sala dove a febbraio si è tenuto il primo incontro di formazione. Mi aspetto medici e infermieri in camice disposti a cerchio, pronti a lavorare sui due temi della giornata: l’angoscia più forte con la quale si confronta ogni giorno chi lavora in ospedale, l’angoscia di morte; e il problema più grande, per chi lavora in un ospedale pediatrico, i genitori: come trasformarli da problema in risorsa?

Nella Clinica, a causa di uno sciopero e di alcune recenti morti di bambini ricoverati, è in corso un terremoto; l’Istituzione si scuote, trema. Gli attacchi dei genitori e dei giornalisti, irrigidiscono le difese erette da medici e infermiere; crolla il fragile equilibrio quotidiano.
Subito, su di noi rimbalzano rabbia e delusione: ci facciamo pareti mentali per accogliere la loro parte arrabbiata e delusa, per proteggere quella amorosa, per conservare la capacità di pensare.

Sullo schermo passano le slide che abbiamo preparato. Il muro della stanza della Clinica di Sarajevo si affresca di ‘maternità’ e di ‘stragi degli innocenti’, Raffaello e Fra Angelico. Alle storie di genitori di bambini prematuri milanesi, impotenti di fronte alle fragilità dei loro neonati e arrabbiati perché nulla è andato come s’erano immaginati, si alterna il racconto di genitori bosniaci che distruttivamente trascinano la Clinica e chi ci lavora sulle prime pagine dei giornali.

Nel gruppo di lavoro si alternano momenti di grande comprensione e condivisione emotiva del dolore e della fatica che l’incontro con la sofferenza e la morte comportano, a momenti nei quali la rabbia di sentire attaccato e distrutto il proprio lavoro porta via la capacità di pensare, di dare un senso all’insensato.

Una marea continua di voci capaci di confrontarsi nello spazio aperto del grande gruppo o di chiudersi in crocchi di persone che parlottano tra loro; di emozioni che pervadono la stanza e ottuse, insistenti richieste di numeri precisi (“da voi, quanti bambini muoiono in un anno?”); di attenzione alla complessità della situazione e richiesta di risposte concrete, disperate (“Cosa dobbiamo fare, cosa dobbiamo dire ai genitori che stanno perdendo il loro bambino?”).

I percorsi mentali di questo gruppo si fanno tortuosi come le valli della Bosnia. Avverto la fatica di stare nell’incertezza, quel continuo estenuante costruire e disfare, fare e rifare; mi sento attraversata da emozioni intense ma anche da dubbi altrettanto tangibili: quanto siamo capaci di ascoltare, di accogliere? Quanto questa esperienza potrà portare a pensieri nuovi? Il nostro lavoro sembra fragile, poco, inconsistente.

Viaggiare in terra di Bosnia mi aiuta a capire che, forse, nella geometria della crescita umana non esiste la linea retta. Esperienze, dolori, difese, gioie e speranze fanno sì che il cammino sia tortuoso ed esile come un sentiero di montagna. Il desiderio di sapere in anticipo la strada e i chilometri che mancano alla meta è forte. Ma la soddisfazione di saperlo sarebbe un’illusione.

Percorriamo strade lente e possiamo solo accogliere e dare un po’ di forma al dolore e all’angoscia del presente per aiutare a far nascere una speranza piccola e fragile nella vita di fronte alla realtà della morte.

*Dr Sara Castelnuovo psicoterapeuta in trainig, Spaziopensiero Onlus

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