PaginaZero

RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Miodrag Pavlovic e Tiziana Cera Rosco

Posted by paolo fichera su giugno 20, 2007

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Recensione di
Tiziana Cera Rosco
su:
Miodrag Pavlovic
L’ultimo pranzo
Le Lettere, Firenze 2004

Dove c’è odio e la violenza è un’alba, e la morte segue e intaglia precisioni con la paura, e le pertiche di un dolore storico si ficcano nella colonna a colpi di secoli per raddrizzarci il futuro, e il futuro è solo uno strapiombo, un nido di preghiera in mano a noi stessi, lì c’è Dio se quello è un luogo di eventi ed essere vivi è prima di tutto un segno. Per certe esistenze , che siano uomini o popoli interi, è così: crescono con una ortodossia talmente selvatica, con una fedeltà feroce a questa natura e che scrivano o accudiscano la propria crescita anche con sospetto, noi sappiamo che queste creature sono una sorta di mercurio della Storia e dello Spirito.
Quando si legge Pavlovic, quando si apre L’ultimo pranzo ( Le Lettere, Firenze 2004), bisogna fare luogo, spazio, andare in quel tempo che ognuno porta sopra di sé, come fa la notte in noi (“qui è notte/non c’è nessuno/le ombre agiscono tutte/ secondo la loro natura”) quando si infila col suo liquido scuro da sotto le porte di pelle, col suo grande agguato temporale. Bisogna mettersi un fazzoletto bianco sulle ginocchia, appoggiarvi la freccia dei gomiti e sulle lamiere delle mani la fronte, trovando tra le proprie costole un inginocchiatoio per essere un unico sangue mistico che arrossa gli occhi, una sorta di irrinunciabile volontà a vedere.

Leggere Pavlovic è leggere un testo antico, il medioevo infinito della Serbia che chiede salvezza a colpi di urla ( “Questo è anche il destino dei popoli leali/attraverso il grande urlo entrano nell’eternità”). Bisognerà chiederci prima o poi quali Sacre Scritture si stanno adempiendo sui Balcani. Con quale arma Dio abita quei luoghi e perchè sceglie la distruzione come entrata.
E nel contempo ripetere, per tutta l’esperienza che porta questa lettura, la poesia Nella quiete di San Savia a Cari come un salmo che cadenza l’ordine di senso che le parole danno al nostro comprendere i destini:

Vivo sotto lo stesso tetto con il volto di Cristo e con me
stesso. Prego secondo il mio orario, eppure con il Suo Verbo.
A volte sento la sua presenza sotto le mie vesti o è il battito
dell’arteria sotto la mia lingua. Volentieri si unisce a me
quando mi acquieto. Può sembrare: si è assennato per un
periodo di tempo. Ha visto in lontananza il popolo fermo sul
precipizio di una fossa. Io e il mio orologio vogliamo fermare
tutto ciò che là potrebbe avvenire. L’eternità è un bel posto:
me lo tengo stretto in questi tempi oscuri
.”

Forse il libro avrebbe dovuto intitolarsi “L’ultima cena” , visto che tanto il linguaggio sembra ridursi all’essenziale, alle ultime cose visibili,come volesse dirci qualcosa in cui il presagio di morte assolata (“non si ode più nemmeno un accenno segreto/assetati attraversammo l’acqua/mentre tutto è asciutto in paradiso”), nella poesia che dà il titolo alla raccolta, sembra poi scurire man mano le tonalità della luce. Ma è il valore del banchetto a svettare anche in altre liriche: ed è un banchetto in cui le persone non mangiano e non bevono, sono teschi o pietre senza lo stimolo della fame, richiama ad una tavola e dovrebbe livellare le anime ad un unico grande bisogno primordiale, bisogno che sembra però non agire se non nel monito di San Sava: “sii affamato/prendi il pane/ritorna a casa/predica/guarisci gli altri/cura te stesso” .

(Recensione tratta dal numero 7 della rivista “PaginaZero-Letterature di frontiera”)

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