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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

La poesia operaia

Posted by Mauro Daltin su giugno 25, 2007

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di Augusto Debernardi

A Monfalcone c’è un tendone dove le maestranze della Solvay fino al 2005 e poi INEOS Film si incontrano con “la gente” quella che non ha smesso di volere un mondo più giusto, meno sprecone e cattivo. Qualche volta ci sono anche degli “eletti” di turno. Dietro le spalle i cancelli di una fabbrica di foglie rigide in pvc (ottimo materiale isolante) e film vari per imballaggi che, dopo l’acquisto della nuova proprietà (inglese), è chiusa perché, grazie ai soldi pubblici, dovrebbe essere ricostruita pari paro in un’altra regione insulare d’Italia. Così si realizzano le plusvalenze immobiliari. Il sito industriale monfalconese è a dieci metri dal molo e la cosa trasforma il posto in una vera e propria miniera d’oro. Vi ricordate l’accumulazione primaria? Beh… siamo lì! 150 famiglie senza lavoro sono poca cosa rispetto alla immediatezza delle rendite finanziarie che, da sempre, divorano il lavoro altrui.
E sotto il tendone incontriamo Ferruccio Brugnaro. Sì, quel poeta operaio che ha vicino a lui il diversamente giovane Ivan Della Mea con le sue canzoni. Ma c’è anche Marina Moretti, poeta. Anche lei da quelle parti per dire in qualche modo che condivide, che siamo vicini alle lotte di queste persone, di queste fratelli. Non ci va un mondo fatto così. E nemmeno una sociologia consolatoria che fino a qualche minuto fa scrive ed afferma che gli operai non esistono più. Certo non ci sono solo gli operai (non c’erano solo loro anche prima) ma da questo a dire che non esistono più significa solo dire che si è proni al becero potere (che vuole consolazioni).
Ferruccio Brugnaro ha fatto uscire un libro di poesia bilingue (italiano e francese), edizioni Editinter dal titolo “Vogliono cacciarci sotto/Ils veulent nous enterrer!”. Un operaio che scrive poesia a partire dalla sua condizione operaia. Ma non erano morti costoro? Ed invece no, eccoli lì, insieme… che non è che si fanno facilmente mettere sotto. Ma non molti se ne accorgono. E dove sta lo spettacolo, la velocità, l’immediatezza grandiosa dell’ hic et nunc della nostra società dello spettacolo che fa del falso il vero? Non ci sta quando si dice no, si dice “esistiamo”! Ed è quello che testimonia e dice la poesia di Brugnaro.
“Je suis terriblement heureux meintenant./Jamais je n’aurais cru pouvoir/recevoir dans ce coin/la visite du soleil// Sono tremendamente felice ora./ Non avrei mai creduto poter/ ricevere in questo angolo/ la visita del sole” Anche in fabbrica qualche volta, in maniera terribile si affaccia un raggio di sole. Chi l’avrebbe mai detto? Solo un poeta. “Non ricordo una mattina così oscura./ La nebbia è densissima/e penetra gelida tra noi/ in reparto con l’angoscia/di qualche uccello che grida invano/ oggi./ La voce dei miei compagni;/la voce più ribelle e forte dell’anima/suona vuota/lontana/come la gioia, il colore dell’aria.” E il grigio sta assai vicino alle repressioni, oscure forze della società. “La polizia ci spinge indietro come ladri./ Qualcuno soffoca dal ridere, accucciandosi/nella calca mostra i pugni al Commissario,/un altro da lontano gli grida bécco;/ e lui/ gira nella marea affannato con la schiuma/ alla bocca, minaccia come un grande guerriero;/ è il suo giorno di gloria oggi, è il suo trionfo.”
Forse ha ragione Zanzotto quando scrive che la poesia di Brugnaro sa manifestarsi nei modi più vari dove prevale un intento “extrapoetico”. Brugnaro cioè vuole stimolare la coscienza e la lotta sociale. Sarà anche. Ma forse più che extrapoesia è invece la capacità, quella di Brugnaro, di accendere con la poesia le parole della vita di tutti i giorni, anche quelle degli operai, delle persone che lavorano per vivere e per far vivere tanti altri. E così queste parole diventano segnali che indicano una tendenza, un respiro potente che supera la capacità dei polmoni fisici per riempire altri organi e pensieri. E per dirci che i luoghi senza amore… non sono luoghi o meglio sono luoghi di nessuno. Sarà per questo che troppi sociologi e politici hanno dichiarato la morte della classe operaia? Per fortuna nostra ci sono i poeti, come Brugnaro.

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3 Risposte to “La poesia operaia”

  1. redmaltese said

    segnalo: poesie operaie scelta antologica di Luigi Di Ruscio edito da Ediesse, prefazione A.Ferracuti
    postfazione Massimo Raffaelli

    “palpitavamo con il cuore di tutte le cose
    il caos come fosse l’esplosione della nostra gioia
    è come fossimo continuamente per finire
    e perpetuarci in eterno”
    ciao,
    red

  2. grazie mille red per la poesia di Di Ruscio e per la giusta segnalazione,
    mauro

  3. Sono lieto di comunicarvi che il sottoscritto Luigi Di Ruscio residente ad Oslo dagli anni cinquanta ha vinto il premio letterario: “In/Civile” 2007 del Comune di San Giuliano Terme con la raccolta POESIE OPERAIE edite dalla EDIESSE. Ho già vinto il premio Unità Genova nel 1953, il presidente della giuria era Salvatore Quasimodo, nel 1980 ho vinto il premio Camaiore con la raccolta “istruzioni per l’uso della repressione” e nel 1993 il premio di poesia Franco Matacotta con la raccolta Enunciati. Per conoscermi vedere: http://www.diruscio.it

    la profanazione delle tombe ebraiche
    è molto peggio profanare i vivi
    è strano a dirsi perfino i palestini
    sono ad immagine d’iddio
    e sparare su di loro significa
    sparare sull’immagine di Dio
    il certo che mai le lapidi
    verranno profanate ma solo imbrattate
    anche se fosse la lapide
    dove è ricordato il ritrovamento
    del cadavere di Moro
    non imbrattate le lapide
    e non profanate ammazzando i vivi

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