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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Torviscosa

Posted by Mauro Daltin su luglio 4, 2007

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Torviscosa

di Stefano Fregonese

Potete anche leggere e scaricare il reportage in formato pdf cliccando qui: torviscosa.pdf

La brezza tesa e fredda, che ieri sera sembrava annunciare un improbabile fine stagione, si è spenta alle prime luci dell’alba lasciando nell’aria sole agostano e sudore. I muri del soggiorno, esposto a sud e ad est, irradiano ora il calore accumulato durante la giornata. Vivo quest’estate diversa da ogni altra. Mi attardo. Leggo molto. Lobo Antunes staziona sul comodino.
Domenica ho viaggiato accompagnato dal capitano Alatriste. A Pordenone mi ha accolto un gioviale Luca. Com’è noto sono un buon orecchio, capace di ascoltare e Luca, se non ha la pipa tra i denti, ama parlare.
Luca è venuto a prendermi in stazione a Pordenone e mi ha condotto con la sua auto verso la bassa friulana. Se guida non può leggere. E se non legge sogna. Sogna, quando la moglie è dall’altra parte del mondo ad insegnare l’oceano californiano ai tre figli, sogna Luca, di andare a vivere a Trieste.

Marinotti e Bignami, mi spiega Luca, in trecentoventi giorni hanno costruito Torviscosa.

Marinotti aveva scalato la SNIA, Bignami era un industriale originario del Lodigiano: insieme possedevano terre da Aquileia al Piave; fu tutto loro e di pochi altri. In epoca di bonifiche sanarono la palude in cui la pianura friulana si confondeva con la laguna di Marano. Piantarono canna gentile e costruirono la fabbrica per trasformare la cellulosa in viscosa. In dieci mesi. Insieme a Mussolini posero la prima pietra e vi incisero a caratteri fascisti LABOR OMNIA VINCIT. E costruirono l’intera città, dove un tempo c’erano anguille e malaria. Case a schiera e giardini, villette per gli impiegati e poi una stanza in più per ogni gradino della gerarchia, su, su fino alla villa di Marinotti con parco e piscina; una piscina lunga 90 metri con l’acqua che lambiva le lastre di marmorino tagliato nelle cave della pedemontana sacilese.

Viale Marinotti è l’arteria del paese congiunge la piazza del popolo – con gli edifici dell’amministrazione politica e civile, la farmacia e l’emporio – alla spianata d’accesso alla fabbrica: un’area vasta come piazza duomo a Milano, chiusa ad est dai cancelli della fabbrica oltre i quali, l’ingresso dell’edificio direzionale è piantonato da due enormi lavoratori scolpiti nel tempo e nella pietra: ma il luogo potrebbe essere altrove, alle porte di Mosca o nella Chicago di Ford: LABOR OMNIA VINCIT, anche le ideologie che cercano di governarlo o di sfruttarlo. A nord, che nasconde la piccola stazione ferroviaria, l’edificio della Fondazione Marinotti, volumi che si intersecano e s’allungano con la razionalità naturale di Lloyd-Wright. A Sud il piazzale s’imbuta in un naviglio ove un pescatore fa sue le anguille. Il viale che lo fiancheggia porta alla chiesa, tollerata ai margini di un pioppeto, lontano dalla piazza civica e da quella industriale. Questa non è città nata da beghine baciapile ma da lavoratori e fascisti.

Ad Ovest, di fronte ai cancelli della ex Snia-Viscosa ora Bracco l’ingresso a viale Marinotti è custodito da due edifici simmetrici per architettura e funzione: il TEATRO che dispensa cibo per la mente e il RISTORO, la mensa dei lavoratori che nutre il corpo e lo spirito sociale. A lato della mensa il Bar, rimasto quello del ’37, pavimenti di graniglia tirati a lucido e salottini con poltroncine in pelle anni ‘40. Purtroppo è chiuso per ferie e a noi non rimane che sbirciare tra le tende tirate.

Il paese è deserto, le rare auto si muovono altrove. Alle schiere di case si alternano ampi giardini e boschetti di betulle. ‘Oggi il paese fa tremila e sette abitanti. I sette sono i componenti della mia famiglia mentre i tremila sono gli operai della Bracco. Io vengo dalla costiera amalfitana ma mia moglie è di qua, di Torviscosa. Per costruire questo ristorante abbiamo penato le pene dell’inferno burocratico: cellule catastali non ce ne sono e la proprietà è un’unica palude indistinta che negli anni è passata di mano, dai conti Corinaldi al Bignami, e da questi al Marinotti della Snia-Viscosa; poi è arrivata la Ferruzzi. Raul Gardini ha piantato la soia, una maledizione di cimici. La fabbrica e il paese sono passati nelle mani della Bracco ma tutto continua come settant’anni fa. Se uno ha bisogno di soldi non va in banca: ci pensa la fabbrica. La società di atletica ha bisogno di un nuovo pulmino? Lo compra la Bracco. C’è un tetto da sistemare, un giardino da piantare, l’illuminazione pubblica da rifare: i soldi arrivano, non c’è problema. Siete stati alla piscina? No? Andateci anche se si entra con l’abbonamento e l’abbonamento lo danno insieme allo stipendio, in fabbrica. Quella è l’unica vasca con l’acqua pulita. Le altre dieci sono le vasche di decantazione della soda. Mesi fa la soda è arrivata fino alla vasca otto. Ancora due e andava in laguna. Hanno trovato anguille morte nel canale. Se muoiono le anguille vuol dire che li sotto non c’è più nulla di vivo. Queste cose le sappiamo noi, tutti, ma nessuno dice nulla.’

Beviamo il caffé e la grappa. Il branzino alla griglia che pur viene da Marano era tenero e gustoso. Luca paga con la carta aziendale e questo mette entrambi di buon umore. Ripercorriamo a piedi i viali che gli urbanisti fascisti hanno disegnato 70 anni fa. Ritorniamo nel grande piazzale. Avessimo avuto uno scalpello la pietra ora reciterebbe TOCAI OMNIA VINCIT. Siamo leggeri e ironici. Immaginiamo l’amministratore delegato della Snia Viscosa prima e della Bracco adesso, seminare nottetempo anguille vive nel naviglio per fugare timori e cattiva pubblicità. Oppure gli operai che in mezzo alla piazza volgono lo sguardo ora alla mensa ora al teatro e Marinotti che dal sommo della pietra indica la fabbrica e grida LABOR OMNIA VINCIT! Anche la fame!

Ci indigniamo quando scopriamo che il TEATRO sta per essere trasformato in un IPERCOOP, un supermercato, e comunista pure. Ma forse per il momento non se ne fa nulla e al di là dei vetri sporchi si intravedono ampi locali vuoti.

Nel silenzio pomeridiano percorriamo viale Marinotti. Le fontane, grandi vasi che tracimano acqua sulle forme classicheggianti, rendono l’atmosfera surrealista, il tocai metafisica. T’aspetti faccia capolino il volto enorme di una divinità disegnata da Savinio. Una spessa siepe impedisce la vista sul parco della piscina ma seppur attutiti dalla calura pomeridiana si odono urla di bimbi e tonfi. All’improvviso la siepe si interrompe ed ecco lì i tremila abitanti di questa città altrimenti fantasma. Anche sulla piscina però si è abbattuta la mano empia, mossa forse dall’avidità commerciale o dalla rigidità burocratica: i novanta metri lastricati di marmorino sono stati accorciati a cinquanta e piastrellati di cattivo gusto. Ce ne andiamo per non scoprire altre brutalità.

La strada che imbocchiamo, guidati dalla indolenza e dal tocai, è un lungo drizzagno sterrato ombreggiato da due file di pioppi. Sembra non dover finire mai seppur questa in finitezza non angosci perché qui lo spazio, un tempo illimitato e limaccioso, si presenta ora disegnato ad angoli retti: la natura della terra si è lasciata ordinare dalla natura dell’uomo che tende a governare il caos e l’indecisione, spesso rinunciando alla libertà e alla creativa imprevedibilità della vita.

A volte il risultato è più sorprendente di quanto la fantasia immagini. Luca ferma l’auto e scendiamo stropicciandoci gli occhi. Di fronte a noi ad un paio di chilometri di distanza galleggia nel verde della pianura friulana un cargo di svariate tonnellate. Il cassero di poppa e le ciminiere si stagliano nel cielo azzurro. Siamo certi che il mare e la laguna siano altrove e volgiamo la testa ai quattro punti cardinali per rassicurarci che siano ancora al loro posto. Siamo incantati e divertiti. Sapevamo di Marina di Nogaro, un bacino di rimessaggio nel cuore della campagna, ma non ci aspettavamo un effetto così sorprendente. Proseguiamo. All’improvviso ai boschi di betulle e ai pioppeti si sostituisce una fitta ramaglia di alberi e boma, di sartie e vele ammainate come nei quadri soavemente metafisici di Folco Iacobi.

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2 Risposte to “Torviscosa”

  1. Alex said

    Piacevolissima lettura ma io che sono nato ed ho vissuto a lungo a Torviscosa mi permetto di precisare che la Bracco non occupa che una piccola parte dello stabilimento che a tutt’oggi credo sia ancora della Caffaro (questa si potrebbe definire l’ex SNIA) ed inoltre lo scempio del piccolo supermercato della Coop è una realtà ormai da anni. Quante altre bellezze e ricchezze di Torviscosa sono andate perdute …

  2. Mauro said

    Il primo impatto con qualsiasi posto può portare sensazioni gradevoli o sgradevoli, molto dipende dallo stato d’animo con cui si arriva, da cosa ci si aspetta e da cosa personalmente siamo attratti o respinti.
    Torviscosa non è descrivibile in poche righe, per la sua unicità. Bisogna viverci, come Luca, ma anche carpirne il senso profondo, che cala fino alle sue dinamiche radici industriali per giungere all’oggi indolente e dormiente, cittadina convinta di essere ancora industriale ma in realtà brutalizzata dalla decadenza dello stesso complesso che l’ha creata.
    Torviscosa soffre, sonnecchia, i giovani se ne vanno mentre i vecchi sono convinti che Marinotti sia ancora lì, a dispensare benessere. Salvo risvegliarsi il giorno dopo ancora più vecchi.
    Torviscosa sonnecchia, in attesa di qualcosa. Cosa? Boh.
    Ci sono una quarantina di associazioni, c’è di tutto, eppure la guardi e vedi che non c’è nulla.
    Torviscosa è la Bella Addormentata nei campi di Andretta, che attende ancora il Principe Marinotti vestito d’azzurro. Ma il sonno è profondo, i principi passano e vanno altrove.
    Mentre i giovani se ne vanno altrove, gli altri preferiscono sognare i ricordi, o ricordare i sogni.

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