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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

“A come Srebrenica” – Balkani Ground 0 – Voci da Est#2

Posted by Mauro Daltin su luglio 5, 2007

srebrenica.jpg

Intervista a Roberta Biagiarelli

a cura di Angelo Floramo

Puoi leggere l’intero articolo e l’intervista anche scaricando il pdf cliccando qui
a_come_srebrenica.pdf

C’è una terra al di là del mare. È abitata da Croati cattolici, Bosniaci musulmani e Serbi ortodossi. Non è indifferente specificare l’appartenenza religiosa. Perché qui ha un significato che ti rimane nel sangue. E ti fa mangiare, vivere, pensare, abitare in modo diverso dagli altri. Soprattutto ti fa credere che gli altri siano diversi da te. In questa terra c’è una città. Si chiama Srebrenica. Un nome difficile da pronunciare. Duro da fissare nella memoria. Nel luglio del 1995 la sua gente vive una pace forzosa, innaturale, sospesa nell’enclave che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dichiarato zona protetta. Tutto attorno turbina il ciclone delle guerre balcaniche. Ma il 9 luglio il vento cambia all’improvviso. E il generale serbo bosniaco Ratko Mladic decide di irrompere con le sue truppe nel territorio della città. I caschi blu presenti restano a guardare, mentre le sue bande di mercenari, i famigerati “Scorpioni”, si apprestano a celebrare il più grande massacro avvenuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. In tre giorni 9000 civili vengono inghiottiti nelle fosse comuni. Gli altri, quelli condannati a sopravvivere, convivono oggi con i fantasmi delle bombe, delle sevizie, degli stupri. Dei lutti. Ma sarebbe troppo semplice pensare che la Bosnia sia riducibile ad un’equazione in cui è possibile dividere il bene dal male, il buono dal cattivo. Qui tutti sono stati vittime e aggressori. Tutti hanno perso. Il quadro si complica, si intreccia, si sovrappone. Perché anche i villaggi dei Serbi hanno avuto i loro morti, gli sfollati, i profughi, le donne seviziate e uccise. I bambini trucidati. Di loro non si parla quasi mai, per non complicare il risultato dell’equazione, per non turbare troppo la coscienza di chi, al di qua del mare, valuta la situazione con occhio distratto, impreparato. E poi nella favola chi mai si chiede se il lupo è cattivo perché qualcuno gli ha ucciso i cuccioli? Oggi la Bosnia è una terra che cerca faticosamente di rinascere: si è data strutture governative comuni in cui le sue tre etnie possano riconoscersi, sentirsi rappresentate, cooperare per la salute del paese e delle sue genti. Ma è la vita di ogni giorno, condivisa nella sua quotidianità, la sfida più grande da conquistare. A dieci anni di distanza dalla notte, c’è una voce che racconta di come qui si attenda che spunti l’aurora.

L’11 luglio si avvicina. Immagino che i preparativi siano frenetici…
Più che frenetici sono preparativi complicati: le cose cambiano di giorno in giorno e le comunicazioni con la Bosnia non sono facili. Il 9 luglio porterò lo spettacolo alla Casa della Pace di Tuzla. Il 10 a Srebrenica, alla Casa della Cultura. Per l’occasione del decennale dalla strage, è stata organizzata una marcia a sostegno dei sopravvissuti: i profughi, dieci anni fa, scappavano attraverso i boschi verso Tuzla per non essere uccisi dalle bande dei mercenari serbi. Per ricordare quei momenti così drammatici migliaia di persone percorreranno al contrario quegli stessi sentieri. Partiranno l’8 luglio da Tuzla e arriveranno a Srebernica il 10. L’11 sono previste le commemorazioni ufficiali e solenni, alla presenza dei capi di stato e delle delegazioni straniere, che culmineranno con la sepoltura di 550 corpi riesumati e riconosciuti. La tumulazione avverrà nel memoriale di Potocari. Al contempo sto organizzando la logistica di un documentario. La regione Marche, su mio invito, sponsorizza un cortometraggio che racconti Srebrenica 10 anni dopo. Il documentario si strutturerà in tre parti: la ricostruzione del mio racconto teatrale; la testimonianza di chi è tornato a Srebrenica e infine la giustizia e il tribunale dell’Aja. Senza giustizia non ci può esssere riconciliazione. Poi sto organizzando le repliche dello spettacolo per una versione del testo in bosniaco.

Pare che finalmente si torni a parlare di Srebrenica, sottraendola allo scatolone delle cose da dimenticare….
Non so davvero quali fonti informative, quali media italiani si occuperanno della manifestazione. Negli anni scorsi Srebrenica è sempre stata solo un trafiletto comparso per sbaglio su qualche giornale. Forse adesso per il decennale qualcosa si muoverà di più. I giornali hanno da poco divulgato il video delle uccisioni a freddo compiute dai mercenari serbi, gli scorpioni, che hanno freddato in maniera brutale la popolazione civile, e questo ha riacceso l’attenzione dei media e della gente. Anche in Bosnia il video è stato schoccante.

Ma come è nata questa tua attenzione per le cose di Bosnia?
Io ho conosciuto questa situazione 10 anni fa, leggendo un libro bellissimo, uno dei libri più belli mai scritti sui balcani: La guerra in casa di Luca Rastello, pubblicato da Einaudi. Ho iniziato a interessarmi di Bosnia dopo quel libro, in particolare dopo la lettura dell’ultimo capitolo, in cui si parla degli Angeli di Srebrenica. Ho cominciato ad occuparmene, a cercare contatti con chi l’aveva studiata, attraversata e percorsa prima di me, e tutto ciò mi ha portato a costruire questa narrazione, che nella sua tragicità ha avuto una vita molto felice. Ad oggi ho messo in scena più di 200 repliche. Lo spettacolo è stato già realizzato anche in spagnolo e in bosniaco. Ora c’è la possibilità di recitare a Belgrado, affidando il testo a un’attrice serba. Mi è stato richiesto dalle donne in nero di Belgrado. Tre anni fa ho recitato a Sarajevo. L’ho raccontata nei posti più diversi, questa vicenda. È molto significativa e offre al pubblico la documentazione di un pezzo importante della nostra storia, che nessuno racconta, che non sta scritto e non viene ricordato da nessuna parte.

Ci vuole una forte spinta civile, il coraggio della non rimozione…..
Queste cose sono difficili da esprimere, da giudicare. Io sono solo un’osservatrice. È vero che ho attraversato questa terra, che conosco tante persone. Quella guerra è caduta addosso a loro, addosso all’Europa, anche se per noi occidentali in maniera non così dolorosa. Dopo il crollo del muro di Berlino molte cose sono cambiate, tanti equilibri si sono rotti. E questo squilibrio ha colpito soprattutto quella parte d’Europa che sta al di là del mare Adriatico. Tutti gli altri hanno voluto in qualche modo smaltire le loro scorie, lavare i loro panni sporchi là. Ormai è storia: quando ci sono degli inghippi da risolvere, si portano sempre là dove ci sono le condizioni economiche e politiche che permettono di farlo. Quello che viene chiamato odio etnico è una grande balla: si tratta piuttosto di un esasperato nazionalismo pompato da Germania, Inghilterra, Francia. Il fatto è che quella situazione faceva comodo al nostro bell’Euro che ora ci naviga nelle tasche, pur con qualche difficoltà….Ma loro ne hanno pagate le spese. Sento che in quella terra al di là del mare la nostra Europa è andata a farci i suoi comodi. Dopo Dayton, nel 1995, la guerra è finita, ma la situazione è ancora tesa, non si è risolta. Le città sono state ricostruite ma le campagne sono devastate, l’economia è stravolta. La guerra finisce ma la ricostruzione è sempre un problema immane. I miei amici di Sarajevo mi dicono che vivevano meglio durante l’assedio.

Tu vedi le cose con uno sguardo femminile. I tuoi sono gli occhi di una donna. Credo che non sia un punto di vista neutro, specialmente parlando di Balcani.
Le donne sono quelle che restano. Se tu pensi a Srebrenica i maschi sono stati scientemente eliminati. Dai 10 ai 65 anni. Le donne rimangono e devono ricomporre. Ricomporsi una vita. Ricomporre il corpo dei loro cari che non trovano e che rivendicano per una giusta sepoltura. È difficile da capire per chi non ha subito lutti così efferati: queste donne si sono viste portare via in un sol colpo figli, mariti, padri, nipoti…è una cosa crudelissima Eppure trovano il coraggio, la forza di sopravvivere, mettendo in gioco piccole forme di economia. Da molti anni ormai, assieme alla ADL, le “Ambasciate per la Democrazia Locale” di Zavidovici, città gemellata con Brescia, porto avanti la campagna delle “pape”: le pape sono babucce, quelle pantofole che fanno le donne dei balcani, molto belle, molto colorate. Ogni volta che metto in scena una replica me ne porto dietro un certo quantitativo. Il ricavato va a loro. Dalla devastazione, dal dolore assoluto che hanno affrontato e stanno affrontando, si sono rimesse piano piano in gioco, reagendo ciascuna con il suo carattere, chi aggressiva, chi mite…ma tutte provano a darsi una prospettiva, un futuro, una nuova possibilità. Questa cosa della pape è molto simbolica. Vestiti di lana intrecciata assieme. Non è un progetto sul futuro. Dovranno passare tanti anni, chissà quanti. Ma è una piccola possibilità, che permette loro di andare avanti non solo con gli aiuti che arrivano dall’alto…è qualcosa che ottieni dal tuo lavoro, dal tuo essere, dal tuo stare in quella condizione. Come “Lamponi di pace”, l’altro progetto che seguo con il coordinamento per la Pace di Mantova, assieme al Gruppo 7, sette donne mantovane impegnate nel sociale. Il progetto è co-gestito dalla città di Bratunac, colpita da una pulizia etnica molto forte. Lamponi di pace. Vengono dati finanziamenti alle famiglie rientrate perché si coltivino lamponi. Prima che la pianta cresca e dia frutti, ci vanno almeno 10 anni. Queste donne producono marmellate, confetture…è una possibilità per radicarsi, per rimanere sul posto. Con una prospettiva concreta in più. Ecco un’altra cosa nata da un gruppo di donne.

Srebrenica, Tuzla, Sarajevo, Mostar… la tragedia è sotto gli occhi di tutti. Ma perché qui è ancora tanto difficile occuparsi anche della “prospettiva del diavolo”? Perché ancora nessuno si sogna di parlare dei serbi costretti ad andarsene dalle krajne? Le ragioni dell’altro… nessuno ne parla mai!
La difficoltà è duplice. Quando le cose si complicano le persone non hanno voglia di capire, di studiare fino in fondo. Più proponi “pappina” e più la accettano. La gente non ha voglia, non ha tempo… i giovani invece sono quelli che paradossalmente, se non conoscono, sentono il bisogno di informasi, vanno a vedere con i loro occhi. Quelli che incontro io sono già motivati: lo sono per alzarsi dal divano, spegnere la tv, venire a teatro a vedere una cosa che si chiama “Srebrenica”, che è anche difficile da pronunciare. Gli altri non vogliono fare fatica. Fatica intellettuale, sentire, muovere il proprio cervello….. Tra l’altro l’11 in Srebrenica, giustamente, a Potocari i Musulmani daranno sepoltura ai loro morti… ma il 12 luglio, il giorno dopo, i serbi celebreranno i loro morti , quelli caduti per mano di Nazer Oric, questo eroe bosniaco che portava cibo, sale, acqua alle donne dei villaggi musulmani… ma quando usciva da Srebrenica faceva razzie e stragi nei villaggi serbi… Srebrenica è piena di profughi serbi, che vivono un disagio totale.

Tu fai sempre cose molto impegnate… recentemente anche uno spettacolo su Cernobyl!Sì, dopo Srebrenica avevo voglia di raccontare un’altra storia. Volevo una storia importante, che ci fosse la necessità di raccontare e che magari ci fossimo dimenticati anche noi. Ancora una volta è stato un libro a motivarci, quello scritto da Svetlana Alexjevic, Preghiera per Cernobyl (edito dalla E/O n.d.r.). Un reattore nucleare viene fatto esplodere in seguito a un test. La popolazione resta, senza il diritto di esprimersi, sospesa in questa situazione che nessuno risolverà. Mi succede sempre così: prima incontro i libri, poi le storie, o forse sono le storie che incontrano me.

Ma dietro ogni storia c’è sempre un’emozione, una suggestione…
Sì, c’è una scientificità, una storicità, quello che viene raccontato è stato appurato, studiato, passato al vaglio degli esperti,. Ma noi ci mettiamo in gioco. C’è un’emozione. C’è del cuore. Il fine ultimo del teatro è provocare, suscitare pensieri. È la sua magia, anche quando viene fatto in maniera spoglia, nuda, essenziale: io per Srebrenica ho solo un tappeto, una sedia e un tavolino….per Chernobyl c’è un’apparecchiatura teatrale più tecnologica: un videoproiettore. Ma in mezzo c’è l’uomo, un umanità che vogliamo raccontare, che non ha voce. E tu invece vuoi che le persone che vengono a teatro quella sera si fermino e ascoltino quell’umanità lì, che parla. Io questo testo me lo sono inventato assieme a Simona Gonella. Sono interprete e coautrice. Non è un testo che rappresento e basta, me lo porto proprio addosso. È un monologo, ma ogni volta che lo rappresento da qualche parte mi carico la macchina, con le mie cose, monto la scena, parlo con la gente. Lascia un segno. Non è uno spettacolo che fai e te ne vai. Apre sempre un dibattito, un confronto…c’è gente che le cose le sa, altri che non ne sapevano proprio nulla. E restano increduli davanti al racconto. La conversazione permette di aprirsi. Di conoscere.

Quando verrai con lo Spettacolo in Regione?
Io venni a Trieste 5 anni fa, al Kulturni Dom, con Melita Richter. Erano presenti in tutto10 persone, perché c’era una cosa che fanno a Trieste……qualcosa che ha a che fare con le barche a vela…..mi pare si chiamasse…Barcolana……una cosa così……

Roberta Biagiarelli è nata a Fano nel 1967. Eclettica ricercatrice di suggestioni e di storie, vive il teatro come arte del raccontare. Nel 2002 ha dato vita assieme a Simona Gonella, Franco D’Ippolito e Andrea Soffiantino all’associazione teatrale Babelia & C. La loro arte nasce da una forte passione civile. L’umanità priva di voce è spesso la protagonista delle loro rappresentazioni. “A come Srebrenica” ha debuttato al Festival del Teatro e del Sacro di Arezzo nel 1998, su un soggetto della stessa Biagiarelli, firmato anche da Giovanna Giovannozzi e Simona Gonella, che ne ha curato la regia. Le repliche sono proseguite ininterrottamente fino ad oggi raggiungendo le 200 rappresentazioni. A partire dal 2001 lo spettacolo ha debuttato nella sua versione spagnola al Festival di Madrid Sur, a Leon e al Festival internazione di Sitges 2002. Per il settimo anniversario della strage (2002), la narrazione è stata presentata al Festival Bascarsijske Noci di Sarajevo. In occasione del decennale del massacro (1995 – 2005) lo spettacolo verrà rappresentato a Tuzla e a Srebrenica.

3 Risposte to ““A come Srebrenica” – Balkani Ground 0 – Voci da Est#2”

  1. Gabriella Bianchi said

    Srebrenica è una delle vergogne più disumane (non trovo aggettivi adatti) del nostro tempo. Non bisogna dimenticare, nemmeno adesso che tutti vogliamo evadere dal quotidiano e andare in vacanza. E’ un’altra Auschwitz, un’altra Dacau. E’ la metamorfosi dell’uomo in bestia sanguinaria, è una linea di demarcazione. Tutti devono sapere, anche in quinta elementare.
    gabriella

  2. Alessandro Ghignoli said

    ho visto questo monologo a Madrid all’Istituto Italiano di Cultura dove insegnavo, qualche anno fa. costrinsi i miei studenti ad assistere, qualcuno ancora oggi me lo ricorda. ed io mi ricordo che è stata un’esperienza indimenticabile, Roberta è bravissima… e poi è di Fano dove ho passato l’infanzia. pubblicammo uno stralcio sulla rivista “L’area di Broca”. contento che a volte le belle cose non muoiono e resistono. grazie.

    un abbraccio

  3. jacques said

    sono stato a srebrenica la scorsa settimana per le celebrazioni dell’eccidio. è un posto fenomenale, con persone speciali che mi hanno aperto con gioia le porte delle proprie case. qui ( http://giacomobassi.blogspot.com ) qualche foto e il reportage. a presto

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