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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Cepletischis

Posted by Mauro Daltin su luglio 6, 2007

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Cepletischis

di Stefano Fregonese

Potete anche leggere e scaricare il reportage in formato pdf cliccando qui:
cepletischis.pdf

Quando la moto inforca la deviazione per il centro del paese Laura, alle mie spalle, non si tiene e inizia a ridere forte. Nei dieci anni in cui ha vissuto a Udine nulla più di un no sense, alla stregua di uno scioglilingua, è suonata la parola che ora, sul cartello stradale, scritta bianca su sfondo azzurro, si fa nome e case e persone; persone che ci guardano stupite e sospettose quando il rombo del motore si amplifica negli stretti vicoli che separano una pietra dall’altra. Io saluto tutti, quasi a scusarmi dell’intrusione ma dentro di me rido come Laura. Cepleche? Cepletischis.

L’idea di giocare con la storia e la geografia a Laura è piaciuta subito; tra un anno il confine con la Slovenia, la vecchia cortina di ferro, non ci sarà più. Non ci sarà più sulle carte ma ci vorranno generazioni perché sparisca dall’immaginario.
Io sono nato dopo la seconda guerra mondiale, ma a quattro anni cantavo il piave mormorava. A Caporetto ci sono stato l’anno scorso e sono rimasto deluso perché nella mia mente infantile si erano formate immagini di eserciti in rotta che non potevano stare dentro una valle. La visita al Museo, le fotografie, le testimonianze e le ricostruzioni mi hanno restituito il senso della grandiosità del confronto e della tragedia, l’emozione che aveva generato fantasie e immagini.

E a caccia di emozioni andiamo, dentro e fuori il confine tra Italia e Slovenia, dentro e fuori il confine tra realtà e immaginario. Si perché così è stato per la generazione degli Slataper, e degli Stuparich, e per quella dei Tomizza, dei Magris e dei Rumiz. E così è stato anche per noi, che siamo un po’ più giovani, che abbiamo vissuto gli epigoni del socialismo ma anche la speranza Gorbacioviana e la grande delusione. E tutto questo iniziava appena al di là di una linea di confine difficile da trovare in mezzo a boschi che inghiottono fiumi di clandestini e fiumi d’acqua che si fanno inghiottire dalla terra.

Le delusioni, suggerisce Laura, le delusioni che abbiamo inanellato dall’89 ad oggi, dalle cannonate sul parlamento sovietico a quelle sul ponte di Mostar. A Venezia mi sono innamorata di Rade Petrovic. Era un anziano signore di 70 anni che teneva lezioni di letteratura Serbo-croata col tono di chi racconta la sua vita. Narrava la storia dei balcani come un protagonista, come uno che ha vissuto la storia. E lui l’aveva fatta oltre ad averla attraversata. Gli studenti più giovani non capivano, prendevano appunti e poi andavano a cercare i testi per studiare. Io bevevo ogni sua parola come una bambina che ascolta i racconti del nonno, e non dubita un istante che ciò che sente possa non essere tutta la storia.

Così credetti nelle ragioni dei Serbi che si battevano per la Yugoslavia, per la terra e per l’idea. Poi, piano, piano capii che non era quella la chiave di interpretazione di una tragedia che si faceva di giorno in giorno più trucida e confusa. Né erano valide le interpretazioni che a distanza, a tavolino, venivano ricopiate sui giornali: il mostro comunista, gli antichi rancori, i conti da saldare, la guerra di religione, la pulizia etnica, la globalizzazione, i refoli di guerra fredda. Poi vennero Kusturica e Rumiz, e venne la poesia grottesca di No man’s land; e si incominciò a capire qualcosa. Ma non abbastanza. Incominciai a capire quando arrivai a Pristina, dove la corrente elettrica andava e veniva come il senso di tolleranza e di solidarietà. Allora anche Rade Petrovic si trasformò in una delusione. Non perché mentisse o mistificasse, ma perché quando si attraversa il confine, e si va a toccare con mano, e ci si forma una propria dolorosa esperienza, si prova la delusione che è disincanto che è un sentimento che fa crescere, che cambia dentro. E se non si cede alla tentazione di rigettare ciò che si è creduto in passato ma si accetta di apportarvi le modifiche rese necessarie dall’esame di realtà allora si incomincia a capire, e tutto questo fa un po’ male.
Parla sicura e veloce Laura, come togliendosi un peso troppo a lungo sopportato. E accetta l’idea dello sconfinamento come un gioco serio o un rito da osservare, ci si creda o meno.

La moto rallenta quando dietro una curva si profila la garitta del finanziere. Abbiamo scelto di affrontare il rischio di essere rimandati indietro: il valico di Luico è di seconda categoria e per passare ci vuole la prepusnica. Lo so ma tentiamo lo stesso. La Guardia di Finanza ci guarda tra il serio e il divertito quando gli esponiamo la nostra idea. Alla fine ci fa passare, ma come per confermarci che nulla sarà più lo stesso ci ammonisce: solo per oggi! Il suo collega sloveno sembra più burbero ma anche lui ripete solo per oggi! Così passiamo semi-clandestini un confine che presto non ci sarà più. Sulla carta.

Invece di scendere sull’Isonzo, saliamo subito i tornanti del monte Cucco. Di fronte a noi le cime si coprono e si svelano. Il monte Nero non smentisce il suo nome, né tradisce i briganti che vi si nascondono. Ma sul nostro versante splende il sole e la moto si arrampica con il suo rumore da trattore.

La cima non è una cima, nulla lo segnala, poco più di uno scollinamento. Già scendi, un po’ deluso, e scorgi la lapide che ti racconta un po’ di storia: qui cedettero gli italiani. La 12° compagnia fu sopraffatta nel volgere di una notte e qui iniziò Caporetto. Forse. Di ogni disfatta piace sapere l’inizio, determinarne la causa, perdersi nella selva delle motivazioni, per crogiolarsi alla fine, nell’idea stessa della sconfitta. Ma questo è un altro modo di intendere i confini, siano essi la linea dell’Isonzo ove si viene sconfitti o la linea del Piave da dove parte la riscossa. No, la mia idea di confine è quella di una linea da percorrere o valicare, da cui ritrarsi o da superare. La linea della consapevolezza che il peggior nemico non sta di fronte o alle spalle ma dentro, all’interno. E che non si combatte, ma si va a svelare e conoscere. E riconoscendosi in esso, in se stessi, se ne accetta la vicinanza.

Da qui in poi, fino alla Kosova, così sono i balcani. Lande collinose e boschi, montagne e forre, pinete che alternano faggeti e aceri e acacie. Non sembra esserci ragione apparente per cui questa terra sia Slovenia ricca, pulita e ordinata mentre ottocento chilometri più a sud si debba precipitare nel terzomondo. Lo dice Laura che in due anni di lavoro senza orari ha cercato di mescolare pragmatismo imprenditoriale del Nordest, fatalismo kosovaro, spirito rivoluzionario albanese, senso della civiltà e della tolleranza balcanico per distillare qualche goccia di un’etica dello sviluppo economico e sociale che contrasti il pescecanismo berlusconiano, il nazionalismo serbo e la deriva del fondamentalismo islamico. Anche il suo è un percorso tortuoso che la porta dentro e fuori i labili confini che stanno tra il pragmatismo e l’opportunismo, l’impegno etico e il volontarismo, l’idealismo e l’idealizzazione.

Intanto scopriamo che la “dodicesima compagnia” non va solo ricordata per la disfatta del monte Cucco ma anche per la meravigliosa strada che ha lasciato alle sue spalle: nata come sinuosa mulattiera, pensata per conciliare cadenza e pendenza, ritmo di respiro e di salita, ti regala a intervalli credibili una fontana/abbeveratoio che segna, come pietra miliare, la distanza e il tempo. E che sia opera da conservare se n’è accorta anche la comunità europea che ha destinato qui una pioggerella di euro tramite il Phare, programma europeo per la conservazione di ciò che merita, come recita il cartello. Grazie Phare per l’asfaltatura della mulattiera, ahimè, incompiuta. Per fortuna la Yamaha Teneree, come i ragionieri della UE, non sta a sottilizzare sulle necessità del fondo stradale e tira dritto anche sui restanti dieci chilometri di strada bianca.

La discesa a Kanal Soca ti fa assaporare la vita, questa vita di metà agosto 2003. Il vento caldo accarezza il corpo e quasi non lo distinguo dalle mani di Laura che mi dicono il suo benessere. Il suo sguardo si muove intorno e le sue mani mi abbracciano con la dolcezza dei movimenti che seguono la linea ideale della curva, che tracciano un percorso armonioso su questa strada di confine tra amicizia e desiderio. Ci fermiamo alla Locanda alla Fontana, delle tre che espongono il marchio Union Pivo, quella meno esposta al sole. Dal ponte, invidio i ragazzini che poco più sotto si tuffano nell’orrido, infrangendo con eleganza e coraggio la superficie verde bottiglia dell’Isonzo.

Sulla carta ci dividiamo. Io propendo per la Baisnizza, Laura per il Collio Sloveno. Il Collio è più coerente con l’idea originaria di correre sul confine. E anche con le richieste del palato che chiede di essere sedotto da abboccati corposi e delicati, come l’olfatto vuole sapere di profumi di frutti di bosco e di ciliegia. Dobrova e poi Medana. Sul muro della chiesa troviamo una mappa gigantesca del contado, con indicazioni preziose riguardo dove mangiare e dove dormire. Kanec è una cantina di qualità: la prima è che ha le porte sempre aperte. La seconda è che i proprietari hanno innata la dote dell’accoglienza. La terza e che il figlio, vigneron dei nostri tempi, sa che il vino si fa in vigna, si matura in cantina e si beve con il cervello. O meglio che mentre i sensi assaporano, la mente lavora e trasforma. Così da sette anni in qua organizza un certamen di poesia e pittura per artisti che non conoscono confini, che li attraversano. E mentre si stappano bottiglie da degustare, le poesie migliori vengono imbottigliate per lasciarle maturare in cantina. Si vedrà tra una decina d’anni se i versi, distillati di molte esperienze, come dice Rilke, possiedono la qualità di trascendere il tempo. Quelle case, oltre la vigna, sono quelle di Plessiva, Italia. E lì, oltre la collina è Cividale. Le luci laggiù sono quelle di Lignano. Come a voler rispondere a Kanec, che dalla terrazza dell’agriturismo dispone per noi questa piccola fetta di mondo, il cielo sopra Lignano s’infiora di fuochi d’artificio, uno spettacolo nello spettacolo. Come fiori sbocciano luci multicolori che ricadono in forma di sogno nella mente di chi sa valicare i confini del desiderio.

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2 Risposte to “Cepletischis”

  1. editoinproprio said

    Io, che sono proprio di queste zone, che conosco Caporetto/Kobarid da quando ciucciavo il biberon, e tutto il resto, a volte mi chiedo come mai chi comprende meglio il dramma e la grande opportunità mancata di questi posti di confine sia qualcuno che viene da fuori, che ne ha letto solo sui libri e che ne assapora il dolce sapore in moto. Perché qui, prima di arrivare a comprendere quanto Fregonese e la sua compagna hanno compreso così bene, passerranno secoli. (michele obit)

  2. ciao michele,
    interessante quello che dici. Penso che molte volte la coscienza delle cose, degli accadimenti, necessiti una certa oggettività data dalla distanza, da un punto di vista esterno. E il coinvolgimento porti due cose: da un lato il vivere il dentro delle cose, avere una percezione diretta; dall’altro forse non avere il necessario distacco per comprenderne le dinamiche.
    E’ strano, ma succede spesso così, soprattutto, credo, nelle zone di confine

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