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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Stari Most – Balkani Ground 0 – Voci da Est #3

Posted by Mauro Daltin su luglio 10, 2007

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con un’intervista a Manfredo Romeo, architetto che ha progettato la ricostruzione del Ponte di Mostar

a cura di Angelo Floramo

Puoi leggere l’intero articolo e l’intervista anche scaricando il pdf cliccando qui
stari-most.pdf

Quando Slavenka Drakulic, la più caustica e acuta scrittrice croata di cose balcaniche, venne chiamata a commentare la caduta del ponte di Mostar, scrisse sulle colonne dell’Observer una considerazione atroce, da cui è impossibile prescindere: contemporaneamente alle immagini del ponte vecchio che crollava, venne diffusa l’impietosa documentazione fotografica del massacro dei civili a Stupni Dol, un villaggio di musulmani attaccato in forze da reparti regolari dell’esercito croato. L’orrore per quelle immagini fu generale, quanto unanime la condanna. Ma nessuno pianse, nemmeno sulla gola aperta della giovane donna vestita di nero, sgozzata e abbandonata tra le macerie, lei, islamica, vittima innocente (come lo sono tutte poi) di un feroce fondamentalismo etnico e cristiano. Quando cadde il ponte di Mostar invece piansero in molti.
È naturale, ci si aspetta che la gente muoia e in guerra, purtroppo, ci si abitua a tutto, perfino all’orrore dell’indifferenza. Quel ponte invece era stato costruito perché sopravvivesse ai destini dei singoli, quasi fosse una forma ultima di riscatto, una speranza che malgrado tutte le atrocità che l’uomo può compiere, qualche cosa resterà pure a testimonianza della sua capacità di sognare. Quella donna sgozzata, scrisse la Drakulic, era una di noi. Il ponte invece era tutti noi indistintamente, la nostra memoria collettiva, la nostra ultima speranza contro l’ultima barbarie. Era un pezzo importante dell’architettura metafisica di una città ormai quasi irreale, come ebbe a sottolineare Bogdan Bogdanovic, l’architetto di Belgrado (città di cui fu anche sindaco), simbolo culto della ex Jugoslavia e oppositore strenuo di Slobodan Milosevic, già voce della lotta partigiana contro il Nazifascismo. Senza il vecchio ponte gli abitanti sarebbero stati condannati a perdere per sempre una parte importante di sé, avrebbero smarrito il loro posto nel tempo. Perché quando cade un ponte buona parte dello spirito umano si perde.
Quel ponte nei secoli aveva saputo unire croati e serbi, islamici ed ebrei, cristiani e ortodossi: era diventato un paradosso vivente che sfidava secolari inimicizie, ataviche diffidenze. Sfidava la Storia. Paradossale quanto il volo delle sue pietre che parevano sospese nel nulla, in una campata disegnata nella luce, un respiro trattenuto per 29 metri tra le rocciose rive della Neretva. Il ponte di Mostar era “una luna crescente di pietra”, come lo definì un poeta islamico del XVI secolo. Un sogno appunto, di quelli che sembrano troppo belli per essere veri. Per questo in molti piansero, quando il 9 novembre del 1993, un giovedì di guerra come tanti, i cannoni croati lo ridussero in polvere e macerie, costringendo l’Europa e il mondo ad un risveglio brutale. Quando Mostar si accorse che il “Vecchio” era in pericolo, mille mani andarono a frugare nelle strade, nei garage, nelle discariche e decine di pneumatici d’automobile vennero issati sulle sue fiancate: un giubbotto antiproiettile fatto in casa contro i colpi di mortaio. Perché nei sogni è necessario crederci. Lo aveva voluto Solimano il Magnifico, quel ponte. E il suo architetto, Mimar Hajrudin, come in una storia uscita dalle mille e una notte, fece diventare reale quel sogno. Lavorò assieme ai suoi artigiani per nove anni, dal 1557 al 1566. Lavorò coscienziosamente, perché il sultano gli aveva promesso la morte certa se il ponte fosse crollato. Per questo Mimar scappò prima che venissero tolte le impalcature, alla fine dei lavori. E nessuno seppe mai più nulla di lui. Si dice che la pietra con cui lo realizzò, la tenelija, roccia calcarea locale, avesse il pregio di cambiare colore durante le ore del giorno. Il suo abbraccio nasceva dalle rocce, avvolgeva le sponde, si specchiava nel verde delle acque sottostanti. Borjanka Santic, ormai ottuagenaria, ricorda di aver assaporato il suo primo bacio, su quel ponte. Storie di gente comune, migliaia di vite passate da una sponda all’altra del fiume. Le pietre dell’acciottolato erano così levigate e lucide per tutti i milioni di piedi che le avevano calpestate che per salire lungo la dorsale del ponte era necessario tenersi aggrappati ai passamani di pietra, per non scivolare e cadere. In trenta minuti di bombardamento intenso il ponte venne giù, in uno sbuffo di fumo.
Oggi il “Vecchio” torna ad essere quello che era e Mostar recupera alla memoria il panorama di un tempo: tutto sembra al suo posto. Eppure la croce immensa eretta dalla parte croata della città resta un forte segno di distinzione, quasi urlato all’altra sponda, come la voce metallica del muezzin, che da qualche tempo ha alzato il tono degli amplificatori e li ha rivolti verso le case dei cristiani. Dispettucci, segnali di un malessere diffuso che ancora rimane nell’aria, come gli scheletri delle case serbe bruciate nell’entroterra di Zara o i monasteri del Kossovo presidiati perché non vengano dati alle fiamme. Forse un ponte nuovo non basta. E forse, come si dice da queste parti, l’abito della festa rende più triste lo zoppo. Ma è un modo comunque per ricominciare. Ora è il tempo della festa. Domani ci penseremo con calma.

Il progetto architettonico del Ponte di Mostar porta in calce una firma italiana, quella di Manfredo Romeo, architetto della General Engineering di Firenze, che ha vinto l’appalto per la ricostruzione dello Stari Most. Giovane e brillante, Romeo ha appena concluso quello che non esita certo a definire il più importante progetto che abbia mai realizzato. Ne parla con partecipato entusiasmo, non celando l’emozione per l’attesa di un evento al quale il mondo intero sarà testimone.

Il 23 giugno prossimo le due rive della Neretva torneranno ad abbracciarsi e Mostar avrà di nuovo il ponte. Il progetto porta la sua firma. Un’avventura a lieto fine?
Si è trattato davvero di un’avventura. Quando il lavoro è finito tutto diventa più chiaro. Ma l’inizio è stato complicato, difficile. Anche perché l’atmosfera che si respirava in quei giorni aveva ancora il sapore della guerra, e una guerra tanto tragica per di più. I tempi di commissione erano davvero strettissimi. Il momento politico favorevole avrebbe potuto durare pochissimo, vista la fragilità complessiva della situazione. Per questo abbiamo lavorato sotto una grande pressione. I giornali e le televisioni dicono che il lavoro è durato 11 anni, in realtà abbiamo dovuto aprire e chiudere in pochi mesi, dall’aprile al dicembre del 2000. Sono seguite poi tre fasi di revisione concluse nel marzo del 2001. La fatica, l’impegno sono stati estremi, totalizzanti.

Quali sono state le maggiori difficoltà da affrontare?
Ve ne sono state diverse, ovviamente, sia dal punto di vista teorico che pratico. Tanto per cominciare dovevamo ricostruire qualcosa che di fatto non esisteva più. Difficile farlo capire alla popolazione di Mostar e ai suoi rappresentanti politici, che speravano di riavere il loro ponte, quello che era crollato: di fatto polverizzato, ridotto in macerie sotto i colpi dell’artiglieria croata. Il recupero dei materiali originari sarebbe stato lunghissimo se non addirittura impossibile. Ma mi lasci dire che l’operazione sarebbe stata anche illegittima: avremmo creato un falso. Non è stato facile farlo capire ai committenti, ma 150 anni di storia del restauro ci hanno insegnato qualcosa. Alla base del nostro lavoro abbiamo voluto che ci fosse una chiarezza, un’onestà di fondo. E poi la storia non si cancella, non si può fingere che con la ricostruzione del ponte tutto potesse essere dimenticato. La guerra ha distrutto qualcosa che non tornerà mai più. Il ponte ricostruito certamente restituisce alla città il suo panorama. Il valore simbolico di tutta l’operazione è molto forte

Quale procedura tecnica avete adottato?
Per ricostruire un oggetto che di fatto non esiste più abbiamo dovuto ricorrere a vecchi rilievi, a vecchie fotografie. Insomma abbiamo costruito non il vecchio ponte ma il più probabile ponte possibile. In questo ci siamo avvalsi, tra gi altri, dell’aiuto del prof. Andrea Vignoli, del Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Firenze. Firenze non è un caso: è città di ponti, ponti antichi, storici. Ci sono delle impressionanti similarità tra il ponte di Mostar e quello di Santa Trinità. Numeri e date si rincorrono in maniera davvero incredibile.

Per lei sarà certamente stata anche una grande esperienza umana oltre che professionale!
Una fondamentale esperienza di vita. Mi sono recato a Mostar per la prima volta nel 1997, ho partecipato al progetto di ristrutturazione del centro storico promosso dall’UNESCO. In quella occasione ho avuto modo di verificare quanto la televisione e gli altri media siano capaci di filtrare le emozioni. Quante volte avevo visto scene di guerra e di distruzione? Ma la paura vera l’ho sentita addosso solo dopo aver visto con i miei occhi la prima casa distrutta. Nel 2000 ci sono tornato per 12 volte. La popolazione locale ha contribuito moltissimo alla ricostruzione, si è data da fare. Vuole rinascere e questo, ne sono convinto, servirà alla pace. Si dice che il ponte c’è ma la città resta divisa. È vero, ma la ricetta del ponte resta comunque vincente. Ha saputo contrapporre alle rivalità locali il modello della cooperazione internazionale. E una volta riaperto il ponte torneranno anche i turisti, torneranno dall’Europa, dal mondo. Il tessuto economico e sociale di Mostar potrà un po’ alla volta riconnettersi. Questo non significa certo risolvere i problemi che la guerra ha aperto, ma può essere un punto di partenza. La cultura può esserlo davvero.

Che ne sarà dai resti del vecchio ponte?
Ci preme che vengano conservati. Anche se fossero solo sassi, e sassi di certo non sono. Si tratta di blocchi di qualche tonnellata, realizzati grazie a una specifica tecnologia di costruzione che l’impero ottomano ha ereditato dall’antichità (per intenderci la usavano anche gli antichi egizi): staffe di metallo collegavano fra loro conci adiacenti e si innestavano in cavità poi saldate tra loro con del piombo fuso. Conservarli significa preservare l’identità di un popolo e di una cultura, lasciarne memoria. Per questo, in parallelo alla ricostruzione del ponte, è nata anche l’idea, il sogno di un museo, il MoMu (Mostar Museum). I pezzi da esporre sarebbero davvero moltissimi, dai conci originari salvati dal bombardamento a quanto è emerso dallo scavo archeologico che ha accompagnato i lavori di ricostruzione. È riemerso infatti il primo, antichissimo ponte, quello di legno, di cui fin’ora si sapeva qualcosa solamente dalle fonti scritte. Il MoMu non conserverebbe solo pietre, ma anche l’eredità culturale di Mostar: documenti, dipinti, filmati, frammenti di edifici, tutto quello che la guerra avrebbe voluto cancellare: ogni riferimento ai luoghi, alle memorie collettive avrà di rito d’asilo nel museo. E poi c’è la parte tecnico-documentaria, che è comunque una testimonianza del percorso della ricostruzione.

Venerdì 23 luglio lei sarà tra gli altri, a vedere l’inaugurazione del suo ponte. Che emozioni pensa di provare?
Come reagirò io alla cerimonia di inaugurazione? Beh sono certo che quando vedrò il ponte da lontano piangerò, quando lo vedrò da vicino mi arrabbierò. Dal progetto alla direzione dei lavori all’impresa costruttrice ci sono stati tanti passaggi di mano. Non tutto sarà stato fatto come io e i miei collaboratori avremmo voluto, è inevitabile. Ma il risultato è comunque importantissimo. Tutti ci hanno lavorato, tutti ci hanno messo qualcosa: dalle maestranze locali ai turchi, gli italiani, i tedeschi i francesi. È come se il ponte non fosse stato restituito solamente a Mostar, ma al mondo intero.

Dzihad Pasic e suo cugino Amir, musulmani di Mostar ma con una punta di sangue anche serbo e croato (l’ibridazione è una virtù balcanica, con buona pace degli Arkan e dei Karazdic di questo mondo) fondarono già negli anni ’80 una associazione, lo Stari Grad, per il restauro e la tutela del ponte e della città vecchia. Avevano in mente uno scopo preciso: stimolare il turismo culturale, rivitalizzare il centro valorizzandone gli edifici più caratteristici. Tranne la Moschea, tutti i palazzi antichi vennero restaurati e acquisirono nuove funzioni: negozietti, uffici, banche, ristoranti, infopoint turistici. Nel 1986 il progetto Stari Grad ricevette il prestigioso premio Aga Khan per l’architettura: gli fu riconosciuto il merito di aver rivitalizzato in maniera intelligente il cuore antico della città, senza svenderne l’anima. I Pasic dimostrarono che è possibile tutelare l’identità garantendole un futuro. Durante la guerra Dzihad e Amir trovarono rifugio in Turchia, da dove continuarono a difendere la ricchezza culturale della loro terra. Organizzarono una mostra itinerante, evocativamente intitolata Urbicidio, che venne inaugurata all’UNESCO di Parigi e fece conoscere al mondo la ferita della città del ponte spezzato. Già dal 1993 membro del Research Center for Islamic History, Art, and Culture (IRCICA), ospite delle più prestigiose università del mondo, tra cui Harvard e il MIT, oggi Amir Pasic, architetto e pubblicista di chiara fama, è anche l’anima e l’ideatore del nutrito programma che culminerà venerdì 23 giugno con la restituzione alla città di Mostar del suo ponte.
Il “Mostar Summer Festival” quest’anno si chiama emblematicamente “Verso l’antico”. La suggestione è senz’altro interessante. Non ci sarà piazza, via, sala della città esclusa da spettacoli di musica, seminari internazionali sulla ricostruzione dei centri storici, interventi di esperti sull’azione ecologica, escursioni storico-ambientalistiche alla ricerca delle identità europee della Bosnia Herzegovina. Alle cene etniche faranno seguito le cerimonie ufficiali di gemellaggio fra tutte le città che hanno partecipato all’evento della ricostruzione di Mostar (Sarajevo, Spalato, Ohrid, Graz, Klagenfurt, Firenze, Kayzeri, Monte Grotto). Ma il festeggiato principale sarà comunque il “Vecchio”, lo Stari Most.

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5 Risposte to “Stari Most – Balkani Ground 0 – Voci da Est #3”

  1. Gabriella Bianchi said

    Ho camminato sull’antico ponte di Mostar nel 1977, quando imperava il maresciallo Tito. Ho visto il fiume Neretva scorrere sotto,e mai avrei pensato che si sarebbe macchiato di sangue. Però una vita umana, la vita di una giovane donna innocente e inerme vale molto più di un ponte, che si può ricostruire. La vita, no. Gabriella

  2. ciao Gabriella,

    io l’ho attraversato solo 3 anni fa. Tutt’altra cosa rispetto gli anni Settanta. E’ vero che un vita umana vale più di un ponte, penso che nessuno lo metta in dubbio. Ma la distruzione di quel ponte, con quel signifcato, in quel luogo è qualcosa di più rispetto alla distruzione di qualsiasi altro ponte. E’ vero che si può ricostruire, ma penso che lì sia stato spazzato via qualcosa di estremamente importante, un sogno di convivenza, un dialogo. E’ un simbolo.

    ciao
    mauro

  3. ciao gabriella,

    ti volevo anche chiedere, magari, di raccontare la tua esperienza di attraversamento del ponte nel ’77. O se hai fatto altri viaggi balkanici potresti fare dei piccoli reportage… insomma, se ti va di collaborare siamo qua

    ciao
    mauro

  4. Gabriella Bianchi said

    E’ vero: ci sono dei “simboli” che non saranno più gli stessi. Da letterata, poetessa, bibliotecaria x lavoro e amante dell’arte credo nel valore salvifico di quest’ultima. Consiglio di leggere “Il ponte sulla Drina” di Andric, lo slavo, x capire l’importanza di un ponte per le etnie, la storia, la cultura. Non ho fatto altri viaggi balcanici. L’Oriente mi attira come una calamita (il mio ramo materno è slavo), l’Occidente mi lascia fredda. I Balcani mi hanno sempre affascinato per la loro multiformità in evoluzione continua. Gabriella

  5. Carissima Gabriella….Il mio ricordo dello stari most, il grande vecchio ponte, è stratificato, complicato, sedimentato nella memoria che si fa plurima e confusa. L’ho attraversato di corsa, da bambino, facendo a gara con Sasha, che ci ospitava in casa sua, alla fine di quell’estate lontana. Un ragazzetto serbo, dagli occhi scurissimi e le gambe veloci. Di quella corsa a perdifiato ricordo soltanto il fiatone, la milza dolorante, e Sasha che ride, già vincitore, seduto su di una delle pietre del ponte. Una mela già sbocconcellata fu il premio di consolazione. E dolcissimo rimane nel ricordo il sapore della sconfitta. L’ho riattraversato molti anni dopo, già studente universitario, alla ricerca di non so cosa. E di quel passaggio ricordo l’odore intenso di cipolla, mescolato a fragranza di caffè. Ricordo anche la freschezza speziata delle labbra di Amira, i suoi vent’anni dischiusi al mondo come le sue iridi dietro lunghissime ciglia nere. La casa di suo padre era intessuta di penombre,profumata di resina e di tabacco. Pioveva e la Neretva non sembrava verde, ma grigia, stranamente rabbiosa. Poi l’ho visto in macerie, il grande vecchio. Sbranato dalla foga dei nazionalismi e delle fanatiche guerre di liberazione. E ho pensato come Slavenka che in ogni pietra rotolata nel fiume qualche anima ha lasciato un ricordo. Per questo la vita del ponte ha rappresentato per secoli milioni di altre vite, che hanno corroso il selciato con miliardi di passi. Abbatterlo è stato un atto di genocidio crudele. Dalle sponde smangiucchiate ho visto scomparire nella schiuma del fiume la risata di Sasha e il profumo di Amira. Dovrebbe esistere un tribunale speciale per crimini di guerra appositamente istituito per coloro che ordinano l’abbattimento di un ponte.

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