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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Jaroslav Mogutin

Posted by pasha39 su agosto 1, 2007

(a cura di Paolo Galvagni)

La morte di Miša Beautiful (In luogo di necrologio)

Alcuni amici moscoviti, recentemente di passaggio a New York, mi hanno riferito una notizia scioccante: in prigione è stato ucciso Miša Beautiful.

La storia della sua breve vita – proprio nello spirito di Jean Genet, di Williams Burroughs, Fassbinder o di Gus Van Sant (1) – potrebbe diventare un buon materiale per un libro o un film. Il suo nome non appariva nelle cronache mondane. D’altronde, nessuno sapeva il suo vero nome né l’età. Dicevano che al momento della morte avesse 19 anni. La sua morte  non è stata annunciata nei necrologi ed è improbabile che qualcuno ne parli, oltre a me.
Senza Beautiful non si sarebbe svolta nessuna festa, legata alla droga o al rave. Lo conoscevano quasi tutti. Era una delle esotiche creature della notte, uno dei ragazzi – ragazze, su cui tutto ciò si regge in qualunque capitale del mondo. Qui, a New York, li chiamano club kids o party kids – bambini della festa.
Ci conoscemmo al concerto di Michael Jackson a Lužniki (2), dove mi aveva invitato Vladik Monroe (3), che aveva i biglietti gratis. (Certamente, per soldi non sarei mai andato a vedere quel mostriciattolo americano!) C’era una quantità incredibile di sbirri, uno dei quali dimostrò  un interesse abbastanza aggressivo verso di me, scoprendomi nel momento in cui pisciavo in un luogo proibito. Solo il tesserino da giornalista mi salvò dalle sue insistenti pretese.
All’ingresso dello stadio alcuni cordoni di sbirri perquisivano attentamente e tastavano tutti. La Monroe si eccitò  molto e passò tre volte per prolungare il piacere.
Il concerto fu un fiasco, il tempo schifoso, pioveva – la gente stava nell’acqua sino ai polpacci. Ci raggiunse Miša, chiese una sigaretta. Venne fuori che già a Pietroburgo a lungo aveva importunato la Monroe, e se n’era innamorato. Non so che cosa ci fosse tra loro, ma Vladik disse che ora tentava di nascondersi da Miša.
La Monroe se ne andò con la compagnia e io rimasi sotto la pioggia con Miša, che era drogato e sembrava non capire bene che cosa capitasse attorno a lui. In seguito non lo vidi mai sobrio, in uno stato normale, aveva sempre le pupille dilatate. Miša era un chiaro esempio di adolescente precoce – di alta statura, magro sino alla distrofia, infantilmente spigoloso, con le estremità lunghe e le spalle e il petto non sviluppati. Era davvero beautiful con l’espressione ingenua e innocente del volto, con gli occhi spalancati e le ciglia lunghe, ben rasato, con l’immancabile cappellino indossato all’indietro, e con gli orecchini a entrambe le orecchie, nel naso e a un sopracciglio (mi ha sempre fatto impazzire il piercing!)
Parlava con una lieve balbuzie, senza la “erre”, la sua favella era piena di slang e di parole inglesi, rese alla russa. In seguito diventò per me un vocabolario ambulante di questa lingua al contempo divertente e balorda, che serviva da originale codice cifrato per i suoi amici ed era comprensibile solo a una determinata cerchia di persone. In testa aveva una piena confusione, passava da un pensiero all’altro, la sua favella a volte ricordava il flusso di coscienza nello stile di Joyce. Amavo le sue storie e le fantasie, mi sembravano un buon materiale per un dramma dell’assurdo non ancora scritto.
Dopo il concerto doveva tornare a Pietroburgo. Al chiosco accanto al metro comprai una bottiglia di vodka, che bevemmo direttamente lì, mangiando certe orrende salsicce. Si ubriacò in un attimo e mi si attaccò con incredibile dolcezza. Ubriaco, si trasformò in un’affettuosa ragazzina, si avvinghiò attorno a me, prese e baciò le mie mani, tastò il mio membro, bisbigliandomi all’orecchio con entusiasmo: “Wow! Com’è grande!” Ci abbracciammo, ci baciammo e ci strofinammo l’uno contro l’altro, come lussuriosi animali selvatici, infreddoliti e bagnati per la pioggia. Gli alcolizzati, che stavano attorno, ci guardavano al contempo con odio e con stupore.
Saltati sul metro un minuto prima che chiudesse, ci ritrovammo in un vagone vuoto e ci sdraiammo su un sedile, continuando ad abbracciarci e a baciarci. Mi slacciò la patta e, ficcatavi una mano, iniziò a stringere e ad accarezzare il mio membro. Nel momento in cui stava per metterlo in bocca, entrarono nel vagone due georgiani. Dalla loro reazione capii che potevano ucciderci lì per lì, senza scrupoli, se non fossimo riusciti a balzare fuori dal vagone l’attimo prima che le porte si chiudessero. Quando lo accompagnai al treno, ci congedammo come se da tempo fossimo amanti. Anche se ci conoscevamo solo da tre ore…
Mi telefonava continuamente, a volte lasciando sulla segreteria telefonica dieci messaggi al giorno con la sua vocina. I messaggi dicevano che mi amava, che mi pensava sempre, che voleva incontrarmi, che stava male senza di me, che aveva deciso di suicidarsi, aveva mangiato funghi allucinogeni e pensava di morire, che aveva una ragazza e si immaginava che io facessi con lui tutto ciò che lui faceva con lei, ecc. Allora ero già un giornalista noto e ricevevo regolarmente telefonate e lettere da ammiratori, apparsi all’improvviso. Ma Miša si distingueva da loro perché non aveva idea di che cosa io mi occupassi e che cosa mi rendesse famoso, non aveva alcun interesse per questo. In ogni caso, sono sicuro che non avesse letto nessuna mia poesia (se poi sapeva leggere). Anche se di tanto in tanto diventava per me oggetto di ispirazione. Nel poema pornografico “All’arrembaggio”, a lui dedicato, ci sono questi versi:
  
   quel ragazzo col cappello
   dalle tese sporgenti
   prendeva e tracannava come un dio
   oltre a lui nessuno poteva così 
  
I genitori di Miša il Bello erano noti e rispettati in tutta Pietroburgo. Mi pare che suo padre fosse il direttore di un grande supermercato. E, come accadeva spesso nelle famiglie sovietiche agiate, egli era stato un adolescente “difficile”, “problematico”. Mi raccontava che si dedicava a piccoli commerci davanti all’albergo dell’Inturist (4). Lì si radunavano i finocchi, che “adescavano” gli stranieri. Miša con gli amici trafficanti infastidiva periodicamente i finocchi: li depredava e gli prendeva i soldi, gli orologi, i gioielli, ecc. Miša non si considerava un finocchio. Dagli altri suoi racconti seppi che da bambino era caduto dalle scale e aveva riportato un grave trauma al cervello. Questo probabilmente spiegava il suo evidente ritardo mentale. Ero più grande di lui di soli due anni, ma mi sembrava che ci separasse l’abisso dell’età, che trasformava le nostre chiacchierate (se la sua bocca non era occupata da qualcosa) in stupidi gridolini infantili. Ragionava come un bambino di cinque anni, che avesse solo due interessi nella vita – la droga e le feste. Be’, naturalmente anche gli abiti belli e costosi. Si vestiva splendidamente e alla moda, e, grazie a questo, diventò una notorietà, il vanto di ogni festa  a Pietroburgo e a Mosca. Non sapeva e non voleva lavorare: quando finivano i soldi dei genitori, rubava o mendicava ai conoscenti, molti dei quali usavano Miša come prostituto. Se si provasse a stendere la lista dei suoi amanti o almeno dei suoi partner occasionali, probabilmente si otterrebbe una lunga sfilza di nomi, tra cui ci sarebbero non poche celebrità. Il sesso per Miša costituiva l’unica entrata, c’erano tutti i presupposti perché diventasse un hustler di successo (dal prostituto comune lo hustler si distingue per il fatto che lo pagano non solo col denaro, ma anche con regali o con oggetti, lo hustler può anche vivere per un po’ con il suo facoltoso cliente, facendogli da compagno per il riposo o da accompagnatore per le uscite mondane)…
Miša non aveva carattere, né forza di volontà, pertanto, come figlio della massa, aveva bisogno di compagni più anziani. Capitato nella schiera  di Timur Novikov (5), Beautiful divenne studente della sua Nuova Accademia di Belle Arti. Per ammissione dello stesso Timur, uno dei criteri fondamentali della selezione degli studenti era l’avvenenza esteriore – una qualità, grazie alla quale Miša, come altre stupende creature, passò con successo il “face control” e divenne un allievo di questo istituto unico, sul quale alitava lo spirito dissoluto del barone von Gloeden e di Oscar Wilde. I ragazzi di Timur servivano l’uno all’altro come modelli nudi, si facevano fotografare con vestiti antichi e in pose classiche sui tetti o nella stessa Accademia – un grande appartamento comune, una camera del quale, dal pavimento al soffitto, era rivestita con un raso dal colore simbolico azzurro cielo.
Timur (Miša lo chiamava rispettosamente Timur Petrovi?) per un po’ fu per lui un vero idolo e un’autorità. Tuttavia, nonostante il suo indubitabile talento organizzativo e la capacità di lavorare con la gioventù (dirò così), anche lui non riuscì a distogliere a lungo Miša dal suo modo di vivere. Le Belle Arti lo interessavano molto meno della droga e delle feste. Timur Petrovi? tentò sinceramente di far ravvedere Miša e di riportarlo nel grembo del bello, ma tutti i suoi tentativi furono vani…
Miša mi fece una grande sorpresa, comparendo a Mosca uno dei giorni del putsch dell’ottobre 1993, durante una situazione estrema (6). Probabilmente era l’unica persona al mondo che non ne sapesse nulla. Non aveva documenti con sé. Mi telefonò dalla stazione. A Mosca aveva un sacco di conoscenti, ma telefonò proprio a me perché, secondo le sue parole, era venuto per vedermi. Avvertii una responsabilità per lui. Lasciando tutto, presi un mucchio di miei tesserini da giornalista e andai a prenderlo (anzi – salvarlo).
La sera prima era stata arrestata la Monroe, che camminava per Mosca senza documenti, facendosi fotografare per la sua rivista “Ja” sullo sfondo dei carri armati in pose sconvenienti. Vladik aveva dovuto passare tutta la notte con un amico in una KPZ (7). Probabilmente sarebbe stata la cosa migliore che poteva capitare anche a Miša. Non sapevo che fare con lui e dove sistemarlo. Non potevo neanche portarlo a casa, perché lì c’era il mio amante, geloso  e isterico patologico, che in un accesso d’ira avrebbe potuto uccidere me, lui, se stesso, o tutti insieme.
Avendo saputo che a Mosca si verificava un evento spaventoso e incomprensibile, Miša si entusiasmò terribilmente e iniziò a convincermi ad andare alla Casa Bianca. E, cosa sorprendente, ci riuscì. Da ogni parte ci seguivano bramosamente, all’occhiello del mirino, perfidi cecchini invisibili, fischiavano pallottole vaganti, – il livello dell’adrenalina nel sangue superò tutte le norme del ministero della sanità, – persone ammattite con gli occhi stralunati barcollavano per le vie:  tutto ciò che accadeva era per noi uno scenario eccitante. Come adolescenti senza un tetto, costretti a praticare sesso in pubblico (svago ora di moda in Occidente, a cui si dedicano vari esponenti della “gioventù dorata”, tipo John F. Kennedy junior), ci stringevamo nei vicoli e negli androni, Miša approfittava di ogni occasione per entrarmi nella patta e frequentare direttamente l’oggetto dei suoi desideri. Alcune volte ci sorpresero all’improvviso, ma in quella situazione estrema le nostre esibizioni non destavano la reazione particolare di nessuno. (I finocchi sulle barricate!) Così ebbi il mio battesimo del fuoco. Mi è rimasta impressa per sempre l’acuta percezione del sesso sullo sfondo di azioni militari, e capisco molto bene perché le sparatorie, le guerre, le occupazioni siano descritte  e mostrate con tanta bramosia in Genet, in Liliana Cavani, in Tom of Finland (8) e in molti altri…
Scrivo di Miša così dettagliatamente, rievocando tutto ciò che so e ricordo di lui, proprio perché  non è più al mondo, mi eccito sotto l’impulso di fantasie necrofile crudeli e oscure. So che questa è stregoneria, so che “di un morto o bene o niente”, ma lo descrivo così come era per mostrare che era una pianta dolce ed esotica, un fiore carnoso, inabile e inadatto per la vita. Era predestinato. Aveva un marchio – difficile non notarlo. Lo sapevo, lo sentivo, più volte tentai di fare qualcosa per influenzare il suo destino. Ma non ne ero poi tanto invaghito. Avevo la mia vita, in cui lui di tanto in tanto si intrufolava, ci incontravamo periodicamente e facevamo l’amore, mi stava sempre attorno e sembrava che sarebbe sempre stato così. Mentre io mi spostavo a Mosca, cambiando indirizzi e amanti, Miša ii   n qualche maniera si ingegnava di trovare i numeri di telefono e mi chiamava, aggiungendo materiale per il dramma dell’assurdo, da me concepito, e di tanto in tanto  incappando nei miei gelosi boy-friend.
Il 12 aprile 1994, il mio ventesimo compleanno, giorno del leggendario tentativo di registrare il primo matrimonio omosessuale in Russia con il mio amico americano Robert, la sagoma semi trasparente di Miša apparve all’improvviso nella folla numerosa dei reporter con le loro macchine fotografiche, le telecamere e i microfoni in erezione. Com’è noto, il nostro matrimonio non fu registrato, ma riuscimmo a sollevare scandalo in tutto il mondo, superammo virilmente la baraonda terrificante delle infinite riprese e interviste. Come nel caso del putsch, Miša, forse, era l’unico, che non sapesse niente di questo storico avvenimento. Sgranava gli occhi stupito e aggrottava la fronte, senza capire chi sposava chi e perché c’era tale subbuglio.
Non avevo né la possibilità né la voglia di spiegargli qualcosa e occuparmi di lui, quindi decisi di donare Miša al mio conoscente Fedja P., figlio di una nota scrittrice (9). Fedja è un ragazzo simpatico e un giornalista esordiente col cuore generoso e il cervello acuto. Un paio di volte avevamo scopato goffamente (per sua iniziativa, benché P. fosse solito fingersi etero e cercasse più volte di recitarmi sermoni sul mio stile “dissoluto” di vita). Sapevo che non sarebbe stato contrario a scopare  con qualcun altro. Miša in questa prospettiva era il personaggio ideale –  andò docilmente con P., come gli venne ordinato.
Dopo una rumorosa festa nel laboratorio di Robert, P. portò Miša nell’appartamento che affittava separatamente dai genitori. Avendo dormito con lui quella notte, se ne andò al lavoro, o all’istituto, lasciando a casa Beautiful e consegnandogli nobilmente la sua unica chiave. Promise di procurare a Miša un tesserino da giornalista, perché quello potesse frequentare senza problemi manifestazioni ricreative. Passò più di un mese prima che il fiducioso P. riuscisse ad acchiappare Miša e a riprendere la chiave. Fu costretto a pagare per l’appartamento in cui non poteva mettere piede, mentre Miša vi aveva sistemato una banda di drogati, non rispondeva alle telefonate e si nascondeva dall’ingenuo P. Ma una sorpresa ancor maggiore attendeva P, quando il padrone di casa gli presentò il “conto di Hamburg” per le telefonate interurbane e internazionali di Miša (doveva aver lasciato numerosi messaggi sulle segreterie telefoniche dei suoi amanti) “Volevo aiutarlo, tirarlo fuori da quella palude!” – si lamentò poi a me P., deluso nei sentimenti migliori… 
Incontrai alcune volte Miša in vari locali, era già così “high”, che mi riconosceva a fatica. I suoi discorsi consistevano in interiezioni senza senso nello spirito della lingua transmentale di Kru?ënych (10). Poi Miša scomparve, di tanto in tanto  mi arrivavano certe storie, secondo cui frequentava alcuni dee-jay scandinavi, che lo nutrivano di droga e lo introducevano nei loro traffici; Miša fu costretto a trasferirsi a Mosca, perché a Pietroburgo gli davano la caccia certi tipi a cui  “aveva preso in prestito” certi oggetti preziosi, e ora cominciavano a dargli la caccia ormai anche a Mosca. Una volta mi telefonò un conoscente per sapere dove poter trovare Miša, voleva chiedergli di restituire la videocamera sparita dopo la sua visita. Miša era andato troppo lontano, per la maggior parte della gente non era più beautiful – le nubi si addensavano sulla sua testa.
L’ultima volta ci incontrammo dopo una telefonata, che mi  colse in un umore lirico – sentimentale. Avevo tanta nostalgia di lui e dei suoi assurdi racconti. Passeggiammo per la città, mi divertì con le storie di come i genitori avevano preparato i funghi, lui aveva aggiunto i suoi funghetti e come poi i genitori erano stati male, specialmente male era stata la nonna. “Non capisco che cosa mi sta succedendo! – aveva esclamato la nonna. – Mi sento un’altra persona!” Un’altra storia, del tutto inverosimile, narrava di una ricca amante di Miša,  a cui piaceva  praticare il sesso anale, di come Miša la soddisfaceva. Miša stesso riconobbe che anche a lui era piaciuto fare sesso anale. Raccontava che lo avevano invitato a lavorare come modello in Italia, in Spagna, ci sarebbe andato “subito, non appena…”.
Dopo aver comprato alcune bottiglie di champagne, facemmo un salto nel laboratorio della mia amica Katja Leonovi? sull’Anello dei Giardini (11). Aveva un incontro di lavoro con un paio di giornalisti villani, che quasi svennero sentendo il mio nome. Ubriacatici con lo champagne, cominciammo a comportarci in maniera molto sconveniente. Come la prima volta, Miša mi si avvinghiò, e l’impeto del nostro affetto giunse a compimento in bagno, dove lo gettai con forza in ginocchio e gli ficcai in bocca il membro. Lo succhiava e lo leccava con diligenza e maestria,  interrompendosi di tanto in tanto, e, con devozione lamentosa, guardandomi negli occhi come un cucciolo, pronunciava scongiuri: “Per favore, non lasciarmi! Ti supplico! Voglio stare con te!”. In quel momento volevo solo una cosa – venire, e potevo facilmente promettere qualunque cosa. Dopo che tutto fu finito, uscimmo dal bagno incontro agli sguardi spaventati dei giornalisti villani. Poi Miša si svestì  per mostrare i suoi tatuaggi e Katja misurò su di lui uno dei modelli della collezione di abiti, a cui lavorava. Trovandosi al centro dell’attenzione, Miša era timido e particolarmente bello. Con lui si poteva fare qualunque cosa, come con una bambola o con un manichino, – era tanto mite, ubbidiente, passivo…
Alla vigilia della nostra partenza dalla Russia (anzi, fuga – dovetti salvarmi dal processo di turno), letteralmente qualche ora prima dell’aereo, mentre Robert e io tentavamo convulsamente di raccogliere alcune cose, vennero la Monroe con il suo amico Ivan Zarevi? di celestiale bellezza  e il “medermeneuta” Sergej Anufriev (12). La Monroe e Ivan affittavano allora un appartamento sull’Arbat (13), a due minuti a piedi da casa nostra; quando non avevano il becco di un quattrino, venivano a mangiare da noi. Dovemmo rimandare i preparativi all’ultimo momento e rifocillare gli artisti affamati. Allora, durante la nostra ultima cena, seppi da Vladik che Miša Beautiful era stato arrestato per furto e per droga. Scherzammo stupidamente sul tema: “come starà bene ora Miša, che intensa vita sessuale avrà in prigione”, ecc. Ma, dato che io stesso avevo  buone possibilità di andar dentro, capivo perfettamente  quanto fosse serio tutto ciò.
Per un omosessuale, incline a fantasie sado-masochistiche, la prigione rappresenta a volte un ambiente sessuale attraente, un luogo, dove dreams come true, dove si avverano i sogni e le fantasie più ardite. Tale immagine è tratta  principalmente dai film porno di Jean Cadino, dai libri di Genet, o dal folclore patrio dei reclusi. Si può fantasticare a lungo su questo tema, queste fantasie possono essere allettanti e stupende, ma io, che ho studiato seriamente il tema “L’omosessualità nelle prigioni e nei lager sovietici”, so che cosa succedeva e che succede ancora LÀ a quelli come me e in particolare come Miša il Bello. Non importa che lui non si considerasse finocchio…
La storia della sua vita e della sua morte si può trasformare in un discorso moralistico: Guardate che fanno all’uomo la droga, l’omosessualità, le feste, il parassitismo e la vita notturna dissennata. Ha iniziato la sua vita con i traffici e i funghi, e l’ha terminata in carcere, tra i detenuti! Ma si può immaginare in maniera del tutto diversa: Peccato che non si sia trovato quel Michael Jackson, che potesse salvarlo, trasformando la sua vita in una Grande Disneyland. Peccato che né la Monroe, né Timur Petrovi?, né io né P. siamo diventati il suo Michael Jackson.

New York, 1996

Note

1) Noto regista gay. Ha girato il film “My own private Idaho”.
2) Principale stadio di calcio a Mosca.
3) Showman (vero nome Vladimir Mamyšev), noto per gli spettacoli in cui si traveste. Celeberrimo il travestimento da Marylin Monroe.
4) Ente statale del turismo, che gestiva (e gestisce) gli alberghi per stranieri.
5) Artista pietroburghese, organizzatore della cosiddetta Nuova Accademia delle Belle Arti.
6) Riferimento alla “battaglia di Mosca”. Nell’autunno 1993 lo scontro tra El’cin e l’opposizione comunista sfociò nell’occupazione, da parte di quest’ultima, del Parlamento russo (la cosiddetta “casa bianca”). La rivolta fu sedata con l’esercito.
7) Cella di detenzione preventiva.
8) Illustratore finlandese, assai noto negli Usa, recentemente scomparso. I suoi disegni rappresentano scene di sesso tra uomini con membri enormi.
9) Riferimento a Fëdor Pavlov, giornalista e redattore di “Ne spat’” [Non dormire], rivista che si occupa dei locali notturni moscoviti. Figlio della nota scrittrice Ljudmila Petruševskaja (le cui opere sono uscite anche in Italia).
10) Poeta futurista russo, famoso per il tentativo di creare una nuova lingua per la poesia: appunto il linguaggio transmentale, un insieme di articolazioni arbitrarie e insensate.
11) Giovane pittrice moscovita. L’Anello dei Giardini è la circonvallazione dei viali a Mosca.
12) Storico dell’arte, ideologo del gruppo di artisti post- avanguardia “Ermeneutica medica”.
13) Celeberrima strada nel centro di Mosca.

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