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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Oltre le Bocche di Cataro

Posted by Mauro Daltin su agosto 1, 2007

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Oltre le Bocche di Cataro

di Stefano Fregonese

Potete anche leggere e scaricare il reportage in formato pdf cliccando qui:
oltre-le-bocche-di-cataro.pdf

“Si, l’Albania è una faccenda complicata” disse un altro vecchio”.
Ismail Kadarè, La città di pietra

Mai ho varcato i confini oltre le Bocche di Cataro. E neppure sono disceso verso le paludose sponde del lago di Skutari, aggirandole a nord per penetrare nelle terre desolate d’Albania. Mai prima d’ora lo sguardo s’è posato, come vento che discende dai monti, sulla città colorata di Tirana. Mai prima d’ora ho portato i miei pensieri tanto all’interno della mio balcanico Sé, non senza soffrire l’irreparabile lacerazione che mi separa dal mondo; non senza godere la matura pienezza della consapevolezza di ogni cosa.

Qualsiasi cosa Laura ed io andiamo cercando oltre le bocche di Cataro, un poco ci sgomenta. Ci disturba forse constatare come questa piccola nazione, inseguendo lo sviluppo, si affretti verso un destino da cui noi occidentali stiamo già cercando di fuggire, consapevoli di aver ormai superato le soglie della sostenibilità, ecologica e psicologica, e di dover invece imboccare la strada della decrescita.

E allora, come rispondere alla domanda che in buon italiano ci pone Axel sulla deliziosa terrazza di un ristorante a Berat: Nessun italiano viene in vacanza in Albania. I pochi turisti traghettano a Durazzo visitano la rocca e se ne vanno dopo qualche acquisto e una cena a poco prezzo. Qui a Berat vengono comitive di Inglesi e di Tedeschi, a volte Giapponesi, mai singoli turisti. Perché spendere le vostre ferie in Squipeteria? Io e Laura ci guardiamo cercando ciascuno la risposta negli occhi dell’altro. Replichiamo con altre domande a cui il nostro giovane interlocutore volentieri risponde. Axel frequenta l’Università di Genova ma aspira ad andare a vivere in un paese anglosassone. L’Italia è molto bella ma non promette un futuro come altri paesi: il Canada, per esempio, accoglie e sostiene chi ha ingegno e desidera impegnarsi professionalmente dopo aver studiato, e inoltre non ci sono i pregiudizi che in Italia ti si appiccicano come una melassa, se sei albanese.

Gli faccio notare che anche la sua prima domanda era intrisa di pregiudizi; forse la sorpresa e la curiosità che lo hanno spinto a venire al nostro tavolo erano figlie del pregiudizio che nessun italiano potesse mai più spingersi tanto all’interno dell’altipiano.

Il giovane sorride. Brindiamo con lui e i suoi amici, soddisfatti di aver varcato la frontiera del reciproco sospetto. Vagamente percepiamo di aver superato una zona d’ombra proiettata da un passato di cui non siamo pienamente consapevoli, una turpe eredità storica che sentiamo ingombrante sulle nostre spalle.

Persino le nuvole delle previsioni meteorologiche della Rai – denunciava Ismail Kadarè nel 1991 – passano direttamente dalla Grecia alla Jugoslavia, come se l’Albania non esistesse. Come le nuvole, così il senso di colpa collettivo degli italiani, e la sua consapevolezza individuale, non si è mai posata lì dove avrebbe dovuto: forse per ciò ho provato un vago malessere quando sul passo di Llegarase (Lgora) i partigiani di bronzo mi hanno guardato con occhi ostili, nemico italiano. Lo sguardo di Axel e dei suoi amici invece non ci rimprovera nulla; non di aver occupato il suo paese, né di averlo ignorato per i successivi quarant’anni, non a noi che ci spingiamo curiosi sull’altipiano. Rimprovera piuttosto, agli italiani che non hanno voluto fare i conti con i loro misfatti, di alimentare col composto delle colpe rimosse l’ostile pregiudizio verso l’Albania e verso quei giovani albanesi che nutrono ora speranze europee. E non sono speranze mal riposte, perché l’Albania è un paese di grandi ricchezze e inconsapevoli profondità.
E se il viaggiare verso il sud del paese, fino a lambire con lo sguardo le isole greche, non è immune da fatica, la bellezza delle coste, dei siti archeologici, dei villaggi medievali, ripaga il viaggiatore. Così i nostri occhi si riempiono del mondo che si estende sotto la rocca di Berat. Le colline al di là della piana, rigate da solchi regolari, appaiono come le dita di un gigante che dall’Adriatico allunga le sue mani sull’altipiano. Vaghiamo di chiesa in chiesa ammirando gli affreschi cui i recenti restauri non hanno potuto restituire i volti deturpati da mani troppo devote. Sul fatto che le immagini dei santi e del Cristo siano prive degli occhi, esistono due versioni: un segno di spregio iconoclasta degli occupanti islamici, oppure la consunzione dovuta alle mille e mille mani ortodosse che, nei secoli, toccando la sacra immagine hanno invocato uno sguardo divino sulla propria disgraziata esistenza. La guida non sa risponderci né in inglese né in italiano di cui sembra masticare, un po’ pappagallescamente, solo la parte che gli compete.

Indugiamo nei vicoli della città di pietra. Affacciato sui bastioni che volgono ad ovest immagino, di là del fiume, gli accampamenti delle orde turche, le bandiere bianche dei giannizzeri… Più lontano … innumerevoli, le tende degli asapi; dietro quelle degli eshkingi; poi, via via, le tende dei dalklicci, dei serdengestleri, dei muselemi, e quelle più civettuole dei sipahi; e le compagnie di Curdi, di Persiani, di Tatari, di Caucasici, di Calmucchi . Berat come Kruja, l’antica capitale di Scanderbeg, cinta d’assedio ogni primavera, dal 1448 per i successivi venticinque anni, dal più potente esercito del mondo.

Ad est, frana sospesa ai piedi della rocca, la città di pietra. Come il bambino di Kadarè, mi meraviglio quando lo sguardo scivola dal colmo del tetto di una casa alle fondamenta di un’altra, dal bordo di una via, sulla gronda appena poco più sotto. E davvero camminando per strada, in certi punti, sembra di poter, allungando un poco il braccio, appendere il cappello alla punta di un minareto.

Allo stesso modo, sento di abitare il mio mondo dove vite diverse sono contigue tra loro, e io mi muovo ora in una ora nell’altra, passando da una all’altra con una facilità prima d’ora sconosciuta. E, non sono le mie vite diverse solamente per le relazioni che intrattengo e i ruoli che sono chiamato a rivestire, così che scivolo da una all’altra come dal colmo di un tetto sulla strada che ne lambisce la gronda: davvero, è la vita stessa costruita come la città di pietra, dove la casualità acquista armonia; dove l’armonia è data dalla somma di esperienze che s’aggiungono riempiendo gli spazi, liberandone altri, affastellandosi disordinate in precari equilibri che nel tempo pretendono diventare stabili certezze.

Certezze che questo paese non sembra davvero poter offrire, se non quella di una continua e repentina mutevolezza dove uomini e mondi di epoche diverse si sovrappongono disordinati. L’Albania è davvero una faccenda complicata. Come una psicoanalisi, come un’amicizia profonda e discontinua, che riprendi sempre in punti diversi e lasci lì dove non sei sicuro che la ritroverai. Non solo l’Albania, ma i Balcani tutti, da Zara a Plivitze, da Spalato a Belgrado, dal Triglav a Cetinje, da Lussino a Cavtat, da Mostar a Lubjana, da Berat a Sarajevo. E ogni ritorno, ogni estate spesa a litigare con poliziotti disonesti, a stupirmi per la disponibilità con cui persone sconosciute aprono la loro casa in nome dell’ospitalità, ogni estate passata a fare nicchia in un porto veneziano o in una fortezza albanese, in un rifugio delle propaggini alpine, o in una locanda bosniaca, a percorrere le strade lastricate di orrori recenti e antichi, è un viaggio in territori sconosciuti e nuovi dove la mente riprende a tessere reti di pensieri e ritrova il gusto di narrare ciò che vede, come se mai prima d’ora l’avesse osservato.

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2 Risposte to “Oltre le Bocche di Cataro”

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