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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Poesia russa sugli Urali

Posted by pasha39 su agosto 13, 2007

Vitalij Kal’pidi (*) Appunti da una provincia remota

La poesia contemporanea degli Urali è rappresentata da due dozzine di nomi eccellenti, elencare i quali non ha senso, poiché al di fuori della regione questi nomi comunque non dicono niente a nessuno.

Per la prosa contemporanea degli Urali – si veda la prima frase, basterà cambiare le “due dozzine” in una. Che significa questo? Temo niente. Del resto, la letteratura uralica si è ormai rassegnata alla propria autosufficienza… Amiamo Mosca: lì vivono i nostri amici, lì sono morti i nostri maestri. Ma capiamo anche che l’idea della “raccolta delle culture”, come del resto “la raccolta delle terre”, non è realistica. La cultura di Mosca non è necessaria a Perm’, il contesto di Vologda non è svelato a ?eljabinsk, Ekaterinburg è per sempre priva dei tratti del rinascimento karakalpako (**). Pertanto gli Urali sono il luogo, dove ci è dato stare. I frammenti creano l’intero, e non il contrario. Il regionalismo delle culture non è uno stadio intermedio della decadenza, ma una tappa della strutturazione di spazi individuali. Non può esistere uno spazio culturale unitario. Esso può essere unico, quindi individuale. Giungendo in casa d’altri e tentando di fare qualcosa in essa, sarai sempre destinato alla riorganizzazione dell’esistente. Iniziando da zero sulla terra, che hai sotto i piedi, sei destinato alla libertà non da qualcosa, ma per qualcosa.
Affermare che esiste la poesia contemporanea uralica è assurdo, ma tento di affermare proprio questo. Perché è molto più importante essere esatti che veritieri. La verità e la menzogna sono solo modi per codificare le informazioni. L’esattezza invece è una forma di comprensione. Il desiderio di essere uno “scrittore uralico” è il desiderio di essere “qualcuno ben determinato”.
 Dalla biografia si può correre solo verso il destino. Attorno alla metà degli anni Ottanta ho iniziato a credere che qualcosa accadesse accanto a me. Non a livello sociale, ma a livello della poesia. Ho perso i sintomi della solitudine. Questo non mi ha spaventato, ma mi ha stupito. Si è determinato l’asse Perm’ – Sverdlovsk. Su questo spiedo si è posata una ventina di persone con versi e prosa, che non si limitavano alla sindrome inebriante dell’underground. Forse in quei versi non c’era un impeto, ma il distacco dall’idea erronea che tutto il mondo ti dovesse qualcosa.
 … Il denaro è un problema tecnico. E si può risolvere come problema tecnico. Se banconote lucenti diventano la condizione fondamentale per una certa azione, allora… non mi pare il caso di continuare la frase. C’è una sola conclusione: le persone “colte” (individui con una psicosi cultural – paranoide) devono imparare a guadagnare denaro con le proprie forze, e non dimostrare agli eschimesi che senza l’edizione in cinque volumi del Nabokov inglese domani si estingueranno completamente.
 “Galereja” e “Jurjatin” in tre anni hanno pubblicato una quarantina di edizioni di letteratura contemporanea. Esse comprendono tanto libri parzialmente congiunturali, quanto libri il cui valore è più che problematico. Abbiamo tentato non di mostrare una fiera letteraria, ma di improvvisare tipograficamente l’ombra reale di un oggetto irreale come la letteratura. Abbiamo formulato, – in ogni caso per noi stessi, – l’idea di una casa editrice anticommerciale e non senza perdite l’abbiamo incarnata se non proprio nella vita, almeno tendenzialmente in essa.
Che cosa ci muove? L’entusiasmo? Niente del genere. Un entusiasmo che duri a lungo non è ecologico: lascia dietro di sé lo scarico costante delle depressioni e le scorie della gratitudine non trovata dei contemporanei.
…La letteratura, come l’esistenza, è l’unica forma di tempo libero, di hobby, finalmente. L’interessamento personale di essere personalmente interessati. La cultura non dà risultati, mostra un processo. Ci muove il desiderio di responsabilità. La responsabilità non è uno zaino pieno di sassi. La responsabilità è un paio di ali. Immaginate tutta la catena della culturologia: il pensiero è pari all’idea, l’idea è pari all’azione, l’azione al risultato, il risultato alla delusione, la delusione al pensiero, etc. È quasi una fortuna. Quasi. Perché tuttavia non è una fortuna. Tutto scorre, ma non cambia. Non cambia in peggio!
 …Dopo lo slancio panrusso della poesia russa negli anni ’80, il volo si è interrotto per motivi tecnici. Luogo operativo, comodo per il volo intrapreso, è stato lo spazio aereo–non aereo degli Urali. Proprio qui sono stati superati gli umori vittimistici, proprio qui senza particolari perdite è stata tolta l’inutile asta dell’“ironia”, con cui salta ancora una buona metà del paese, proprio qui, sugli Urali, la tragicità, come forma di esistenza per l’artista, è tornata nel paleolitico, dove deve stare. L’uomo è felice nel mondo, o semplicemente non lo sa. Gli scrittori uralici si sono procurati la propria indipendenza economica. La poesia per loro non è il destino, ma la possibilità di avvicinarsi agli strati compatti del destino. I versi per loro non sono la dimostrazione del talento, ma il carburante per il volo. E il talento è soltanto la condizione del movimento, e non un oggetto da esporre in un museo per l’auto – e l’altrui compiacimento. L’arte non può essere il senso della vita, poiché l’uomo è più grande dell’arte, è più grande anche di se stesso. Parlando a nome della “poesia uralica”, il sottoscritto è certamente vulnerabile secondo tutti i parametri. Ma non c’è niente da fare, se così è.

*) Frammenti dell’articolo “Zapiski iz zacholust’ja”[Appunti da una provincia remota], in “Ural’skaja nov’”, n.2, 1998.
Vitalij Kal’pidi (Celjabinsk, 1957) è l’instancabile organizzatore di eventi culturali e poeta egli stesso (autore denso e fecondo, secondo molti critici).
**) I Karakalpaki sono una popolazione asiatica del ceppo turco, stanziata nel sud dell’Uzbekistan.

Vladislav Drozascich (1952, Perm’)

Bimbo sotto le stelle

Su mille ruote serpeggia un tuono verso occidente.
Per tutta la terra fischiano strade di ferro.
L’erba lunare, maturando, è spuntata piano piano
sulla mia finestra, stringendo la luce nel pugno.

La stanza non è luminosa; corre a occidente
il lontano fragore dei grilli, diffuso e ampio.
L’ultima scintilla, balenando, cautamente
balzerà via nel gelo: stazioncina – torretta.

Il buio incita la foschia gravata da un fardello,
e l’avara notte, trattenendo il fuoco, lancerà
nel buio empio un pugno di neve, l’ombra di una cincia –
sibili, strepiti, oscurità, trambusto sulle strade.

Vigila il vuoto alla stazione di Muljanka.
Non si discerne la strada nella nebbiosità dei campi;
il buio è sradicato, come un mulino al rovescio,
è macinata la farina di gelidi abbecedari.

Avendo corso tanto, un bimbo dorme sulla vecchia
ottomana di una casa disabitata; v’è il vento – signore,
v’è il peccato compassionevole di una lupa oppressa,
famelico e lieve, la corsa non lo ha raggiunto.

Il bimbo è sotto le stelle, sotto la vigilanza ferrea
di spauracchi crollati in un cimitero innevato.
Il continente è domato, vezzeggiato da un quieto sguardo –
il buio ululante delle stelle di diverse tribù.

La distanza solcata tra le stelle e dio,
tra il tremore delle ciglia e il trillo del rondone,
la luce sulla soglia natia nella densa foschia di maggio –
sono misurati dal respiro notturno del bimbo.

In un fragore di petali tremano le sue ciglia;
la fredda stanza è calda senza fuoco;
sogna estasiato di volare nel paese delle meraviglie,
e mi riconosce in un rondone rosa.

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