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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Il burek e la libertà – Balkani ground 0 – Voci da Est#5

Posted by Mauro Daltin su agosto 27, 2007

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IL BUREK E LA LIBERTA’

di Angelo Floramo

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Quando Amir entrò dalla porta dell’aula venne presentato alla classe con la solita retorica buonista di cui sembra che ormai solo i presidi delle scuole siano capaci: “Ecco un nuovo compagno da accogliere, da capire, da aiutare. Un ragazzo più sfortunato di voi, che non conoscete la fame, la guerra, la paura e per questo più bisognoso del vostro, del nostro affetto”. Parole che si lasciavano cadere come la polvere di gesso dalla lavagna. Quaranta occhi anestetizzati dalla lezione di storia non sembravano volersi svegliare dal sonno della prima ora.
Le otto e trentacinque, una montagna di minuti ancora da dover digerire prima della ricreazione, quando il sapore del caffè è ormai solo un ricordo che ti rende malinconico, e la brioche è uno spettro che si annida nel retrogusto dolciastro di uno sbadiglio. Il nuovo venuto rimaneva invece in piedi, davanti alla lavagna, con l’espressione stordita di chi non capisce quello che stanno dicendo, e sorride, come per rassicurare gli altri che lui non è uno che morde, non vuole portare via niente a nessuno, nemmeno un banco, nemmeno un gessetto o una matita. Che se potesse sarebbe lontano dalla voce nasale di quell’omino in giacca e cravatta, lontano dalle facce annoiate di quei venti studenti e di quell’improbabile professore che lo guarda dalla cattedra. Scommetto che avrebbe voluto correre indietro verso il valico di Tarvisio, attraversare di corsa la pianura ghiacciata di Rateče, scivolando sulla neve, via, mentre già il Triglav è solo un’ombra alle spalle. Non si sarebbe nemmeno fermato un istante a guardare i tetti rossi di Ljubljana: con un solo salto alto almeno quanto i merli del castello si sarebbe tuffato nella Sava. E chissenefrega del freddo… avrebbe nuotato seguendo la corrente. La Croazia se la sarebbe ingoiata in un sorso, Zagabria compresa, con il suo sferragliare di tram e le corriere piene di facce a impallidire sui vetri appannati. Ma appena arrivato ai pini fitti e resinosi della Kozara allora si sarebbe fermato a respirare l’odore intenso del legno umido, nell’aria fredda di neve di metà novembre. Villaggio dopo villaggio avrebbe dormito nei fienili, bevuto l’acqua dai ghiaccioli dei tetti, rubato patate dalle cantine o uova dai pollai… fino a Kazin. Avrebbe riconosciuto la sua casa dall’odore di stoppie bruciate in margine al campo. Forse il cane lo avrebbe riconosciuto, come già accadde a Itaca, nei gorghi del canto. Salam aleikum, avrebbe detto al vecchio e aleikum salam il vecchio avrebbe risposto. Oh certo le donne lo avrebbero riscaldato con baci e coperte, gli uomini con un bicchiere forte di rakija, trasparente come le sorgenti della Una. Si sarebbe addormentato con l’odore della sua terra a inebriargli le narici. A rendergli i sogni profumati di susine. Avrebbe pianto gocce di resina, come si fa al seno della madre, se gli incubi ti svegliano nel cuore di una notte agitata. Ma a lui la guerra aveva portato via tutto davvero, bruciando i villaggi, i fienili, i susini. Uccidendo anche i vecchi venerandi e le donne compassionevoli. Per questo adesso era lì, a paludi, foreste, castelli e montagne di distanza dalla sua terra, perso nel salmodiare di una lingua sconosciuta, tra genti a lui indifferenti. Eppure in quell’aula Amir vinse la sua guerra personale. La combatté a suon di desinenze, di accenti, di coniugazioni. Aveva molte cose da raccontare e voleva trovare il modo per farsi capire. Ci incontravamo ogni pomeriggio, dopo le lezioni, per rafforzare le basi della lingua italiana. Fu per quell’anno il mio studente migliore. Non c’era nebbia dietro ai suoi occhi. Un giorno, era maggio ormai, gli studenti protestarono per i compiti assegnati. Lo fanno sempre. Non sarebbero studenti se non lo facessero. Stavo cercando il modo migliore per far capire loro quanto sia importante studiare, eticamente importante, quando Amir si alzò in piedi. “Un cecchino si mise a sparare agli studenti, da una finestra di un palazzone vicino alla scuola. Nessuno voleva andarci. I miei amici restarono tutti a casa quel giorno. Vacanza forzata. E in famiglia discutemmo sul da farsi. Allora mia madre mi guardò in silenzio. Poi andò in cucina. Tornò con un tovagliolo. Dentro c’era del burek. Mi disse che non avrei mai potuto sostenere le lezioni, se come ogni giorno non avessi mangiato il suo burek, all’intervallo del pranzo. Le chiesi – madre, ma non hai paura che mi sparino? – rispose che la scuola è importante. Che studiare rende liberi. Che la libertà pone fine alle guerre. E che la conoscenza è un’arma molto più potente del fucile di qualunque cecchino”. Poi Amir si sedette. Non so perché, né come accadde, o per quale alchimia. Ma la classe applaudì. Applaudì all’unisono, così, in una specie di tributo non sollecitato, non richiesto. L’estate successiva, a scuola conclusa, la madre di Amir mi preparò il suo burek. Una sfoglia leggera, croccantina e saporita, che avvolge un pasticcio di carne di montone. Spezie e profumi restano sulle dita, tanto che non leccarle sembrerebbe un’offesa ai protocolli più sacri dell’ospitalità. Il burek, va da sé, si deve mangiare con le mani. Sorrisi al pensiero che nemmeno un kalashnikov spianato mi avrebbe impedito di gustarmene un’altra fetta!

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