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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Spaziopensiero. Diario da Sarajevo#12

Posted by Mauro Daltin su settembre 13, 2007

di Sandra Castelnuovo*

Sapna, 4 Agosto 2007

Siamo in quattro macchine, un po’ di italiani e un po’ di bosniaci.
Ðenuma – ma si fa chiamare Jenny – ci corre incontro e ci dice di fare in fretta. Che pazienza ci vuole con lei! Praticamente un caporale: tutto deve essere sotto il suo controllo. E appena le mostri un po’ di disponibilità non ti lascia più. Ci teniamo un po’ alla larga da lei, difficile gestirla insieme a tutti quei bambini con i quali facciamo animazione la mattina.

Per strada i cartelli in cirillico sono il punto di partenza per parlare un po’ con i volontari di ciò che è stato Srebrenica. Concetti, numeri, fatti storici.

Le bandiere bosniache annunciano da lontano il memoriale di Potočari. Entro con la testa e il cuore di chi ci è già stato altre volte e sa cosa aspettarsi. Con sorpresa Seldin, 16 anni, mi dice che lui non ci è mai stato. Camminiamo insieme lungo l’interminabile elenco di nomi. Si ferma per contare quanti Gusić ci sono. Non li conosce, ma hanno il suo stesso cognome. Scuote la testa.

Ci raggiunge Jenny e ci fa fermare davanti a tre nomi. Non capisco bene cosa voglia dire del primo, il secondo è il marito di sua sorella e poi il fratello di lui. Mi sembra di capire che il primo era il suo ragazzo, ma una parte di me continua a ripetermi che mi sto sbagliando, sto capendo male.
E’ lui, aveva 25 anni.
Mi vengono le lacrime agli occhi e mi allontano da lei. Sono sensi di colpa per come abbiamo sempre giudicato il suo modo di fare così irruento, l’assenza di dolcezza con i bambini, i modi rudi di trattare noi e loro.
Tornano presenti i fantasmi della guerra, oggi si toccano con mano. Abitano sempre la terra di Bosnia ma non sempre li avverti. Certe volte sono le persone stesse che te li indicano, altre volte è più semplice lasciarli da parte. Eppure ogni strada, ogni casa, ogni famiglia ha i suoi. Parti buie dove è meglio non far entrare la luce, fatti persone sensazioni che appartengono al passato e che sono difficili da guardare di nuovo.

Per la prima volta la fabbrica di batterie posta di fronte al memoriale, che le truppe paramilitari del generale Ratko Mladić usarono come mattatoio, è aperta. Mi fermo fuori dalla porta con Jenny e Seldin. Cosa vorranno fare?
Dentro lo spazio è enormemente vuoto. Tremendo se lo si immagina pieno di urla.
Una mamma con un pancione ci introduce in una stanza nera, come una casetta in questa fabbrica.
Anche tutto l’interno è nero, nero come la maglia che indossa la mamma e confonde un po’ le forme della sua pancia.
Ci racconta in poche frasi cosa stiamo per vedere e fa partire le immagini di un filmato che ripercorre la resistenza e la caduta di Srebrenica sotto l’attacco serbo, l’11 Luglio 1995.
Prima di iniziare a guardare il filmato continuo a fissarla. Che strano vedere la vita così vicina alla morte. Chissà cosa sente, cosa prova quel bimbo avvolto da rumori, spari, grida.

Le immagini continuano, le voci raccontano.
Io sono tra Seldin e Jenny, vedo la loro fatica di stare a guardare e i loro occhi lucidi.
Passo una mano sotto il braccio di Seldin, penso sia l’unico modo per stargli vicina. Aveva circa due anni quando è scoppiata la guerra e adesso mi sembra ancora quel bimbo. La sua mano stringe il mio braccio, ma rimane lì in piedi. Chiedo se vuole uscire. No.
Abbraccio timida anche Jenny. Lei è sempre così dura nel modo di dire le cose che quasi ho paura a parlare con lei il linguaggio delle emozioni. Accetta, si lascia abbracciare ma non abbraccia.

Le immagini si susseguono, è difficile non cedere. Mi scappano fuori le prime lacrime. Non vorrei, io non ho provato nulla, chi sono io per piangere quando in quei giorni ero al sicuro, ignara di tutto quello che stava accadendo? Cosa penseranno di noi, loro che erano lì?
Guardo i loro occhi, sono lucidi, tesi, ma non scappano fuori lacrime.
Forse ora, stando dritti e fermi di fronte a quelle parole, quel pezzo di storia, sono loro che mi sostengono.
Non sto dando ma ricevendo forza, consolazione.
Il filmato termina con l’immagine di alcune scuole dove si è consumata la strage.

Jenny è la prima a scappare fuori. Passo deciso, attraversa la fabbrica ed esce nel prato, tira calci ai sassi e vuole stare da sola.
Seldin mi è di nuovo vicino, con la luce vede le mie lacrime e mi abbraccia.
Piano piano escono tutti. C’è bisogno di silenzio, di lasciare depositare immagini, emozioni.
Nessuno parla.
E in macchina ci chiediamo tutti se avevamo di diritto di piangere.

*Dr Sara Castelnuovo psicoterapeuta in trainig, Spaziopensiero Onlus

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