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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Lesja Ukraïnka (1871-1913), poetessa ucraina

Posted by pasha39 su settembre 28, 2007

UNA PAROLA

(Racconto di un indigeno del Nord)

Ve n’erano tre, di forestieri;
ora non più. Uno morì subito,
non appena arrivò,- era debole,
come una fanciulla, sprigionava fuoco,
nulla mangiava, solo neve e ghiaccio,
per quello morì. Il secondo “forestiero” se ne
andò, non so dove, forse a casa,
o forse più lontano, non capimmo
quel che disse. E il terzo rimase
qui a lungo. Viveva da solo in casa,
non voleva nessuno. Andavo da lui,
ci andava mio figlio e anche i vicini.

Come entravamo, ci diceva : “Sedete”
(parlava la nostra lingua, aveva imparato
quella parola, e molte altre ancora).
E ci sedevamo, ci offriva il tè,
ci portava accanto al fuoco, ci offriva
quello che chiedevamo, ma a volte
non v’era niente, allora sedevamo così:
lui guardava un libro, e noi lui.
E così a lungo, fin quando non ci annoiavamo.
Ma non lasciava dormire in casa sua.
Diceva : “Andate, dormirò da solo,
starò da solo”,- e mostrava un solo dito,
così solo sarebbe stato in casa.
E allora, chiunque venisse, lui lo afferrava
per le spalle e lo cacciava fuori dalla porta.
Non picchiava, ma cacciava via – mai
ci picchiò. Quando era cattivo,
gridava, batteva i piedi, parlava molto
nella sua lingua, noi però
non lo capivamo. A volte chissà
perché si arrabbiava – il “forestiero”,
vallo a capire…Beh, però era buono,
non come il nostro capo. Dicevano
che forse era buono perché stupido.
Ma forse uno stupido legge libri?
Sapeva origine e sbocco del fiume,
chi era malato di cosa, chi moriva,
chi guariva. Sapeva molto,
uno stupido non sa tanto. Gli chiedevamo
se fosse intelligente e se da lui
fossero tutti così. Lui rideva soltanto,
non diceva nulla,- non sapeva dirlo,
o forse non voleva. Poi sapeva
parlare molto e imparò le nostre
canzoni – leggeva un libro,
che aveva scritto lui stesso, e cantava,
come cantavamo noi un tempo, parola per parola.
Ma sistemare le trappole e tendere le reti
non sapeva e non imparò, benché volesse.
Temeva il gelo. Assai di rado
usciva col gelo. Quando si levava
l’aurora boreale, allora usciva,
nonostante il gelo, amava guardarla.
Da loro non v’è.
Da loro anche d’inverno v’è il sole,
e cresce qualcosa che noi non abbiamo,
vi sono varie cose, che noi non conosciamo.
Voleva raccontarci tutto,
ma tutto quello non ha nome da noi,
spiegava il “forestiero”, non abbiamo tali parole.
Ci diceva le parole nella sua lingua,
come si dice questo e quello, allora lo sapevo,
ora l’ho scordato – fu tanto tempo fa, sono vecchio,-
allora ero giovane. Anche il “forestiero”
era giovane, e aveva una barba lunga…
finché fu sano, non era così
la sua barba e, come lui si ammalò,
essa crebbe tanto, fino alla vita,
come nelle favole…Non abbiamo persone così.
Fu a lungo malato perché, diceva,
il paese gli era estraneo. Chi lo sa?
mangiava, beveva e dormiva come un sano,
diceva : “Non mi duole niente”. Ma, dimagrito,
stava a letto, fissava il muro,
non parlava con nessuno e cacciava via,
se qualcuno entrava in casa. Poi una volta
venne lui stesso da noi. Ci parlò
molto e cantò le sue canzoni.
Su ciò che non v’è da noi,
ascoltammo, poi ci assopimmo.
Ci svegliammo – lui piangeva. Gli chiediamo:
“Chi ti ha fatto cosa?” – “Niente nessuno”.
Se ne andò e non venne più.
Andavamo spesso dal “forestiero”,
quando stava a letto. Non era più malvagio,
non scacciava nessuno, ma spesso
piangeva e rideva al contempo,
e voleva sempre dirci una certa
parola per farci capire,
diceva che si sarebbe rincuorato a dirla.
Noi però non capivamo
cosa fosse la cosa che noi non abbiamo.
più volte ci disse che se gli avessero dato
quell’unica cosa, sarebbe guarito.
Gli chiedemmo se fosse una pianta,
una fiera, un uccello, una vivanda, una veste.
Diceva no. Mio padre domandò una volta:
“Se vi fossero tuo padre o tua madre,
tuo fratello o tua sorella, tua moglie, certo
guariresti,- non saranno forse loro
che mancano e forse si chiamano come
da noi non si chiama nessuno?” Lui pensò,
poi scosse la testa e
disse: “No, mi intristirei ancor di più,
se fossero tutti in questo bosco,
se soccombessero senza quello,
di cui privo io qui sto morendo…” Mio padre
gli chiese: “E dalle vostre parti
ve n’è molto?” Lui pensò ancora,-
gli occhi gli diventarono come
quelli di un cervo, che piange al gelo.
“No – disse,- anche da noi ve n’è poco,
ci tormentiamo per ottenerlo più di
quanto ce ne rallegriamo, ma a volte
ci sembra di averlo almeno un po’,
oppure stiamo lì lì per ottenerlo
o ci dimentichiamo di non averlo.
Ma noi viviamo un po’…non so
com’è da voi…non come si vive qui”.
Al che io dissi : “E già, da voi
v’è più cibo, più di tutto” – “No, non è quello,-
disse il “forestiero”,- non parlo di quello.
Ecco, quando uno vuole uscire dalla tenda,
ma non lo lasciano andare e lo legano,
come dite voi, dove sta?”
“Ma nella tenda!” – esclamammo tutti noi.
“E se non è la tenda, ma un luogo,
là, dove lui non vuole,
come si dice?” – nessuno di noi indovinò:
uno disse “nel bosco”, un altro “nel campo”,
tutti non a tono, e io tacevo,
cosa puoi dire quando non sai?
Il “forestiero” suggeriva: “Va bene,
come si dice, quando uno ha un uccellino,
che ha tenuto tanto tempo,
e lo lascia andare, come si dice,
dove lo lascia andare?” Ancora risposero:
chi “nel campo”, chi “nella tajga” , chi “nella neve”.
Il “forestiero” si adirò e mi fece:
“Be’,- chiese,- se il capo ti rinchiude
in una cella…” – “Perché mi rinchiude?
Ho pagato tutto!” – dico al “forestiero”,
e m’adiro. Lui scoppia a ridere.
“Beh,- dice,- non te, ma qualcuno,-
che cos’è peggio per lui nella cella,
se non danno da mangiare e da bere,
se non vi sono i parenti nella cella,
se non permettono di andare a casa
e non lo lasciano fare ciò che vuole?”
“Dipende da ciò che uno ama di più”,-
disse mio padre. Allora il “forestiero” si rallegrò
(non so perché!) e chiese di nuovo:
“Ecco, se uno ama poter andare
ovunque, fare tutto ciò che vuole,
come si dice che cosa ama? Come si dice
con una sola parola? Chi lo sa dire?”
Chi disse “fare”, chi “andare”,
e chi “non so”. Il “forestiero” si accigliò.
“No,- disse,- non è quello, non v’è la parola!
Beh, ve lo diró senza la parola,
ascoltate bene”.- “Bene” –
rispondemmo, benché ci avesse tediato,
ci dispiaceva per il “forestiero”, perché malato.
Cominciò a dire: “Vedete, per me
la cosa principale è poter andar ovunque
e fare tutto, ecco ciò che non ho”.
Scoppiammo a ridere: che aveva pensato il “forestiero”!
Andava ovunque, dove andavamo noi,
non aveva voglia se v’era il gelo,
andava a cacciare, a pescare,
se ne andò anche lontano, dai “forestieri”
e dal capo, veniva da noi,
andava ovunque e faceva tutto ciò che voleva:
leggeva libri, lui stesso ne scriveva,
cuciva, preparava il tè, mangiava ciò che voleva,
quello che aveva non glielo toccava nessuno.
“Chi non ti lascia andare e fare? –
Gli dico. – Forse noi?” – “Ma no, non voi!”
“Forse il capo? Solo quando viene!
Ma tu intanto vai ovunque
e fai ciò che vuoi, non lo diremo
al capo!” – “Di capi ve ne sono tanti,
non solo questo” – disse il “forestiero”.
“Ma stanno più lontano di questo, non verranno
mai qui, non aver paura di loro,
non ti troveranno”,- persuadevamo il “forestiero”,
ma lui agitò la mano : “Che dirvi!
Non sapete! Dove andrò?
E che farò qui nel vostro bosco?
Non posso allontanarmi,
qui non ho…eh, non v’è la parola!”
E quando il “forestiero” tacque, rimase così
fino a notte e non ci rispose.
Ancor oggi non so che cosa gli capitò,
perché fu così malvagio quella sera!
E che se ne faceva di quella parola?
Non v’è, non v’è! Tante parole
aveva nel libro, e avrebbe detto
quella che voleva, ma non lo sappiamo,
non abbiamo libri, poche parole abbiamo.
Ehi, non ho finito di parlare del “forestiero”.
Sapete, morì. Io andavo sempre
da lui. Gli chiesi una volta
come mai moriva : per il freddo,
o forse gli avevano trasmesso una malattia
(a volte così diceva degli altri,
quando qualcuno moriva) “Sei intelligente,-
dissi,- sapevi degli altri, sappi di te”.
Lui replicò : “Lo so, muoio per ciò
che da voi non ha nome,
seppur vi sia largamente nel vostro paese,
e quello per cui potrei ravvivarmi
non ha nome, non v’è la parola,
esso stesso da voi non v’è…
Se vi fosse almeno la parola, forse,
starei vivo con voi…”- il “forestiero” piangeva
parlando, anch’io piansi con lui,
perché avevo pietà del “forestiero”, – era buono.
E me la disse quella parola una volta
il “forestiero” nella sua lingua, ma l’ho scordata,
era estranea, che chiamare con essa?
Non ci serve…Beh, ai forestieri serve,-
diceva il “forestiero” che non era l’unico a morire
così, ne morivano tanti…
avremmo detto loro quella parola,
quando qualcuno dei forestieri così s’ammalava,
ma che fare, se da noi non v’è.
E che parola è, e a che serve ?
È certo un incantesimo, o una maledizione,
se per essa la gente muore…

1903

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2 Risposte to “Lesja Ukraïnka (1871-1913), poetessa ucraina”

  1. Wined and dined, oh it seemed just like a dream! Pink Floyd

  2. Gabriella Bianchi said

    Non conoscevo questa poetessa, pur amando molto la poesia russa. Con che distacco naturale “racconta” un dramma! Che leggerezza ha la lirica! Per me è una scoperta, trovare “poesia” nel mare magnum è come aver trovato una pepita d’oro. Gabriella Bianchi

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