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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Noi romeni e il razzismo. In attesa degli “europei”

Posted by paolo fichera su novembre 9, 2007

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Pubblichiamo la versione integrale dell’articolo di Mihai Mircea Butcovan* apparso, in versione ridotta, sul “Manifesto” il 6 novembre.
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Noi romeni e il razzismo. In attesa degli “europei”

di Mihai Mircea Butcovan

Come romeno che vive e lavora da oltre quindici anni in Italia, vorrei fare alcune considerazioni su quanto accaduto in questi giorni. Chissà che non vengano chiamate “qualunquiste” o “antipolitica”.

C’è stato un delitto. E la vittima, donna, ha nome e cognome. Italiano. L’autore del reato, uomo, anch’egli ha nome e cognome, romeno. Se da qui si può desumere che in qualche modo è stato offeso l’intero popolo italiano e le donne non si può certamente ritenere che il delitto sia stato commesso dall’intero popolo romeno o da tutti gli uomini.
E l’uomo che si è macchiato di questo delitto non è rappresentante del popolo romeno, della Romania e nemmeno del popolo rom.
Questa facile equazione “romeni = delinquenti”, dove la variabile romeno non è incognita ma semplicemente soluzione di tutti i mali, non rende onore all’intelligenza delle persone che la praticano.
E nemmeno la rabbia, umana e più che mai legittima, non può trasformarsi in accuse ad un intero popolo, ad un’intera nazione. C’è chi invoca “i roghi, i fucili, lo sterminio”…

Per una volta vorrei “sprecare” una riga del già esiguo spazio editoriale assegnato agli immigrati per esprimersi. Una riga di silenzio a commento e sgomento di fronte a tali frasi scritte sui forum del terzo millennio da persone che si ritengono dei bravi, quando non ottimi, cittadini.
E questa volta chi inneggia a “stermini, roghi, fucilazioni” non è cresciuto, per sua fortuna, in baracche come quelle che vorrebbe bruciare, non è vissuto in condizioni di miseria e degrado come quelle che ci mostra la televisione in questi giorni. No, da quelle situazioni non possiamo aspettarci grandi impianti filosofici, nemmeno programmi di politiche sociali.
Ma da chi invece è cresciuto in ambienti puliti, è andato a scuola in un paese democratico, ha studiato, ha fatto sport e viaggiato per diletto, da chi vota liberamente i suoi rappresentanti e può farsi eleggere come rappresentante, non ci aspettavamo frasi razziste, disumane, che spesso fanno da anticamera o motore ad aggressioni tanto ingiustificate ed orrende quanto l’uccisione della signora Giovanna Reggiani.

Persone che accusano i criminali primitivi cresciuti in situazioni di degrado e miseria si lasciano andare a dichiarazioni belliche altrettanto primitive e belluine. La differenza sconcertante sta nell’ambiente in cui sono maturate queste aggressioni, verbali e fisiche.
Un importante telegiornale si esprimeva così mentre descriveva i funerali di Giovanna: “nella basilica tanti rappresentanti delle istituzioni ma anche tanta gente comune”.
Quale sarà la differenza tra i primi ed i secondi? I secondi, attraverso l’espressione del voto libero e democratico deliberano chi non debba essere più “gente comune” come loro e diventi rappresentante delle istituzioni, quindi del popolo, della gente comune. Oppure quel voto rinforza la – già fuori dal comune – condizione di quelli che poi diventano rappresentanti?
Da quel voto in poi il potere decisionale è delegato a loro, ai “rappresentanti”.
“Il marito di Giovanna arriva con una rosa” prosegue il telegiornale nella descrizione dei funerali. E poi si precisa: “i politici sfilano davanti alla bara”.
Al marito di Giovanna, gente comune, non rimane che la parola o il silenzio che può esprimere una rosa. Ha perso la moglie eppure trova la forza per non lasciarsi andare in frasi di odio e si prodiga per fermare quella crescente ondata di razzismo che anche la sua Giovanna avrebbe disapprovato. E non si fa scappare facili equazioni del tipo “romeni = delinquenti”.
I politici “sfilano”. Termine che fa pensare ancora ad una passerella funebre, utilizzata per esprimere un doveroso cordoglio ma che appare una cosa già vista troppe volte per credere che sarà seguita da impegni concreti, volti a cercare soluzioni ai problemi e non rattoppi, più o meno virtuali. Nelle dichiarazioni che precedono la sfilata, ed anche in quelle che seguono, appaiono tardive ed hanno sapore di autoassoluzione certe esternalizzazioni della responsabilità e certe colpevolizzazioni. Ma non si può lasciare un vuoto nel campo delle responsabilità. Ecco allora che si offre un’alternativa alla “gente comune”, una soluzione facile-facile per i malanni di questa società: i rom, anzi i romeni, colpevoli ormai di tutto…
L’assenza di provvedimenti lungimiranti e non urgenti, quelli che non possono diventare merce di scambio per una manovra economica, è un’assenza per cui qualcuno, non certo gli immigrati, dovrebbe rispondere alla gente comune.
C’è chi dice: “non doveva accadere”. Ed alcuni giornalisti dicono che “la sicurezza resta terreno di scontro tra i poli”. Su questo terreno di scontro non devono cadere vittime i migranti, tanto meno i romeni.
“I rappresentanti delle istituzioni sfilano al funerale”…
Ora, i “cittadini comuni” danno il loro consenso a chi poi istituzionalmente amministra la cosa pubblica. Ed è sulla raccolta e sulla perdita di questi consensi che si basa la vita e l’attività di questi rappresentanti del popolo.
Eppure oggi qualcuno diceva ancora che “servono più forze di polizia”.
Forse perché buona parte sono impegnate a scortare i tifosi ed a difendere le città ed i treni dalla furia distruttiva di certe tifoserie?
Ma prospettare come soluzione uno stato di polizia non sarebbe risolutivo di un bel niente.
Se c’è un problema chiamato “sicurezza”, tanto grave da far scender in campo più forze dell’ordine, allora si predispongano le scorte, una volta al mese, per gli anziani che vanno a ritirare la pensione agli uffici postali. Li si consideri come dei tifosi legittimati a difendere la cifra della propria pensione dall’eventualità di un’aggressione di chicchessia.
Spiegare al marito, arrivato al funerale di sua moglie col silenzio di una rosa, perché non è stato possibile scortarla dalla stazione del pullman fino a casa, alla stregua dei tifosi violenti che mettono a ferro e fuoco le città in nome di una fede calcistica, non può essere compito della gente comune, tanto meno dei romeni.
Ma le forze dell’ordine da chi difendono i tifosi che scortano allo stadio? Dagli immigrati?
E non possono gli immigrati, i romeni, e nemmeno i rom spiegare alla gente comune il fallimento delle politiche dell’immigrazione e del decreto flussi dello scorso anno (e nemmeno quello dell’anno precedente).
Ed ai rom si dovrebbe trovare un posto sotto questo sole del terzo millennio. È una questione romena, italiana o europea? Nessuno ha la soluzione in tasca ma la domanda bisogna porla.
Troppo facile puntare il dito e sparare nel mucchio dei romeni, dei rom, e definirli tutti delinquenti. Come se tutti i mali dell’Italia provenissero dalla Romania. Noi, gente comune, se non vogliamo restare senza parole e doverci affidare ai fiori ed a qualche applauso, è a loro, ai rappresentanti delle istituzioni che dobbiamo chiedere conto della gestione della cosa pubblica.
Un anno fa a Milano un certo don Colmegna aveva sollecitato le istituzioni a prendere in considerazione la questione rom con progetti di inclusione sociale. Ed affermava: «Gli sgomberi privi di un conseguente piano sociale non servono a nulla se non a spostare il problema da un’altra parte». Chi avrebbe dovuto raccogliere quel drammatico appello?
La Casa della Carità di Milano, con l’impegno quotidiano di volontari e operatori, in concerto con alcune istituzioni, aveva attuato un progetto di inserimento sociale basato su convivenza, condivisione e costruzione di reciproca fiducia. Oggi i risultati dimostrano che in due anni, con il patto di socialità e legalità come strumento di relazione sociale e mediazione culturale, si è potuto ridare dignità ad alcune famiglie di rom provenienti dalla Romania, altrimenti destinate a situazioni di miseria e disagio come quelle che hanno generato il delitto di Roma.
Qualcuno, durante i presidi di gennaio contro il campo di Opera, alle porte di Milano, aveva gridato: «don Colmegna, vattene in Romania con i tuoi rom!». Frase ripetuta durante le manifestazioni al Parco Lambro di Milano. Don Colmegna in Romania? La Romania ne avrebbe sicuramente da guadagnare. Per la città di Milano e per i milanesi, ed anche per chi avrebbe potuto seguire il suo modello, sarebbe una grande, insostituibile perdita.
La situazione è delicata ma forse i problemi dovrebbero essere affrontati con una progettualità lungimirante e non emergenziale, con proposte concrete e non attraverso contestazioni esclusiviste e politiche espulsive.
Ma a sostenere i progetti, a spingere nella direzione di accordi bilaterali, ad approntare politiche di ampio respiro che affrontassero le situazioni oggi definite “disumane, inconcepibili, bestiali”… questo avrebbero potuto farlo soltanto i rappresentanti delle istituzioni.
Non si rendano responsabili anche dell’innesco di violenze e rappresaglie disumane. Ancora una volta non sarebbero soluzioni. Ed il giorno dopo ci sveglieremmo con gli stessi problemi di ieri ed uno in più.
Mi chiedo anche perché nel resto d’Europa non c’è ancora l’allarme romeni?
O tutti i delinquenti romeni sono in Italia e le eccellenze romene vanno altrove oppure…
Qui mi pare che si parli di “fuga di cervelli” per altrove.
Non è la gente comune, quella che vive senza scorta e senza sconti “onorevoli”, a dover dare una risposta.
Perché sfilare ad un funerale può essere un segno, simbolicamente una presenza, di certo non è ancora una soluzione ai problemi della penisola.
“Non si dovrà ripetere mai più.” Stesse parole sentite durante i roghi dei campi rom di un anno fa, stesse parole sentite in occasione del ritrovamento dei 17 morti del Mediterraneo – già dimenticati -, ultimi di una strage della traversata che non ha fine. Forse non conosceremo mai i loro nomi.
Si chiamano invece Lorenzo, Roberto, Julio, Claudio, Chiara, Marisa, Adriano, Rosaria, Michela, Laura, Adeodato, Arnold, Tullio, Daniele, Melita, Rossella, Norman, per citare soltanto 17 delle persone che mi hanno espresso la solidarietà in questi momenti di “caccia al romeno”. Ringraziandoli ho ricordato anche a loro che il giudizio nei confronti di un popolo non deve fermarsi all’amicizia di una persona…
Semmai un primo incontro deve suscitare la curiosità per approfondire la conoscenza reciproca tra i popoli. E questo è un atteggiamento europeo di chi è “comunitario” da molto più tempo rispetto ad altri.
Un rappresentante delle istituzioni, in parlamento da oltre 20 anni, dichiara ai microfoni il giorno dopo il funerale di Giovanna Reggiani: “stanno arrivando da tutte le parti perché qui c’è maggiore tolleranza verso l’illegalità”.
Egli si riferiva agli immigrati. Ma a questo punto non importa il soggetto di una frase di questo genere ma la subordinata affermazione su un dato di fatto che dovrebbe avere più responsabili tra i rappresentanti delle istituzioni, compreso il dichiarante, che non tra la gente comune, e nemmeno tra gli immigrati.
“Stanno arrivando da tutte le parti…”
“…Perché qui c’è maggiore tolleranza verso l’illegalità.”
Detto da uno che da oltre vent’anni è nel parlamento italiano ha un certo significato.
La sicurezza non è solo una questione di luce nelle strade di periferia. Ma l’antirazzismo è questione di luce nelle menti delle persone. Prima che cali un buio simile a quello dell’aggressore, romeno, rom, europeo, che dir si voglia… buio sicuramente maturato in una situazione di disagio e degrado di cui, vogliamo o no, dovremmo prendercene cura.
Ora alcune persone inneggiano a roghi, fucilazioni, sterminio, espulsioni.
Si dimenticheranno in fretta anche di noi… sappiamo che è consuetudine. Altrimenti aspetteremo con fiducia i prossimi campionati di calcio. Gli “europei”…
In caso di vittoria l’oblio dei problemi, anche di questo delitto, anche dei morti nel mediterraneo, anche dei romeni, e pure dei rom, è assicurato.

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* Mihai Mircea Butcovan
Nato a Oradea, Transilvania, Romania nel 1969. In Italia dal 1991. Studi in teologia, pedagogia e sociologia, ha continuato a fare l’Osservatore Romeno in proprio. Vive a Sesto San Giovanni, Milano. Ha scritto sui temi d’immigrazione e pubblicato una raccolta di poesie Dal comunismo al consumismo. L’ultimo suo libro si intitola Allunaggio di un immigrato innamorato (Besa editrice)

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