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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Voci da Est – Saša Zograf

Posted by Mauro Daltin su novembre 12, 2007

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Voci da Est – Saša Zograf

di Angelo Floramo

Per ingrandire lo splendido logo di Saša Zograf cliccaci sopra. Il logo è stato appositamente realizzato da Zograf per il Diario-Sezione Voci da Est di Angelo Floramo.

Ogni presentazione di Saša risulterebbe impietosamente banale. Di lui è già stato detto, scritto e raccontato tutto da ben altre penne, molto più preparate della mia. Da che cosa cominciare allora? Forse da quando l’ho incontrato per la prima volta, a Villacaccia, in una vecchia casa contadina, di quelle coloniche, friulane di Bassa pianura, costruite in pietra di fiume grigia e legno di rovere. Giurerei che fosse novembre: il colore che mi ricordo di più è quello delle foglie, l’odore quello delle castagne, il sapore quello mieloso della ribolla, torbida e freschissima. E sciami furiosi di scintille dal braciere acceso nel centro dell’aia. Freddo che ti arrossa il naso. E ti congela le orecchie. Saša era già Zograf. Almeno per noi lo era fin dai bombardamenti NATO su Belgrado, nel 1999. Ce li raccontò a fumetti, spedendo le strisce via e-mail ai giornali di tutto il mondo, per testimoniare quell’orrore. Ed era lì, a due anni di distanza, per presentare una mostra di cose sue. Bellissima. Ricordo anche un giovane “bluesman”, completamente ubriaco, strafatto di Tocai, che gli stava scrivendo sull’avambraccio il suo numero di telefono. Così, perché non se ne dimenticasse. Con un pennarello rosso. Correva l’anno 2001. Quello delle torri gemelle. E dell’Afganistan violentato a bomba in nome di una giustizia retributiva squisitamente “made in U.S.A”. Credo che la sfacciataggine con cui l’ho avvicinato me l’abbia suggerita un filmato di Emergency. C’è Gino Strada che grida e bestemmia tra il sangue e la sporcizia per fermare l’emorragia a un bambino. Ovviamente un pericoloso terrorista. La telecamera inquadra piccole mani congestionate dall’esplosione. Occhi tristi, sofferenti ma incredibilmente muti. Anzi no: capaci di gridare, pur restando muti. Attimi di concitazione. Di una violenza che non ti può lasciare mai più. E poi il silenzio. Infinito. Disperato… Gino si toglie la mascherina, la getta per terra e se ne va via. Sul letto restano quegli occhi socchiusi e quelle mani. “Živio Saša. Angelo sem iz furlanije. Kako greš?” Non so se rispose per salvarsi dal bluesman, che ormai, avendo finito lo spazio disponibile sull’avambraccio, stava indicandogli, a gesti, quell’altro….Così ho insistito, tra ribolla e castagne. “Potremmo anche fare una mostra contro l’Orco che mangia i bambini no? Magari raccogliamo qualcosa per Emergency” Si. Subito. Senza esitazione si. Un mese dopo nasceva “L’Orcomondo e i Bambini”, un carrozzone destinato a girare mezza Italia con il suo colorato arsenale di vignette sparate a raffica contro l’idiozia delle guerre. Saša fu il primo. Seguirono, tra i grandi, Vauro, Silver, Staino, Calligaro…e una compagnia di giovani talenti, venuti a loro spese, entusiasti di usare la punta della matita contro l’idea che ci possano essere in giro bombe intelligenti che mangiano i bambini. Alla fine della mostra Saša mi regalò un quadretto a china nera su sfondo bianco. Ritrae un gruppo di monelli che dallo schermo della televisione fanno le boccacce a un Hitler infuriato e isterico, che salta sulla poltrona. Devo dire che tra i quadri e le stampe che ho appiccicato a vario titolo sui muri di casa è quello che piace di più a Elisa e ad Alice, le mie due bambine. Perché nella dimensione del sogno quell’omino con i baffetti, gli stivaloni e la divisa è davvero pateticamente ridicolo davanti alla creatività di un bambino. “Ma vi siete mai chiesti quanti Mozart, quanti Einstein, quante signore Curie muoiono bambini nei bombardamenti di un villaggio? Che spreco per l’umanità”. Lo ha detto Gino Strada.
Ma il tempo passa e io non ho ancora chiesto nulla a Saša. Nulla che possa confluire in un’intervista. Un’intervista che serva in qualche modo a presentarlo. Il minimo che possa fare, visto che il logo di VOCI DA EST è suo, nato dalla sua penna: l’omino in tenuta zingaresca che suona impazzito, evocato dalla nuvola di un bombardamento. Ci sono tutti i Balkani, lì dentro. Le rondini e le bombe, la nostalgija e la pazzia, la violenza e la passione. Il sogno! Già, l’intervista a Zograf! L’ho promessa a Mauro Daltin, che con pazienza infinita stra raccogliendo tutte queste voci, dando loro un ordine, una chiave, un senso. Ma so bene che il solo modo possibile per concretizzarla è quello di sconcretizzarsi. Per avvicinare degnamente Zograf, per conoscerlo a fondo, per presentarlo in maniera credibile insomma, è necessario diventare un fumetto. Entrare dentro le sue vignette. Devi abbandonare la terza dimensione, per incontrarlo com’è davvero, lasciarti alle spalle lo spessore della quotidianità. Farti bidimensionale. Diventare come lui uno “psiconauta”. E allora vai! Inizio a fluttuare in un mondo in cui il sogno e l’incubo spalancano spettri sorridenti in bianco e nero, omini che scivolano leggeri sospinti da un vento che si fa volo fantastico: una coscienza alla ricerca del vero. Lui è lì, di nero vestito, capelli nerissimi, occhi ancora più neri. Le parole ormai mi escono a nuvoletta. Chiedo. E lui risponde: “Beh, io disegno. I miei disegni non hanno mai interessato granchè agli uomini del regime di Miloševič, quando era al potere in Serbia, durante la guerra dei Balkani. Avevano troppo da fare, così addentro in talmente tante questioni che a stento sono riusciti a risolverne una. Il mio paese si è spesso trovato sull’orlo del collasso economico. Immaginarsi se avevano il tempo di pensare ad un gruppo di matti fumettari. Per questo non sono mai stato censurato, o zittito. Non posso dire che fossimo davvero degli oppositori, dal momento che all’epoca il governo si voleva presentare come qualcosa di molto distante dall’autoritarismo. Miloševič non faceva altro che ripetere di essere stato eletto democraticamente”.
Ora aleggio su di un disco volante che atterra in una strada trafficatissima. Potrebbe essere New York. O Belgrado. Lui arriva in bicicletta, occhi sgranati: non si capacita dello strano accostamento tra l’UFO e una babuska con il fazzoletto nero in testa e la cesta della verdura sottobraccio. Gli chiedo se ha mai sperimentato la dolorosa condizione dell’esilio. “Non sono mai stato costretto all’esilio. Ho pubblicato i miei fumetti all’estero, ma rimanendo sempre nella mia città, anche quando, durante i bombardamenti della NATO, nel 1999, è diventata uno dei bersagli più colpiti. Sentivo di dover restare proprio lì dove c’erano i problemi. Ma capisco benissimo chi se ne è andato in esilio. Lo hanno fatto molti tra i miei amici. L’esilio è sempre un’esperienza penosa, uno shock anche per la comunità d’origine, che viene privata di quelle che generalmente sono le voci più interessanti. Queste sono corde che toccano molti cuori. Fanno nascere molte domande. Migliaia di persone hanno abbandonato la mia terra, senza che noi potessimo fare qualcosa per evitarlo”.
Adesso stiamo volando a precipizio dentro una nuvola che esce dal sogno di un bambino. Forse è proprio lui, bambino, che sogna. “Ho molti amici fumettisti in diversi paesi del mondo. Si assomigliano un po’ tutti: un gruppo di persone appassionate, considerate per lo più dei falliti, che vivono esistenze marginali, intellettuali per lo più pacifisti e disarmati. Penso davvero di appartenere a una delle tribù del mondo, una comunità internazionale di lunatici. Io li amo tutti, uno per uno! Possono anche essere parte integrante della loro comunità di origine, alle volte sono anche ben radicati nella cultura di appartenenza, ma quello che li contraddistingue è la loro capacità di percezione fortemente personale…Sembra davvero una contraddizione, a raccontarlo, ma nella vita accade proprio così”.
Camminiamo in fretta. E’ una strada di Pančevo. Corriamo perché bombardano. Col fiatone gli chiedo se davanti a tutto questo disastro serve a qualche cosa essere dei sognatori. “Nella mia vita ho conosciuto moltissime persone intelligenti, pensatori davvero creativi. Stanno tutti insieme contribuendo alla realizzazione di un sogno che sicuramente cambierà qualcosa. Forse non così presto, come qualcuno potrebbe sperare, ma non è davvero possibile fermare la forza dell’immaginazione…I creativi di ogni generazione esercitano sempre una grande influenza nei campi più disparati. Imparano dall’esperienza della generazione che li ha preceduti, ma sanno mettersi in comunicazione con idee che vengono da lontano, che attraversano il tempo e lo spazio. Sono convinto che gli artisti più giovani del mio paese, la Serbia, hanno già assistito ad eventi estremamente drammatici nel corso della loro vita. Sono disillusi, dotati di un umorismo nero del tutto particolare. Forse è proprio questo che serve a cambiare il mondo”.
L’omino si è accoccolato nel suo letto. Dorme? Dalla finestra un’improbabile luna si lascia prendere dalla malinconia. Una nuvola passa, bianchissima contro le porte della notte. Esco dalla vignetta in punta di piedi. Quando Saša sogna i bambini sorridono.

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