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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Chamdam Zakirov, magico Uzbekistan

Posted by pasha39 su dicembre 6, 2007

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Chamdam Zakirov è nato nel 1966 nei pressi di Fergana (Uzbekistan).

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso si è trasferito a Mosca, dove ha lavorato come redattore letterario per alcuni giornali. Dal 2001 risiede con la famiglia in Finlandia. È autore di versi, prose poetiche, articoli. Ha optato per il russo come lingua letteraria. Cura il sito Internet letterario http://library.ferghana.ru.
Zakirov appartiene alla cosiddetta “scuola poetica di Fergana”, termine apparso negli ambienti letterari russi negli anni Novanta per indicare un originale gruppo letterario composto da autori uzbechi, tagichi, tartari, ebrei, russi, legati alla cittadina di Fergana e che scrivono in russo.
Attualmente la maggior parte di essi vive al di fuori dell’Uzbekistan: in Russia, Europa, USA, Israele.
Il gruppo è influenzato dalla grande tradizione poetica orientale (cinese e giapponese) e dalla poesia occidentale, nelle sue componenti principali – mediterranea e anglosassone. La poesia cui si ispirano gli autori di Fergana è la più varia: il cinese Tao Yuan Ming, il giapponese Matsuo Basho, la raccolta di haiku Manyoshu, l’epica di Gilgamesh, Walt Whitman, Thomas Eliot, Ezra Pound, Giacomo Leopardi, John Donne, Williams Carlos Williams, Rainer Maria Rilke.

Notte orientale

vagavamo lentamente sui bui
sui bui sentieri scarlatti
nell’erba e nei fossati i grilli
i grilli sussurravano i loro canti

le ultime giornate calde ardevano
bruciavano nel cielo di settembre
e covavano ora sull’asfalto
nelle macchie di ciechi lampioni

vagavamo lentamente nel silenzioso
nel muto inebriamento per la camminata
nell’assurda complicità alla vita
alla vita all’amore alla contemplazione

le parole si tramutavano in vuoti
in assurdi suoni nudi
e solo i nostri piedi erano
erano vicini alla terra

***

Le pareti s’afflosciarono, s’addossarono alla spalla del giovane,
che volgeva il suo sguardo pavido
alla lenta danza dell’acqua.
L’estate era sostituita dall’inverno: l’autunno, appiccicato
ai mattoni dalla speranza ingiallita di manifesti e annunci,
era esanime prima del tempo. Una fogliolina morta di quercia
roteava tra le dita di un uomo, senza
affatto desiderare riconoscere il nuovo giorno, in cui non
avrebbe più picchiettato una ghianda immatura –
offrendosi ai brandelli di un vento smarritosi – dal basso,
in modo dolce ed edificante.
Gli strati di polvere, le pulizie, l’eterno problema
della biancheria non stirata, ricoperta da pieghe:
grinze, piaghe da decubito, doppi
menti, le borse
sotto gli occhi di un vecchio –
il giardiniere, con una zappa in mano,
che ha messo l’acqua nel fossato, dove scintilla
nuovamente il ghiaccio sciolto
e il picciolo della fogliolina di quercia
esegue un passo fouetté,
roteando in un piccolo vortice.

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