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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

La poesia delle notti bianche pietroburghesi

Posted by pasha39 su dicembre 21, 2007

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Le notti bianche sono un fenomeno naturale delle regioni nordiche –
rendono ancor più magica San Pietroburgo.

Aleksej Apuchtin

La notte pietroburghese

Fredda, diafana e avvilita,
La notte ieri mi ha detto piano:
“Non stupirti, amico, che io sia pallida,
E che debba luccicare come il giorno,
Che sino al mattino questo luccichio diafano
Non si eclisserà nemmeno un attimo di tenebre,
Che sono luminosa nella vostra parte…
Non stupirti e non invidiarmi…
Sfrecciando indefessa sopra di voi,
Ho letto con occhi curiosi
Tanto dolore, tante lacrime, tata perfidia,
Che non ho potuto addormentarmi!
Ma chi dorme da voi? Non forse quelli che
Tutto il giorno hanno faticato e sopportato
E che ora lavorano lacrimando?
Forse non si sono addormentati quelli che in catene
Devono ricordare l’amore, la natura
E la loro amata libertà?
Forse non dorme egli, il mio sognatore,
Col cuore giovane, con l’anima amorosa?
No, corre verso di me nella frenesia,
Implora almeno partecipazione o oblio…
Ma non mi è dato il potere di consolare:
Sono pallida e fredda come ghiaccio…
Da noi dormono solo gli stolti, gli scellerati:
Non li soffocano le lacrime e le idee,
La coscienza non ha di che rimproverarli…
Quelli sono puri, possono dormire”.

1863

***

Konstantin Fofanov

Sulla Neva

Non è notte, non è giorno. Sull’assonnata Neva
Il tramonto si imporpora con tepore,
Ma il vento ha già soffiato la frescura notturna
E increspa lo specchio sereno delle acque chiare.

Come ambra purpurea ardono le finestre dei palazzi,
Come se la notte allestisse il banchetto di primavera,
Le decorazioni variopinte di sagome lontane
Sono immerse nella semioscurità lilla, come nel fumo.

Come un boa di pietra serpeggia la catena di granito,
E si oscurano le navi con la ragnatela degli alberi.
La notte tace avvilita, la mestizia è soffusa attorno,
Echeggia il sospiro dei cieli nel silenzio della terra.

Quasi che un occhio, come il raggio di un amore casuale,
Mi avesse guardato nell’animo con curiosità e chiarore, –
Tutto ciò che in essa era mistero o segreto,
Tutto si è ammantato di suoni, tutto ha avuto un nome.

E i sogni appassionati, morbosi sino al languore,
Mi hanno colmato con beata malinconia…
E pare che tutt’attorno siano palazzi maestosi,
Tutta questa notte e lo splendore sono suscitati dal sogno.

Pare che la lontananza dei cieli si spalancherà
     come una cortina,
E l’immobile carovana di colossi rocciosi
Ecco, ora, ora agitandosi, oscillerà –
E sparirà nei cielo pallidi, come la nebbia.

Aprile 1888

***

Sofija Parnok

In una notte bianca

Non il cielo – una cupola senz’aria
Sul biancore spoglio delle case,
Come se qualcuno, indifferente, avesse
Strappato il manto dalle cose e dai volti.

L’oscurità – quasi fosse l’ombra della luce,
La luce – quasi fosse il riflesso dell’oscurità.
Ma c’è stato il giorno? E questa è la notte?
Non siamo forse il sogno torbido di qualcuno?

Guardo tutto con sguardo perspicace,
E poiché la mia quiete è stranamente assopita,-
Guardo la tua bocca, su cui giace
L’impronta di baci non miei.

Sia pure falsamente soave, falsamente costante
Il tuo sguardo sotto le palpebre stanche, –
Ah, forse può essere colpevole
Una persona sotto questo cielo!

1915

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