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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

È morto Lipej Kolenik, partigiano e scrittore

Posted by Mauro Daltin su febbraio 17, 2008

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È morto giovedì notte Lipej Kolenik, nome di battaglia “Stanko”, partigiano e scrittore, uomo da sempre impegnato a rivendicare la libertà come valore supremo di ogni essere umano. Per ricordarlo, pubblichiamo la sua intervista rilasciata ad Angelo Floramo per l’ottavo numero della rivista PaginaZero che è stata onorata di ospitare queste parole.

La pioggia del partigiano “Stanko”: dialogo con Lipej Kolenik
a cura di Angelo Floramo

Piove. Sono gocce fitte, pesanti, fredde, che appannano i vetri della macchina. Anche se luglio è appena iniziato qui sembra già autunno.
La strada insegue la Drava, tradendola a tratti per lasciarsi inghiottire dalle macchie verdi dei tigli, che hanno foglie brillanti come ramarri. Sono già le due del pomeriggio ma sembra che il fiume non si voglia ancora svegliare dal torpore della notte. Forse per questo lascia che il buio ristagni in pozze di ombra nelle fosse che delimitano il suo letto. C’è bruma dappertutto.
È Carinzia, ma ovunque ti giri è la Slovenia che vedi: nei tetti dei villaggi, nel modo di costruire le case, per come si raccoglie il fieno sui graticci di legno. È terra di confine. Bilingue.
Tutto fluttua dall’asprezza germanica alla rotondità slava: Bleiburg, Edling, Neuhaus, Rinkenberg diventano più dolci anche sul percorso della mappa: Pliberk, Kazaze, Suha, VogrcŠe.
Vale per i nomi dei luoghi come per le donne. Hanno occhi che sanno già d’oriente, direbbe Paolo Rumiz. Segui la Drava e sconfini senza accorgertene.
E ti viene da pensare che un confine attraversato dal corso di un fiume non è un vero confine. Non lo è per la geografia. Non dovrebbe esserlo nemmeno per gli uomini.
Oltre è tutta pianura: il Kobansko Pohorje, dolce di campi ben coltivati e vigneti. Se la mente ne insegue i profumi arrivi a Maribor in un sorso.
Ed è già odore di Ungheria. La magia di queste terre! Qui realizzi che il cuore dell’Europa è per forza meticcio, ibridato di innesti. Ricchissimo di suggestioni, salvato dalle minoranze che si incuneano dentro i nazionalismi, come i dubbi minano i dogmi e le certezze.
Mi guardo attorno e capisco che ha proprio ragione Peter Handke quando parla dell’amore che l’uomo slavo nutre per la terra in cui è nato. Un amore che sa diventare nostalgia o rabbia, furore o canto.
La guerra partigiana, in queste contrade, è stata anche un atto d’amore per ogni vallata, ogni villaggio, ogni cresta alpina. Questo dice Handke che è nato a Griffen, sull’altra riva del fiume.
Lo ricordiamo mentre lasciamo il suo villaggio stampigliato per qualche secondo nello specchietto retrovisore, proseguendo in direzione Bleiburg/Pliberk.
Non viaggio da solo. Mi accompagna Sara. È una giovane donna windisch della Valcanale, nata e cresciuta in una terra in cui ci si parla in un miscuglio di “theutsch e crainerisch”: un ibrido musicale di tedesco-carinziano e sloveno, un dialetto che fonde in sé l’anima stessa del confine, trasformando in musica le sue apparenti dissonanze.
Ora sta completando un dottorato di ricerca all’università di Klagenfurt. Da studentessa ha seguito le lezioni di Hans Kitzmüller a Udine. Un corso monografico su Handke. Tanto denso da fare invidia. Da rimpiangere di non averlo frequentato.
Mi è sembrata da subito la guida ideale per questo mio “attraversamento” di terre, memorie e suggestioni alla ricerca di Lipej Kolenik, nome di battaglia “Stanko”, partigiano e scrittore, uomo da sempre impegnato a rivendicare la libertà come valore supremo di ogni essere umano. “Soprattutto una persona gentile”. Così lo definisce Helga Mracnikar, della casa editrice Drava, di Klagenfurt, che ha pubblicato tutti i suoi libri, agevolandoci il contatto, con rara cortesia e preziosa disponibilità.
Kolenik venne arruolato, in quanto carinziano, nelle fila della Wehrmacht. Era il 1943. L’anno terribile. Dovette indossare l’uniforme di quel popolo che stava schiacciando la libertà delle sue genti. E di infinite altre ancora. Combatté a Montecassino. Poi decise di disertare.
Scelse la lotta partigiana. I morti non sono tutti uguali. Cirkovce è un villaggio raccolto nell’abbraccio di poche case; in tedesco lo chiami Schilterndorf, ma il risultato, per quanto forte lo chiami, non cambia: quasi si nasconde agli occhi dei forestieri. Se ti sfugge l’imboccatura della strada puoi ripetere il tragitto diverse volte, da Pliberk ad Aich, prima di trovare la direzione giusta. A noi è capitato.
Piove e non c’è nessuno per strada. Nessuno a cui chiedere informazioni. Ma una macchina di targa italiana che viaggia a rallentatore bordeggiando orti, recinti per animali e silos per i cereali a lungo andare desta curiosità, se non proprio sospetti. Finalmente qualcuno esce da un ricovero per gli attrezzi: “Chi? Kolenik lo scrittore? L’altra casa, quella dietro la stalla”.
Ci sta aspettando. E siamo incredibilmente puntuali. Lipej. In sloveno Lipa è il tiglio. L’uomo che ci sta davanti, a suo modo, è proprio un tiglio sloveno. Lo è davvero, nella mia immaginazione.
Un tiglio enorme, dalle profonde radici, con un tronco solcato dagli anni. Ma la stretta di mano è generosa, sicura. Un sorriso che non diresti da guerriero, ma da uomo di pace. La casa è ospitale, coccolata dalla penombra.
Il tavolo della cucina ricoperto di riviste, album di vecchie foto color seppia, libri glossati, appuntati, sottolineati. Sono aperti o impilati un po’ ovunque. E alle pareti rimbalzano memorie. Attestati. Riconoscimenti. Non esibiti. Tuttaltro.
Lipej Kolenik è uno Sloveno di confine. Uno Sloveno di Carinzia. Una terra in cui i fremiti nazionalistici sono molto forti. E il signor Haider, il governatore, non aiuta certo il dialogo con le minoranze: “Quello? Oh, quello è un nazista!”. Scuote il capo, il partigiano Stanko. Mi chiedo quanto sia difficile essere sloveni oggi a Cirkovce, che anno dopo anno, generazione dopo generazione diventa sempre più Schilterndorf. Quando siamo scesi al bar sulla strada, poco prima di arrivare in paese, alle nostre domande in sloveno hanno preferito risponderci in tedesco: quando abbiamo chiesto se avessero qualcosa da mangiare ”Oprostite, imate ze jesti?” ci hanno risposto con un certo imbarazzo, quello di chi vuole tagliare corto: “Nixt ferstien”. Già. Incomprensibile. Davvero!

Cosa ha significato per lei appartenere a una minoranza? È difficile essere sloveno? E soprattutto lo è stato in passato (penso in particolare all’epoca nazista, alle camicie brune, alla lunga notte del Reich)?
Molte cose sono cambiate, nel corso degli anni. Innanzi tutto la maggioranza: non lo siamo più, nella nostra terra. Ora apparteniamo a una minoranza. Che si è sempre più ridotta a partire dagli anni ’70. Il Reich nazista, le persecuzioni, gli arresti, le deportazioni, e poi la Resistenza: prenda il nostro villaggio, ad esempio. Un centinaio di case. In passato solo in quattro famiglie parlavano in tedesco.
Oggi chi parla in sloveno si è ridotto a neanche la metà. La scuola qui non fa nulla per la tutela della lingua. Poi è inutile che la si insegni come una materia fra le altre. Se non la parli più nemmeno a casa tua, è finita.
I ragazzi migliori se ne vanno. Attratti da città più grandi. Luoghi lontani, diversi dalla terra in cui sono nati. Nel periodo nazista era vietato parlare in sloveno. Ovviamente anche a scuola. I libri. Hanno bruciato i libri. Ci si doveva esprimere in tedesco. Noi il tedesco non lo conoscevamo affatto. Lo abbiamo imparato quel tanto che bastava per seguire le lezioni. Tra di noi parlavamo sempre in sloveno.

C’era un Kulturni Dom qui?
No, non un vero Kulturni Dom… direi piuttosto un’osteria. Il proprietario ci aveva messo a disposizione una sala in cui ci incontravamo. Avevamo messo assieme una piccola biblioteca di libri in sloveno. Potevamo leggere, giocare, studiare. Ma no, non c’era ovviamente un Kulturni Dom, come quello odierno.

Ma questa chiusura nei confronti degli sloveni esisteva anche prima dell’Anschluss?
Già prima, già prima. C’era un’associazione di studenti – esiste ancora oggi – organizzati militarmente. Veniva detta Purschenschaft. Avevano il compito di “germanizzare queste terre”. L’acquisto di proprietà per cittadini di nazionalità tedesca era facilitato in queste zone. Hanno iniziato con le buone… poi hanno adottato altri sistemi.
Vorrei aggiungere che la Chiesa ha appoggiato questa trasformazione, agevolando in tutto l’ascesa di Hitler al potere. Certo, c’è da dire che nel ’43 alcuni preti carinziani hanno sostenuto la guerra partigiana, ma la maggioranza di loro non faceva più di tanto.
Il Vescovo invece, quello sì era molto attivo: quando nel 1938 è arrivato Hitler ci trovavamo in chiesa. E ci è stato chiesto di uscire e di seguire il corteo. Una vera azione di propaganda.

C’è una grande similarità fra lei e Boris Pahor, lo scrittore sloveno triestino che ha raccontato la sua vita e quella della sua comunità negli anni difficili della guerra, e anche prima, durante il ventennio fascista, in cui ogni diritto veniva negato alla minoranza slovena, a ogni minoranza… e poi la sua esperienza partigiana… entrambi avete toccato, ciascuno a suo modo, gli stessi temi, attraversando percorsi di vita davvero molto vicini.
Vi conoscete personalmente? Ha letto qualcosa di Pahor? Cosa vi lega… cosa vi diversifica?

Certo. Ho letto i libri di Pahor! Ma le problematiche degli sloveni in Italia sono molto diverse dalle nostre, qui. Voi eravate meglio organizzati, come posso dire, vi siete svegliati prima, forse perché il Fascismo lo avete conosciuto già alla fine della prima Guerra Mondiale. La Primorska ha quindi conosciuto e combattuto il Fascismo molto prima di noi.
Lo conosce personalmente, Boris Pahor?
Gli sono stato vicino una volta, durante una conferenza. Ma non ho mai avuto l’occasione di scambiare qualche parola con lui.

È interessante che entrambi abbiate avuto esperienze come sloveni di minoranza, prima nella lotta di opposizione al Nazismo e al Fascismo e poi nella letteratura!
Ognuno di noi prende le mosse dalle esperienze che vive in prima persona. La Storia esiste solo per come noi la sappiamo narrare. Per questo ho iniziato a pensare che se non avessi scritto le mie esperienze quella storia sarebbe stata presto dimenticata.
Così alla sera mi capitava di pensare a fatti e momenti della mia vita che valesse la pena di raccontare. Chiedevo consigli, pareri, opinioni a chi mi era vicino. Ho letto molto, ho compiuto ricerche personali.
Alla fine di questo lungo percorso sono giunto alla pubblicazione. A quanto pare è stata una buona idea: il mio libro è ormai giunto alla terza edizione.
Pensi che lo hanno anche pubblicato in tedesco! Chi lo ha letto lo ha apprezzato.

Mali ljudje na veliki poti: piccola gente lungo un grande cammino… un libro intenso, che ha suscitato notevole interesse nei lettori e nella critica. E non da ultima anche una recensione entusiastica da parte di Peter Handke. C’è una famiglia di contadini sloveni, a Šmarjeta… la guerra, combattuta dal protagonista in terra straniera indossando la divisa tedesca, a Montecassino: la divisa di un regime che in qualche modo ha sempre soffocato le minoranze, compresa la sua; e poi la diserzione (o meglio la scelta coraggiosa della verità), la decisione di aderire alla Resistenza… e ancora tutto l’amore che uno sloveno prova per la sua terra, i fiumi, l’Alpe, i villaggi… Temi importanti… a lei molto cari, vicini alla sua biografia… Come si intrecciano nella sua narrativa? Nella sua vita?

La mia esperienza di vita d’allora… beh, da una parte c’era il Nazismo, dall’altra la Resistenza. Il Nazismo con i suoi saccheggiatori, i suoi predoni, gli stupratori. Sul fronte opposto i partigiani.
Mi attraeva il mondo della Resistenza, fin da quando avevo quindici, sedici anni. Avevo contatti con quel mondo fin da allora. Ben prima di iniziare la lotta al loro fianco. Prima di essere costretto ad arruolarmi nell’esercito tedesco. Ma non avevo ancora l’età giusta. Nel 1942 si sono fatti vivi loro. Li abbiamo seguiti in molti.
Nell’estate del ’42 ero un soldato. Mi ossessionava il pensiero di mia madre. Pensavo a quanta paura avesse per me. Per quello che avrebbe potuto capitarmi. Cosa mi avrebbero fatto, dove mi avrebbero rinchiuso. Mia madre mi faceva pena. Fu solo l’inizio di una specie di via crucis. Non è stato per nulla facile. Nel cuore ero antifascista, mi sentivo vicino ai partigiani. Ma ero costretto a indossare proprio l’uniforme dei nazisti. Una ribellione che bruciava dentro di me. Voglio aggiungere che i partigiani qui dovevano cavarsela da soli, arrangiarsi. Non eravamo organizzati come voi, nella Primorska o in Slovenia. Ci aiutavamo a vicenda. Ma non c’era nulla che assomigliasse nemmeno da vicino all’azione di propaganda dell’Osvobodilne Fronte (Fronte della Liberazione, n.d.r.), che fosse in grado di organizzare nuove leve per la Resistenza.

Qual è stato il valore della guerra partigiana in questa terra di frontiera? Sappiamo molto poco noi italiani dei movimenti resistenziali in Germania (perché tale era l’Austria dopo l’Anschluss nel 1938). Cos’ha significato per la sua generazione? Per lei in particolare, sloveno e combattente… intendo dire: cosa l’ha motivata profondamente a scegliere di diventare un partigiano?

Per me è stato un vero e proprio terremoto interiore. Quando hanno cominciato a deportare le intere famiglie, ad arrestare la gente… allora abbiamo capito che non potevamo più attendere. Ci saremmo opposti. Non era più possibile rimanere agli ordini di Hitler.
A casa nostra poi deportavano le persone per metterle nei campi di concentramento. È così che è nata la nostra Resistenza. E quelli che hanno appoggiato le bande partigiane sono stati sempre più numerosi. Era un modo per salvare la nostra terra.
Conoscevamo quella gente fin dal 1934, fin dai tempi dell’Hitlerputsch. Nel ’38 erano sempre loro, sempre gli stessi fascisti. Loro prima, loro dopo.

Dunque è stata una presa di coscienza matura, una scelta ragionata la vostra?
Che dire… ho potuto raccogliere tante testimonianze negli anni. La vita ci insegna. La vita è la nostra scuola. Il Fascismo si svelava poco alla volta. Ma era possibile capire subito cosa volesse fare della gente. Avrebbe liquidato tutte quelle persone che non gli andavano a genio, attraverso uccisioni di massa, arresti… è così che ha preso forza.
Devo dire che alla fine della guerra l’80% della popolazione dei villaggi, qui, era a favore di un’annessione alla Jugoslavia.
Non credevano che l’Austria ci avrebbe mai potuto dare altro da quello che ci aveva da sempre elargito: solo promesse e oppressione.

Ma cosa ha comportato per lei, così giovane, una scelta tanto radicale?
Per prima cosa è stato necessario trovare molto coraggio. E poi una forte dose di autoconvincimento. Quelli che come me hanno subito l’oppressione nazista, per quanto ancora molto giovani e privi di esperienza, si sono lasciati guidare dalle loro coscienze.
Ho pensato a lungo cosa, in questi anni, sia stato maggiormente motivo di angoscia, per tutti noi.
Eravamo considerati dei traditori, quando abbiamo risposto a Hitler “un fico secco”, mettendoci di fatto contro di lui.
Anche la Chiesa ci ha considerato dei traditori, perché stavamo dalla parte dei “banditi sloveni”. Ancora oggi in molti ci chiamano venduti, traditori dell’Austria. Poco tempo fa, da Vienna, mi ha chiamato Portisch, quello che sta scrivendo la storia dell’Austria.
Mi ha chiesto perché mai avessimo deciso di combattere sotto la bandiera di Tito. Gli ho risposto: “Mi dica il nome di un solo austriaco che in quegli anni sarebbe stato disposto a guidare la lotta di liberazione contro il Nazismo!”.
In pochi altri luoghi, come da noi, si sono raccolti dopo la guerra nazisti fuggitivi provenienti da molte altre nazioni. Sono stati momenti drammatici, di grande tensione. Avevamo tutti contro qui: gli UstasŠa, i Belagardisti, i Fascisti… tutti contro di noi.
Crede che ora sia cambiato qualcosa? Non c’è mai stata dopo la guerra una vera e propria denazistificazione. Non hanno trovato nessun altro da mettere al loro posto. Così si sono semplicemente cambiati i berretti. Ma le persone sono rimaste sempre le stesse. E così i loro cervelli. Io non ho mai avuto una pensione per la mia scelta di libertà.
Ma i camerati che hanno assediato Stalingrado… beh, quelli sì, e anche qualche menzione ufficiale!

Sono passati 60 anni da allora… come vengono vissuti oggi quei fatti? In un momento in cui pericolosamente il revisionismo storico (penso alle tesi dello storico tedesco Ernst Nolte o dell’italiano Renzo De Felice) porta a riconsiderare gli eventi, a relativizzare il valore delle scelte di allora, a insinuare che a diciotto anni una scelta non può essere consapevole (e quindi in fondo i giovani che combattevano per i partigiani o per le SS erano uguali, travolti tutti dalla tragedia della storia)?
Posso dire che oggi guardo con molta preoccupazione allo sviluppo degli eventi. A sessant’anni di distanza. Sembra che la gente stia dormendo. Pensi che hanno eretto un monumento agli UstasŠa, a conclusione della guerra. Lo hanno eretto a LobusŠki Polje. Arrivano qui ogni anno da tutte le nazioni quei fuggitivi, quegli assassini, i macellai di Hitler, per onorarlo. Abbiamo protestato, ma non è servito a niente.
Il monumento è sempre lì. Le autorità dicono che ci penseranno, ma intanto non prendono provvedimenti.
Così ogni anno, quindicimila, ventimila persone si danno appuntamento sotto quel monumento. Indossano divise, sventolano bandiere, come ai tempi di Hitler. E i nostri restano a guardare. Sono convinto che se ci andassimo noi, lì, con le nostre bandiere… ci arresterebbero subito.
Noi quel periodo lo abbiamo vissuto. Ci siamo dovuti unire in bande. E abbiamo contribuito a sconfiggere il Nazifascismo.
Per noi, per tutti coloro che si sono ribellati, l’8 maggio è la festa più grande della Storia. In quel giorno è stato sconfitto il Nazifascismo. L’Austria non lo celebra volentieri. Ricorda con dispiacere questa ricorrenza. In fin dei conti ha perso. Qui sentono molto di più le celebrazioni di ottobre.
Ma in realtà non hanno una festa vera e propria. Credono di essere ancora al comando, come ai tempi di Hitler.
È dunque così forte il senso di opposizione alla guerra partigiana qui?
È ancora molto forte. E ogni anno si rinnova. L’anno scorso hanno diffuso la notizia che alla fine della guerra sono stati uccisi per rappresaglia 40.000 UstasŠa. Ma non è vero. È una notizia falsa. Diffusa dall’America ha fatto in breve il giro del mondo.
Secondo questa versione sono stati i partigiani a macchiarsi degli orrori. Sappia che qui in Carinzia ci sono 53 cimiteri partigiani.
Ma mai nessuna autorità vi ha deposto ufficialmente una corona di fiori. Ce ne occupiamo noi privati.

Il 17 luglio del 1945 sul monte Kömmel/Komelj i nazisti, a guerra ormai finita, trucidarono numerosi civili accusati di essere partigiani. Oggi quella ricorrenza è diventata un appuntamento civile, di grande urgenza e dignità, celebrato puntualmente ogni anno. Il valore della memoria si fonda sempre nella sottolineatura della libertà. E in questo interviene anche la letteratura, intesa come voce di quella memoria, arte che nobilita quell’impegno. Ce ne vuole parlare?È una data importante. Per non dimenticare. Noi che abbiamo vissuto quella tragedia abbiamo il dovere morale di avvertire gli altri. Quando l’incendio è divampato è ormai troppo tardi.
Non possiamo dimenticare tutti quei milioni di vittime. È nostro dovere fare in modo che i giovani non ne perdano la memoria.
Solo rimanendo sempre di sentinella potremo evitare di essere sorpresi per la seconda volta. Da ogni regione in cui i partigiani hanno combattuto i reduci verranno qui, sul monte Komelj. Lo scorso anno c’era anche Peter Handke. Lo ammiro molto perché è una persona semplice innanzi tutto.
E poi per il modo in cui esprime le sue idee: non gli interessa se quello che scrive può dare fastidio a qualcuno. Spesso mi viene a trovare, come fosse uno qualsiasi dei miei amici.
È stato lui a fare in modo che il mio libro venisse tradotto. Lo riteneva importante perché questa storia non fosse dimenticata.

Nel 1943 lei aveva 18 anni… È stato capace di scegliere. Pensi ai diciottenni di adesso. Come vivono oggi i giovani della minoranza slovena di Carinzia? Le nuove generazioni… Come le vede davanti alle scelte che l’Europa e il mondo inevitabilmente imporranno loro di fare?Questa è una domanda difficile. La vita oggi è molto diversa da quella di allora. Oggi la gente è viziata, ha un lavoro, ha di che mangiare. Cose che non si potevano certo dare per scontato in quegli anni. Per questo il Fascismo ha potuto diffondersi velocemente. Accade sempre quando non c’è il pane… E poi perché mai oggi dovrebbero fare una scelta? A loro non interessa affatto che il nuovo padrone sia russo o che sia Hitler o che sia americano. Quello che conta sono i soldi. E una vita tranquilla.

Esistono dei contatti con la Slovenia? Vi sentite aiutati in qualche modo?
Nei confronti della Slovenia nutro una speciale forma di delusione. Quella non è la terra per la quale ci siamo battuti.
Hanno distrutto la Jugoslavia, che era modello per l’Europa Unita. Uno stato forte che aveva un certo prestigio a livello internazionale. Capace di rimanere neutrale e libero dalle politiche dei due blocchi.
Oggi sono tutti divisi, ognuno per conto suo. Non so davvero cosa accadrà. Adesso la Slovenia è già nell’Unione Europea, tra poco entrerà anche la Croazia, poi sarà certamente la volta dei Serbi.
Quindi tutto tornerà proprio uguale a prima; ma ci sono dovute essere tante vittime… Questo è ciò che più spaventa le minoranze. L’Unione Europea. Chi non saprà nuotare in un mare così grande… sarà condannato a sparire per sempre. Gli aiuti dice? Non ne vediamo, né finanziari né politici.

La scrittura… lei ne ha fatta una ragione di vita. Perché scrivere ? Per l’urgenza di non perdere la memoria, forse?
Allora: la tradizione orale dura a lungo. Ma se scrivi qualcosa, dura per sempre. Resta! Pensi al plebiscito del 1918. Quanto materiale è stato raccolto su come abbiano tiranneggiato la gente comune, su come gli Sloveni siano stati derubati, arrestati? Nessuno ha mai scritto niente di queste cose. Se solo ci fosse stato uno storico… No, a dire il vero forse no; perché gli storici scrivono più volentieri quando oramai non ci sono più superstiti o testimoni vivi. Alle volte hai quest’impressione.
Sai, negli anni vieni a sapere cose che prima non conoscevi… Festeggiando i sessant’anni dalla fine della guerra, a Poljane hanno pubblicato un libro, in cui si parla dell’ordine dato da Tito e Kardelj a Majnik di ritirarsi dalla Carinzia. Invece nel ’49 ci spronarono alla lotta per l’annessione.
Che senso ha tutto questo? Noi per averci creduto siamo stati anche rinchiusi, abbiamo subito le perquisizioni in casa, siamo stati etichettati come Titocomunisti, un marchio che ci rimane appiccicato addosso ancora oggi.
È meglio dire la verità anche se la strada della verità è sempre più lunga e più difficile.”

In Italia è molto difficile promuovere la diffusione di testi che provengono dal mondo sloveno. Lo stesso Boris Pahor ha incontrato molta difficoltà a pubblicare presso un editore italiano.
Accade lo stesso anche in Austria? E quali sono, se ci sono, le possibilità di vedere finalmente tradotta la sua opera anche in lingua italiana?

Penso che sia una soprattutto questione di soldi. Poi bisogna trovare qualcuno che crede in quello che stai facendo. A me è successo proprio con Handke, che mi ha aiutato, e molto: perché se una persona come lui parla bene di un libro, è già un buon inizio. Così è stata stampata una prima edizione di Mali ljudje na veliki poti.
Per la seconda c’erano ancora dei dubbi, non sapevamo se l’opera avrebbe potuto destare ancora qualche interesse, così ho dovuto aggiungere io dei soldi. Ma poi il libro è stato pubblicato addirittura per la terza volta.
È inutile, bisogna fare un po’ di pubblicità, vendere il pane finche è caldo… Il libro che uscirà a novembre si occupa invece della vita in Carinzia durante l’occupazione Inglese, tra il ’45 e il ’55: quanti arresti, quante perquisizioni! Non ho niente contro gli inglesi, ma devo dire che qui da noi si sono comportati esattamente come nelle loro colonie, ne possedevano molte, in mezzo mondo e le hanno sfruttate… A Bleiburg c’era un poliziotto che indossava la divisa inglese. Era tedesco ed ebreo, e si accaniva contro i partigiani…

Speriamo che la letteratura possa aiutare la lotta contro le guerre…
Sì, ma non sarà di nessun aiuto, se i libri verranno stampati e poi stivati nei magazzini in pile alte fino ai soffitti. Il loro posto è qui… devono andare tra la gente…

Kolenik scompare per un attimo dalla nostra vista, per rientrare da una porta, alle nostre spalle, silenzioso come un partigiano. Ha per le mani un vassoio di dolcissimi kolaéi: “Sono buoni. Li ha fatti mia figlia!”
Una nipotina ogni tanto occhieggia dalla cucina. È curiosa, ma troppo timida per fraternizzare.
Basta guardarla negli occhi per capire chi è suo nonno. “Parla lo sloveno?” chiedo temendo una delusione. “E cos’altro? È la nostra lingua”. La risposta mi riconcilia anche con la pioggia.

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