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RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

La frontiera della poesia: Petr Halmay

Posted by paolo fichera su gennaio 25, 2009

halmay1La frontiera della poesia: Petr Halmay
di Antonella Zambelloni

Sconosciuto in Italia e edito, per la prima volta, grazie a Le Edizioni del Foglio Clandestino, L’impronta del tempo di Petr Halmay è arrivato nel nostro paese quasi in sordina. La letteratura dell’Est, come è noto, è un genere di nicchia e non particolarmente conosciuto. Se a questo si aggiunge un poeta sui generis che ha un pubblico di riferimento ben preciso e non massificato, allora è facile intuire la scommessa che è stata fatta nel pubblicarlo.
La scarsa notorietà però non deve frenare o impedire la lettura, ma deve essere un modo, al contrario, per stimolarla e far riflettere su quanti scrittori circolino al di là del circuito letterario classico e canonico e quanto quindi la poesia, ormai al margine della società contemporanea, abbia ancora qualcosa da dire e da insegnare.
Petr Halmay è nato nel 1958 a Praga e fa parte di quella generazione di poeti cechi che ha dovuto affrontare la censura e la difficoltà dello scrivere all’interno di un regime che proibiva alla parola poetica di esprimersi al meglio. Solo negli anni 90 infatti è incominciata la così detta normalizzazione della libertà di espressione che ha permesso a molti artisti di affacciarsi nel panorama contemporaneo con più facilità.
Quando si legge Halmay bisogna tener presente questo contesto socio-culturale di riferimento, che qui si è solo accennato, perché è indispensabile per capire la portata del testo di questo scrittore, quanto peso abbiano allora le sue immagini e il loro messaggio.
Nelle sue poesie è possibile riscontare un elemento ricorrente, una sorta di leitmotiv costante che appare in tutte le sue sfumature. Ecco allora il dissidio, costante, fra l’io e il mondo, fra la contemporaneità e la ricerca di una pace interiore in un altro mondo, lo scontro fra passato e presente, fra uomo e donna, fra amore e odio: si riscontra sostanzialmente una frontiera all’interno del testo, un luogo che sta al mezzo fra queste contrapposizioni. E il luogo di frontiera è la stessa poesia: l’autore infatti non trova una soluzione all’interno di questi dissidi, ma lascia la strada aperta allo scontro e al dialogo col lettore, chiamato a essere protagonista di questa interpretazione.
Halmay penetra all’interno della quotidianità ma non la racconta con un gusto descrittivo: lo spazio perde di contestualità, e diventa una dimensione quasi onirica, di matrice metafisica. Su questo spazio comune, fatto di ricordi e di speranza, si snodano le immagini sottratte al tempo e per questo eterne e rivolte a chiunque, al di là delle differenze.
Halmay delinea la città contemporanea e lo fa tratteggiando gli elementi topici del contesto urbano: un lampione immerso nel silenzio, degli armadi abbandonati sulla strada, il cortile aperto senza più la difesa del cancello. Immagini buie, che rendono con delicatezza della difficoltà del vivere in un mondo caotico e freddo come possono essere le città alla notte, quando nessuno è lì presente per ascoltare e l’io poetico è indifeso. Eppure, accanto a queste immagini della notte si intravedono anche momenti di luce e di speranza che si proiettano nella lirica con immediatezza e delicatezza decisivi. La luna o il sole, una tenue lampada da dietro una finestra che fa presagire la presenza di qualcuno che abita una casa, le stelle nel cielo della notte, l’arrivo della primavera che spazza via la freddezza, oppure un dolce ricordo che affiora dal passato e si tinge di delicata malinconia.
La forte discrepanza delle immagini qui solo accennate permette di capire cosa si intende per conflitto all’interno della lirica e la portata della frontiera come spartiacque fra una realtà visibile e soffocante e la possibilità di evasione data dalla fantasia, dall’immaginazione, dalla poesia stessa. Il poeta mostra la realtà quotidiana in un’ottica differente cercando di trovare nelle ombre che vede una strada che conduca all’esterno fuori, perché

Fuori da qualche parte è iniziata la primavera
Da qualche parte lontano, lontano – tempo fa

Egli lamenta la perdita nella realtà della purezza, che egli però ricerca costantemente:

E solo la ridicola esilità del torace del cielo
Crea ancora l’impressione del mito

L’impossibilità di trovare nella vita quello che il poeta desidera non produce però nella lirica un senso di disperazione o di rinuncia, ma anzi è lo slancio per ritrovare quel qualcosa in più che potrebbe cambiare la situazione.
Ecco allora che la poesia che dà il titolo alla raccolta potrebbe essere la chiave per rispondere a questo dissidio

Amare l’impronta del tempo
nel proprio cervello

Amare quindi quello che resta delle immagini e delle sensazioni che trascorrono inesorabili, ritrovare quel trascorso solo apparente che è immerso però nella quotidianità, riappropriarsi di qualcosa che non può essere dimenticato. L’autore si avvicina all’intimità delle cose perché riscopre il filo che le lega in maniera indissolubile: passato col presente, la vita con l’io, e quel filo è la scrittura, è la memoria comune, è il ricordare ciò che è stato. È questo che dà il significato alle parole del poeta.

Una Risposta to “La frontiera della poesia: Petr Halmay”

  1. Petr Halmay, tre poesie da L’impronta del tempo…

     
     
    NON NATO

    Oltre la finestra farneticazioni sul tavolo amori
    la luce tonchiosa in vecchie bomboniere.
    La morte progenitrice lasciò aperto,
    le sveglie ticchettano dietro la porta sugli armadi.

    Vorresti sentirti ancora o…

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