PaginaZero

RIVISTA DI CULTURE DI FRONTIERA

Archivio per la categoria ‘INTERVISTE’

È morto Lipej Kolenik, partigiano e scrittore

Pubblicato da Mauro Daltin su febbraio 17, 2008

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È morto giovedì notte Lipej Kolenik, nome di battaglia “Stanko”, partigiano e scrittore, uomo da sempre impegnato a rivendicare la libertà come valore supremo di ogni essere umano. Per ricordarlo, pubblichiamo la sua intervista rilasciata ad Angelo Floramo per l’ottavo numero della rivista PaginaZero che è stata onorata di ospitare queste parole.

La pioggia del partigiano “Stanko”: dialogo con Lipej Kolenik
a cura di Angelo Floramo

Piove. Sono gocce fitte, pesanti, fredde, che appannano i vetri della macchina. Anche se luglio è appena iniziato qui sembra già autunno.
La strada insegue la Drava, tradendola a tratti per lasciarsi inghiottire dalle macchie verdi dei tigli, che hanno foglie brillanti come ramarri. Sono già le due del pomeriggio ma sembra che il fiume non si voglia ancora svegliare dal torpore della notte. Forse per questo lascia che il buio ristagni in pozze di ombra nelle fosse che delimitano il suo letto. C’è bruma dappertutto.
È Carinzia, ma ovunque ti giri è la Slovenia che vedi: nei tetti dei villaggi, nel modo di costruire le case, per come si raccoglie il fieno sui graticci di legno. È terra di confine. Bilingue.
Tutto fluttua dall’asprezza germanica alla rotondità slava: Bleiburg, Edling, Neuhaus, Rinkenberg diventano più dolci anche sul percorso della mappa: Pliberk, Kazaze, Suha, VogrcŠe.
Vale per i nomi dei luoghi come per le donne. Hanno occhi che sanno già d’oriente, direbbe Paolo Rumiz. Segui la Drava e sconfini senza accorgertene. Leggi il seguito di questo post »

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Intervista al poeta Aharon Shabtai

Pubblicato da paolo fichera su febbraio 7, 2008

Intervista al poeta Aharon Shabtai
di Michelangelo Cocco

tratta da “il manifesto” del 5 febbraio 2008

Per le sue traduzioni dei Tragici, dal greco classico all’ebraico moderno, gli fu attribuito nel 1993 il Premio del primo ministro israeliano. Era il periodo del processo di pace di Oslo e Aharon Shabtai credeva che il governo fosse intenzionato a fare la pace con i palestinesi. Accettò l’ambìto riconoscimento. Qualche settimana fa invece il poeta, uno dei più famosi nello Stato ebraico, ha declinato l’invito rivoltogli a partecipare al Salone del libro di Parigi. Nato nel 1939 a Tel Aviv, autore di una ventina di raccolte di poesie e conosciuto all’estero soprattutto per «J’accuse» – in cui si scaglia contro il governo e la società del suo paese – è uno dei più radicali nella pattuglia di intellettuali «dissidenti». Secondo Shabtai, che ha risposto al telefono alle domande del manifesto, lo Stato ebraico sarebbe in preda a una deriva di destra che potrebbe essere arginata solo da un intervento dell’Europa, il Continente dei Lumi che dovrebbe aiutare «l’apartheid israeliana» a compiere una svolta come quella impressa al Sudafrica dall’ex presidente De Klerk.

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INTERVISTA CON DARIO FO

Pubblicato da paolo fichera su dicembre 5, 2007

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Proseguono le interviste di Laura Tussi. Dopo Moni Ovadia e Massimo Cacciari (http://rivistapaginazero.wordpress.com/category/interviste/), oggi presentiamo l’intervista a Dario Fo.

Intervista con DARIO FO
Le favole dei fabulatori contro le storie dei potenti…

di Laura Tussi

Come colloca la Sua storia di formazione rispetto al personale impegno politico, sociale e culturale?

Bisogna fare un salto. Da ragazzo vivevo in un paese che si chiama Portovaltravaglia nel quale vi sono un sacco di “fabulatori”…
Dipingevo, così d’istinto, frequentavo l’accademia e il liceo e ho frequentato anche il politecnico senza finirlo…e a un certo punto ho deciso di recitare, ma così proprio per liberarmi da un’angoscia che avevo. Questa angoscia era determinata dal lavoro che stavo svolgendo in quel momento. Facevo il tirapiedi, ossia chi realizza i progetti per gli architetti. Mi sono accorto che c’era del marcio e ho deciso di provare a fare l’attore per liberarmi da questa angoscia che mi era venuta…
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INTERVISTA CON MASSIMO CACCIARI

Pubblicato da paolo fichera su novembre 19, 2007

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Proseguono le interviste di Laura Tussi. Dopo Moni Ovadia (si può leggere qui: http://rivistapaginazero.wordpress.com/2007/11/02/intervista-con-moni-ovadia/#more-373) oggi presentiamo l’intervista a Massimo Cacciari.

Intervista con MASSIMO CACCIARI
La confusione dialogica

di Laura Tussi

Come colloca la Sua storia di formazione rispetto al personale impegno politico, sociale e culturale?

L’impegno politico e culturale si è svolto insieme alla mia formazione e mi sono formato anche tramite l’impegno politico e culturale: vi è un’assoluta complementarità. L’impegno politico non è sopraggiunto, ma è stato intrinseco alle primissime letture, ai primi incontri, e ai giovanili interessi sia filosofici che culturali.

Come può il centro sinistra far fronte alle nuove ed incombenti sfide dettate da una società e da un mondo sempre più globalizzanti, segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare?

Il problema non è solo del centro sinistra, è di ognuno di noi, è anche del centro destra. E’ evidente che il mondo non è più semplicemente suddivisibile in civiltà, in classi sociali, ma il pianeta è sempre più un insieme confuso o apparentemente confuso di elementi, per cui occorre cercare di rendere questa confusione “dialogica”, perché altrimenti, prima o poi, catastrofizza e scade nel conflitto, così occorre che queste distinzioni di cultura, di linguaggio, di civiltà, di religione diventino elementi di un rapporto dialogico. Per ottenere questi risultati è necessario intendersi, comprendere le rispettive diversità di linguaggi, saper tradurre una lingua in un’altra, saper costruire analogie: il problema si affronta davvero con una vera cultura dialogica, altrimenti si ottiene o la guerra o l’omologazione universale, ed entrambe le soluzioni non sono adeguate.
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Quarto Potere

Pubblicato da Mauro Daltin su novembre 16, 2007

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Quarto potere
12.11.2007, da Pristina
di Francesco Martino

Intervista apparsa su Osservatorio sui Balcani

La stampa kosovara si muove in acque agitate, stretta tra legami politici, pressioni del governo e della comunità internazionale e una fragile cornice economica. Ne parliamo con Berat Buzhala, caporedattore del quotidiano “Express”. Berat Buzhala ha lavorato per alcuni anni come giornalista investigativo per “Zeri” e per “Koha Ditore”. Dopo una breve esperienza a “Lajm”, quotidiano finanziato dal businessman Behxhet Pacolli, nel 2005 è stato uno dei fondatori di “Express”, di cui oggi è caporedattore.

In una realtà piccola come quella del Kosovo, colpisce la presenza di molti quotidiani. Qual è la cornice economica in cui i media della carta stampata si trovano ad operare nella regione?

E’ vero, in Kosovo ci sono parecchi giornali, ma la diffusione complessiva dei quotidiani è molto bassa. Questo è dovuto innanzitutto agli scarsi investimenti fatti nel settore dell’informazione, soprattutto se confrontiamo il Kosovo con il resto della regione balcanica. Grandi gruppi, come la tedesca WAZ, sono intervenuti nel mercato editoriale di Serbia, Macedonia, Montenegro, alzando notevolmente il livello delle vendite. Anche “Express” è stato contattato da imprenditori stranieri interessati ad un possibile acquisto, ma la situazione in Kosovo, soprattutto a causa dell’incertezza sul futuro status, scoraggia investimenti in tutti i settori, compreso quello dei media. La diffusione dei quotidiani resta quindi bassa, e la cattiva distribuzione, che rende reperibili i quotidiani quasi solo nelle grandi città, non fa che peggiorare le cose. Leggi il seguito di questo post »

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INTERVISTA CON MONI OVADIA

Pubblicato da paolo fichera su novembre 2, 2007

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Intervista con MONI OVADIA
L’impegno culturale, sociale e artistico per la rivendicazione della pari dignità sociali

di Laura Tussi

Moni Ovadia uomo d’estro e d’ingegno, politicamente impegnato sul fronte del mondo in fermento dei sindacati per le tutele dei lavoratori e delle rivendicazioni per i diritti dei “più deboli”, nell’impegno culturale militante delle pari dignità sociali, per la fratellanza universale tra uomini…nella militanza “senza armi”, disarmante degli strapoteri, finalizzata ad un’utopia realizzabile, sociale, con risvolti comunitari e democratici de facto… L’impegno politico alla luce di una profonda, costruttiva e lucida critica di libera ispirazione marxista nella “lotta” di rivendicazione per le pari dignità sociali…
In Italia, per una cultura delle memorie di ieri e pluriappartenenze di oggi.

Come si collocano il Suo teatro, l’espressione musicale e cinematografica rispetto al personale impegno politico, sociale e culturale?

L’arte è uno strumento di espressione e di comunicazione che costituisce la forma dello specifico dell’artista, ma la scelta dei contenuti che l’arte deve esprimere non è più una questione di scelta dell’artista solo, ma è anche un’opzione dell’artista in quanto cittadino ed essere umano. Allora siccome l’arte deve esprimere l’essere umano in tutte le sue variegate contraddizioni e sfaccettature ed il senso della nostra presenza sulla terra, ne consegue un significato connesso a valori etici e quindi politici, non nell’accezione degli schieramenti e delle fazioni, ma nel senso lato del concetto di polis come città e comunità educante, luogo di incontro e di formazione della società: allora l’arte è uno strumento tramite cui l’artista esprime la relazione con questi valori.

Come può il centro-sinistra far fronte alle nuove sfide dettate da una società e da un mondo sempre più globalizzanti, segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare?

Uno dei primi compiti del centro-sinistra è proprio definire la propria identità culturale, il che non implica un’identità monolitica, ma dove convivano differenti culture del centro-sinistra, ma in modo sinergico e non in un’ottica autodisgregante. Personalmente sono ebreo e laico, però posso tranquillamente partecipare a battaglie politico-sociali nel campo della pace e dei diritti anche con dei sacerdoti cattolici, perché condividiamo una comune cultura valoriale. Allora il centro-sinistra deve definire la propria identità e l’identità delle proprie identità al suo interno e trovare il modo che queste realtà ideative operanti si sinergizzino e si arricchiscano reciprocamente; perché un’elezione, cioè la “battaglia” si può vincere sul piano della tattica politica, la guerra si vince sul piano della cultura. Berlusconi lo ha dimostrato. Prima ha imposto la sottocultura, di cui è figlio e padre, al Paese e quindi ha vinto le elezioni, addirittura influenzando la temperie dell’intera società negativamente, come una gramigna devastante ed influenzando anche i comportamenti di molta sinistra, che ha perso per molti aspetti la propria fibra morale. Occorre che la sinistra definisca la propria identità e l’identità delle molteplici realtà interne in modo sinergico, ossia reciprocamente, in modalità arricchenti. In seconda istanza la realtà di centro-sinistra deve essere ferma e chiara nei principi e affrontare le congiunture che si presentano. Le grandi “battaglie” operaie si svolgevano in una società che aveva appunto la classe operaia come pilastro portante delle trasformazioni sociali.
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L’esaltazione dell’esilio: intervista a Moni Ovadia

Pubblicato da Mauro Daltin su luglio 2, 2007

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L’esaltazione dell’esilio: intervista a Moni Ovadia

a cura di Mauro Daltin

Intervista apparsa sul n° 5 della rivista “PaginaZero-Letterature di frontiera”

La maggior parte degli uomini aspira ad avere una propria casa, una propria nazione e una patria. In sostanza una terra dove poter vivere, ritornare, sentirsi parte stabile di un processo.
Lo sradicamento, causato per i motivi più differenti, porta con sé sempre sofferenza, rimpianti, nostalgie e una paura per quello che si andrà a incontrare. Dall’altro lato chi pensa di essere a casa propria, chi pretende di possedere una terra, vede chi è costretto ad abbandonarla come un pericolo dal quale difendersi e dal quale proteggere con muri e confini quello che ha conquistato. Moni Ovadia da anni canta l’esilio come condizione naturale dell’uomo, quasi fosse il presupposto fondante l’utopia di vivere in un mondo di libertà e uguaglianza e l’antidoto ai nazionalismi e alle tendenze totalitarie.

“Un uomo che si rispetti non ha una patria. Una patria è una colla” (E. Cioran). È una frase che potrebbe ben rappresentare l’esaltazione dell’esilio come splendore della condizione umana del popolo ebraico e zingaro che lei canta continuamente nei suoi spettacoli, nella sua musica e nei suoi libri. Che cosa intende per esilio?
L’esilio è un dono, non una punizione. Che cosa tiene insieme gli esiliati? La spiritualità. L’esilio è la condizione naturale dell’essere umano. Nel Levitico è specificato che la terra è del Signore, non dell’uomo. L’uomo è ospite sulla terra. Questo concetto viene continuamente disatteso dall’ideologia nazionalistica. Un esempio è il localismo leghista che per me è ridicolo e fondato sul capovolgimento dei valori primari. Loro hanno lo slogan “padroni in casa nostra”, come a sottintendere che la terra è cosa loro e ogni straniero è quindi ostile. Leggi il seguito di questo post »

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La sconfitta di un sogno: dialogo con Natasha Radojcic

Pubblicato da paolo fichera su giugno 12, 2007

Dialogo tra Angelo Floramo e Natasha Radojcic

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Due romanzi, due protagonisti, Halid e Sasha: uomo, donna. Tutto è diverso: tempi, stile narrativo, paesaggio, ambientazione, immagini, odori. Da una parte la Bosnia e il suo fango, con i susini, i corvi neri come le donne, i vecchi trattori, i villaggi perduti nei campi.

È una terra di morti (anche i vivi lo sono), dilaniata dalla guerra etnica, sospesa nell’immobilità più desolante e disperata del dopo, tanto da sembrare un relitto che tutti ormai hanno dimenticato. Tutti tranne coloro che faticosamente sopravvivono all’orrore che provano per se stessi. Lungo queste contrade si aggira Halid, protagonista di Tornando a casa: quasi un Golem nato dal pantano della sua terra, impastato con sangue, rakija, sogni e dolore. Un Golem disperato, alla ricerca dei frammenti di ciò che un tempo è stata la sua vita e che la guerra gli ha portato via per sempre: l’amore, gli amici, il domani. Dall’altra parte invece c’è l’Occidente più spietato, con i suoi ritmi frenetici e pazzi: Cuba, New York, le topaie metropolitane pagate a ore, il sesso violento e triste. Ma per quanto la scena inquadri squallidi interni di anonimi motel o marinai americani dal tatuaggio facile, il retrogusto balkanico resta comunque forte e impregna di sé tutta la narrazione, come una strana smerigliatura che blocca il tempo e lo spazio nella stessa inquadratura. I Balkani sono una condizione dell’anima. Difficile lasciarli alle spalle. Basta una sensazione, un ricordo, un rimpianto. Una nostalgia. Forse è il desiderio di casa destinato a restare inappagato che produce questo effetto. E sei di nuovo lì, anche se ti trovi a mille miglia di distanza, anche se davanti a te si allarga il mare dei Caraibi o una strada dell’Ovest affollata di gente che non conosce le tue parole.

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Intervista a Noam Chomsky

Pubblicato da Mauro Daltin su marzo 29, 2007

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SAAD SAYEED intervista NOAM CHOMSKY
Excalibur Online

Fonte: http://www.excal.on.ca
Link: “http://www.excal.on.ca/index.php?
option=com_content&task=view&id=2322&Itemid=2″
25.10.2006

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da MANRICO TOSCHI

Il problema risiede nel non voler riconoscere che il tuo terrorismo é terrorismo- Noam Chomsky

Noto nel mondo accademico per il suo contributo nel campo della linguistica, il professor Noam Chomsky del MIT [Massachusset Institute of Technology] é ampiamente riconosciuto come uno dei dissidenti politici più influenti del nostro tempo. In questa intervista, Chomsky parla delle radici del terrorismo e del ruolo dell’intellettuale nella società.

Excalibur (Ex): Quanto é importante la comprensione del ruolo svolto da stati come gli Usa ed il Regno Unito quando si esamina la questione del terrorismo?
Chomsky (Ch): Dipende se vogliamo essere onesti e veritieri oppure se vogliamo servire il potere di stato (…) Dovremmo considerare tutte le forme di terrorismo. Scrivo di terrorismo da 25 anni, da quando l’amministrazione Reagan si insediò al governo nel 1981 e dichiarò che il punto focale della sua politica estera sarebbe stata la guerra al terrore. Una guerra contro il terrorismo di stato che definirono la piaga del mondo moderno a causa delle sue barbarie e così via. Questo fu il fulcro della loro politica estera e da allora scrivo di terrorismo. Ma ciò che scrivo causa rabbia estrema per la semplice ragione che uso la definizione ufficiale di terrorismo fornita dal governo Usa e che si trova sui testi ufficiali di legge ufficiale degli Stati Uniti. Se si usa quella definizione, ne segue chiaramente che gli Usa sono il principale stato terrorista ed il maggior sostenitore del terrorismo e visto che tale conclusione é inaccettabile, provoca rabbia furiosa.
Ma il problema risiede nel rifiuto di riconoscere che il tuo terrorismo é terrorismo. Questo non solo é vero negli Stati Uniti, é vero in generale. Il terrorismo é qualcosa che fanno a noi. In entrambi i casi é terrorismo e se vogliamo essere seri dobbiamo affrontare la questione.
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Lo sfacelo di una civiltà: intervista a Gian Ruggero Manzoni

Pubblicato da Mauro Daltin su marzo 27, 2007

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a cura di Mauro Daltin
Intervista pubblicata su PaginaZero – Letterature di frontiera n°3

Poeta, narratore, pittore, scultore: a quale di queste arti ti senti più vicino?
Sono un poeta. Sono nato poeta. Sono poeta anche quando dipingo e modello la creta. Se si nasce poeti poi lo si è in ogni gesto che fai, in ogni pensiero che intraprendi, in ogni disciplina che pratichi, anche non artistica. Penso ad esempio ad Einstein, amava suonare il violino, era quello che gli piaceva maggiormente fare e anche quando formulava le sue teorie fisico-matematiche era la musica ad accompagnarlo, l’orecchio musicale. L’universo che ha descritto Einstein è, in effetti, una melodia infinita, un’illimitata suonata per archi. Padre Turoldo, quando predicava in Duomo a Milano, procedeva nel dire come stesse recitando un poema. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo, era il 1983, vent’anni fa, è stata un’esperienza che mi ha segnato molto. Quando sei poeta non puoi sfuggire a quel tuo fremito interiore. Pare una banalità, ma è così.

Hai un approccio diverso rispetto a questi diversi aspetti della tua personalità e della tua arte?
L’approccio si diversifica solo in accezione psicologica. Se, con lo scrivere, accumulo tensione, dipingendo o lavorando con la creta elimino…scarico energia. Lo scrivere, per me, è circolare, è su se stessi, è arte autoinglobante; le arti visive e plastiche, invece, sono maggiormente
‘proiettive’, più fecondanti l’esterno…fecondanti l’altro da te, per intenderci. Lo scrivere è un mettersi continuamente incinta, almeno così lo sento io, mentre l’affrontare la tela o la creta è un mettere incinta. Anche quando lo scritto poi prende forma nel libro e tramite il libro si sparge
nel mondo continuo a sentirlo mio, questo, invece, non mi capita coi quadri o con le sculture. Quando le vedo esposte in una galleria o in un museo le vivo come non fossero più mie, ma dello spazio che le contiene, quindi patrimonio dell’occhio o della mano del fruitore. Leggi il seguito di questo post »

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Aldo Busi: “Bisogna essere profondamente e scientemente anticlericali”

Pubblicato da Mauro Daltin su marzo 21, 2007

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Scritto da Alteredo, lunedì 19 marzo 2007
tratto dal sito http://www.informationguerrilla.org

“Questa è una guerra fra froci: i froci privilegiati, che si travestono con una tonaca nera, e noi che siamo dei pezzenti e che non possiamo vivere nemmeno la nostra frociaggine. Sono stanco di una sinistra così papale papale, così clericale”

Bentrovato Aldo Busi alla manifestazione per i diritti civili, Diritti ora!, partecipe della piazza…
Sono partecipe ma con una punta di critica. Perché l’unica maniera per promuovere i propri diritti è promuovere i diritti degli altri. Allora, se i gay continuano ad accettare di definirsi gay e di essere definiti gay, il ghetto si fa sempre più stretto. Parlare dei diritti delle persone omosessuali è già un obbrobrio linguistico, perché non esiste l’omosessualità, non esiste l’eterosessualità, ma esiste la sessualità umana e quella è insindacabile, è inoppugnabile da un punto di vista giuridico. Fermo restando il rispetto delle leggi sull’età del consenso, per i bambini che sono sacri e intangibili, per il resto la sessualità è cultura e ognuno è giusto che viva il proprio sogno come meglio crede. Però non si può essere così sciocchi da accettare l’etichetta messa da altri, questo è il grande sbaglio. Quindi, per parlare dei cosiddetti nostri diritti, a parte il fatto che io non ne ho (perché, a me mi ci vedi a vivere con un uomo? preferirei vivere con un formichiere… quell’odore di coglioni decotti, tremendo, di notte, pazzesco…), quello che è bello di questi ragazzi, e loro stessi non lo sanno ancora, è che sono delle coscienze civili militanti. E non è una prerogativa o una qualità dei gay. Perché i gay, contrariamente a quello che pensa Berlusconi, sono tutti machisti e di destra. Non sono di sinistra. Addirittura il 70%! E io sono sul campo, non ho corsie preferenziali nella vita.
Dunque, questi ragazzi sminuiscono se stessi nel permettere di essere connotati in quanto a gusto sessuale. Perché loro sono altro, io sono altro. Ho dovuto lottare per dire che non ero uno scrittore omosessuale, io sono uno scrittore. Che io sia omosessuale o casto o no, che importanza ha? Leggi il seguito di questo post »

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Moni Ovadia: libertà di pensiero

Pubblicato da paolo fichera su febbraio 18, 2007

Cosa pensa della sensibilità non tanto dell’opinione pubblica italiana quanto dei suoi intellettuali di fronte alla negazione della libertà di espressione nel mondo?
Contando le decine di giornalisti uccisi ogni anno, ma soprattutto la persecuzione di scrittori in paesi come ad esempio la Cina, ma anche negli USA (con mezzi diversi, ma basti pensare a Chomsky), secondo lei in Italia c’è una consapevolezza reale del problema o tutto è ovattato dato che da noi il problema non sussiste?

Moni Ovadia:
In Italia c’è poca consapevolezza di tutto questo. Lo trovo un paese dalla fibra morale molto declinante. Pensiamo al caso dell’ultima strage di Erba: non c’è il senso di colpa del Paese. Quando c’è un problema la sera si guarda Porta a Porta dove starnazzano un po’ e poi fine della storia. Non c’è una coscienza civile e sociale, i segnali che ribaltano questa tendenza sono pochissimi.
Diventeremo a breve i bassifondi dell’Europa. Cosa vuole che un Paese che ha concluso il caso di Ustica senza colpevoli si preoccupi degli scrittori, degli intellettuali.
C’è una piccola parte, sempre più piccola, di coscienza, ma la devastazione che ha subito questo paese è imperante.

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